Disumani 2.0

Sarebbe solo banale parlare di come alcune situazioni possono esserci sfuggite dal controllo, ma certamente una merita di essere riveduta: la tecnologia è e resta la conquista della nostra “civiltà“, dove per civiltà non si intende l’insieme delle conoscenze, bensì l’apice che – secondo quanto emerge dalla tendenza sociologica – potrebbe essere sempre migliorato, nonostante invece emergano più le criticità che i punti di forza.

Quando sia successo o come sia rimasto fermo il progresso civile, rispetto alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, in Italia, non è chiaro. I cani rognosi siamo “noi” quando ci mettiamo alla tastiera sui social network, persone che hanno dimenticato. Nel 1948 è stata promulgata un’intesa su carta che garantisce a tutte le persone una libertà di base, una possibilità per sopravvivere, ma anche una forma di rispetto integrale della persona.

L’esempio del cane rognoso alla tastiera è comodo: possiamo prendere come “casi di scuola” dei personaggi che non hanno bisogno del supporto psicologico per uscire da queste situazioni. Il body shaming (anzi più che altro da sceming, perché è una cosa da scemi) al figlio di Briatore ad esempio, scivola addosso, ma non sempre finisce così.

Il caso di ieri, che fa riflettere in tema di minori e internet, è semplice: Flavio Briatore (come accaduto per Adinolfi, Ramazzotti, etc) pubblica una foto del figlio in rete, sul profilo Instagram. Il ridicolo odio contro Flavio Briatore, imprenditore tipico italiano, con fare della media cultura, non brillante e non del tutto chiaro ai media, persona che ha vissuto una vita per la sua famiglia e per arrivare a sfondare.

A nulla è servita evidentemente la campagna di comunicazione per il corretto uso della parola sui social “Parole Ostili“. Abbiate il coraggio di andare al Billionaire, di incontrare Briatore e dirgli che il figlio? E’ una palla di lardo.. i primi invece che casomai venderebbero la madre per essere nel “cerchio magico” del famoso imprenditore. Siate umani e levate quella cappa che copre il livore.

Il figlio, per un effetto della figura retorica, viene insultato allo scopo di offendere il padre Flavio. Il noto imprenditore è al centro della bufera per una vicenda che lo vede coinvolto suo malgrado (Covid) e che non lo riguarderebbe: Briatore non ha studi in merito per cui non può che esprimere il parere dell’uomo della strada, che in questo caso sminuisce il virus, riportandolo a una semplice polmonite. Anzi .. lo nega proprio, in quanto si professa asintomatico. Con prostatite. Ma chi è così imbecille da intervistare Flavio Briatore e usarlo come testimonial della campagna Covid? Questo è l’errore che scatena il corto circuito. La libertà esiste di esprimere il parere personale, ma appunto, che ci azzecca con la scienza? Niente.

Ora: quando uno dei nostri parenti ha la prostatite e viene ricoverato, ancorché fosse rinvenuto positivo al tampone, nessuno andrebbe a farsene vanto in TV, i giornali invece in questi giorni non parlano – a torto – di altro. Ma seppure per caso, ponendo che, per sbaglio, ne parlassimo in una sessione di chat sui social e quindi (per una pauretta latente) pubblicassimo la foto del figliolo (non dimentichiamoci che Flavio Briatore è un ex malato di cancro, quindi persona a rischio) nessuno verrebbe a insultare il figlio grassoccio dicendogli cose come quelle in evidenza. Mi chiedo quando sia accaduto che al TG della sera diventa importante parlare della prostatite di un imprenditore italiano, non è pazzia? E poi in seconda e terza serata. Credo che siamo alla frutta. E’ gossip! Solo Gossip!

Quando è successo che abbiamo smesso di concorrere per migliorarci? Non sono del parere che si possa perdonare il diritto di odiare e di offendere .. chi vuole farlo lo faccia in silenzio, senza disturbare, nella sua stanza, scrivendolo sui muri del proprio cesso e evitando di fare questa pietosa pubblica figura, che trascina il popolo italiano nella latente latrina dell’ignoranza e della miseria umana degradata.

Martina Cecco