Se Ars dicendi si trasforma in celebrazione dell’ego.

Se Ars dicendi si trasforma in celebrazione dell'ego.

Sono appena tornato da una cerimonia in ricordo di un caro amico, morto qualche tempo fa di Covid19: una cerimonia piuttosto articolata, giacché il defunto era una persona eminente in parecchi campi e, per ogni campo, erano presenti decine e decine di persone.

Alla mia età, purtroppo, questo genere di circostanze è abbastanza comune; a vent’anni si va alle feste, a trenta ai matrimoni, ma quando si è vecchierelli, succede frequentemente di incontrare amici e conoscenti ai funerali.

Anche per questo, uno, un po’ alla volta, metabolizza una sorta di servofreno oratorio, che scatta in occasioni in cui tirarla troppo lunga non sarebbe né elegante né corretto: così, se ti chiamano a fare un discorsetto, ti limiti allo stretto indispensabile, senza sbrodolare eccessivamente.

Questa volta, poi, la brevità era d’obbligo: lo scomparso era persona di grande sobrietà e gli oratori, chiamati ad illustrarne le molte virtù, erano parecchi. Tra i parecchi, anche il vostro affezionatissimo, che l’ha tenuta telegrafica: primo perché conta meno di zero e secondo per i motivi di cui sopra.

Anche tutti gli altri, politici e rappresentanti d’arma (il defunto aveva ricoperto incarichi prestigiosi in un’importante associazione militare), si sono attenuti a questo protocollo non scritto. Tutti, tranne uno. Questo signore, che è intervenuto per ultimo, ha montato un interminabile pippone, pieno di ellissi e di interiezioni che l’hanno reso ancor più indigeribile: l’unica cosa chiara a tutti è che, anziché tessere le lodi del defunto, il retore aveva l’unico e ossedente obbiettivo di celebrare se stesso, cosa che, come certo saprete, accade sovente a quelli che hanno un ego ipertrofico.

Noi Bergamaschi siamo, viceversa, gente piuttosto incline a glissare su noi stessi ed apprezziamo vivamente la sintesi, come tutti quelli che non hanno tanto tempo da perdere: al che, l’alluvionale prolusione dell’ometto ha visibilmente infastidito tutti.

La cosa su cui volevo invitarvi a una breve riflessione è che l’insopportabile oratore, che, tra l’altro, ha adottato un tono da notiziario Luce, che ha contribuito a rendere ancora più sgradevole il suo intervento, è un generale di corpo d’armata. Insomma, questo Capitan Fracassa, brachischelico, piacione e petulante, è uno che, in caso di guerra, avrebbe, probabilmente, comandato decine di migliaia di nostri soldati: viene da capire gli obbiettori di coscienza.

E, del pari, ci spiega perché, senza colpe dei soldati, noi le guerre spesso le perdiamo malamente.

Ah, dimenticavo: non era un alpino. Altrimenti, mica l’avrei scritto questo articolo…

Marco Cimmino