Aggiornamento professionale: questione da intellettuali?

Uno non fa in tempo a tornare nel caos puzzolente della città, che gli vengono offerte mille ragioni per rimpiangere i larici e le fontanine di val Rendena: oddio, basterebbe, appunto, la differenza abissale tra quest’aria che sa di marcio e l’arietta che mi vellica le cotenne, nel giardino di casa, ma, ogni volta, a dolore si aggiunge dolore e nostalgia si aggiunge a nostalgia.

Uno non fa in tempo a tornare nel caos puzzolente della città, che gli vengono offerte mille ragioni per rimpiangere i larici e le fontanine di val Rendena: oddio, basterebbe, appunto, la differenza abissale tra quest’aria che sa di marcio e l’arietta che mi vellica le cotenne, nel giardino di casa, ma, ogni volta, a dolore si aggiunge dolore e nostalgia si aggiunge a nostalgia.

A questo giro tocca alla formazione obbligatoria: quella bella scoperta per cui, se tu fai l’avvocato, piuttosto che il dentista, ti devi sciroppare un certo numero di ore di formazione. In altre parole, devi dare da mangiare a qualche furbacchione che, di mestiere, ti racconta cosa devi fare e non fare, quando fai quello che fai.

Ovviamente, il tema di questo corso di formazione, era l’argomento di moda: lo strafottuto Covid19. Forse, parlare di corso di formazione, per una serie di sette powerpoint con test strutturato finale, è un tantino eccessivo: ma non sono stato io a cominciare!

Così, messi nel cassetto dei ricordi i bei momenti rendenesi, mi sono messo di buzzo buono a seguire questo corso online su come ci si difende dal fetentissimo Covid. Il corso, in tutto, è durato la bellezza di diciannove minuti: confesso che pensavo peggio. Tanto mi ci è voluto per fare scorrere le diapositive dei sette powerpoint. Dico scorrere e non studiare, perché, vi confesso che da studiare non c’era nulla. A meno che uno debba prendere appunti e meditare su come ci si lava le mani o sul fatto che, se baci uno che si schianta dalla tosse, rischi di beccarti l’infezione più che se fai free climbing in solitaria su “El Capitàn”.

Molteplici le informazioni utili, in caso di pandemia: rivolgiti al medico se hai la febbre a quaranta e se uno stramazza per strada coi sintomi del virus, evita di fargli la respirazione bocca a bocca. Non sto scherzando: le raccomandazioni e le esortazioni erano davvero, più o meno queste. Mano a mano che andavo avanti, ero sempre più incredulo: mi pareva impossibile che, a un pubblico di laureati e specializzati, si potesse proporre un simile assortimento di scemenze.

Ci sarà il trucco, mi dicevo: alla fine salterà fuori la trappola che ti frega, se non sei stato attento! Manco per niente: dopo i fatidici diciannove minuti, non è saltato fuori un omino verde, minacciandomi col dito. La formazione era finita.

Ho affrontato, ancora un filino preoccupato, il test finale, in cui si doveva totalizzare l’ottanta per cento di risposte esatte per ottenere l’attestato di superamento del corso: l’ottanta per cento è una percentuale molto alta, se il test è mediamente serio. Solo che questo test era del tutto in linea col resto: un’autentica pagliacciata, con domande del seguente tenore: “Un medico, durante il lockdown può o non può visitare i pazienti?” oppure “La crisi respiratoria si può considerare un sintomo del Covid19?”.

Insomma, era quasi impossibile non passare, anche se immagino che qualche collega, magari culturalmente più svantaggiato, può esserci andato vicino. Alla fine, punteggio pieno e attestato conquistato maxima cum laude.

Adesso sono pronto ad affrontare qualunque nemico virale, batterico o di qualche origine aliena: sono in una botte di ferro.

Guardo fuori dalla finestra, lo smog che si tinge d’arancione per un’enrosadirada poveracci, mentre il sole tramonta, e non posso impedirmi di pensare che la prima cura per i miei polmoni sarebbe la pineta fuori da casa mia, in val Rendena.

Marco Cimmino