Draghi, il manuale Cencelli e la lista dei “migliori”

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Ci sono articoli che non andrebbero mai scritti: presuntuosi vaniloqui che, nella vita di un giornalista, sono l’equivalente di crisi di dissenteria. Ci sono, poi, articoli che vanno scritti, anche se non cambieranno la storia del giornalismo. Infine, ci sono articoli che non possono non essere scritti: articoli obbligatori, in un certo senso: si tratta di commenti, interventi, elzeviri, dedicati a situazioni talmente palesi e stringenti da imporre a chiunque faccia questo mestiere di dire la propria, anche se, inevitabilmente, si unirà al coro di tutti e non dirà nulla di nuovo né di diverso.

Ecco, questo articoletto prendetelo per quello che è: un pezzullo inevitabile. Perché, di fronte alla composizione del governo Draghi, nessuno, dalle fosche latebre del neofascismo clandestino fino alle stordenti atmosfere fumacchiose dell’ultimo centro sociale, ha potuto evitare di pensare: e sarebbero questi i migliori?

Draghi, invocato come l’angelo portaspada, vezzeggiato e pregato dai banchieri come dai bancari, descritto come l’onnisciente, l’onnipotente, il salvifico, alla riprova dei fatti, ha formato una compagine di governo che sembra radunata da Angelino Alfano con alla mano il manuale Cencelli. Davvero non si poteva far di meglio? Oppure non ha nessuna importanza e l’obbiettivo finale prescinde dagli amministratori?

Perché mettere, qui e là, qualche incapace, qualche mezza calzetta, un paio di ignoranti, una o due bestie, giusto per far contenti i partiti e convincerli a concorrere a questa grande bouffe, originata dal fiume di palanche in arrivo, è operazione tattica comprensibile e, forse, inevitabile. Ma mettere a fare il ministro la stessa persona che aveva determinato il fallimento del governo precedente, sa di masochismo oppure di subalternità o, infine, di doppiogiochismo.

Per tacere dei sottosegretari: va bene piazzare alla cultura chi di cultura sa men che zero, come Franceschini, ma mettergli accanto una che si vantava di non aver letto un libro da anni suona come una beffa sanguinosa per chi di cultura vive e fatica. Come quell’altro fenomeno che confonde Dante con Topolino e che è stato messo, cela va sans dire, alla pubblica istruzione. Per tacere della sindacalista con la terza media, difenditrice del bracciante oppresso, che pontificava di cicorie e sedani e ora va a dirigere le infrastrutture e che, secondo me, non sa neppure cosa significhi il termine.

Insomma, in un Paese di sessanta milioni e sbrisga di abitanti, Draghi, il Siddharta, l’Illuminato, è andato a pescare questa quarantina di cervelloni: o non aveva voglia di fare troppe ricerche sui curricula oppure glielo hanno imposto con una Luger alla nuca. Perché, onestamente, una simile legione di nullità, opachi yesmen, imbarazzanti fanfaroni, la sapevo radunare anch’io, in cinque minuti: orsù, datemi l’elenco degli espunti dalle università, dei reietti della società civile, degli zeri.

Poi, incrociate i vostri dati con quelli delle direzioni dei partiti e otterremo la lista dei sottosegretari di Draghi. Non una scelta opinabile: una scelta inaccettabile, il peggio del peggio del peggio. Se Draghi fosse stato, chessò, Di Maio oppure Salvini, ci poteva anche stare: mezza Italia considera il primo un imbecille e l’altra metà considera un cretino il secondo. Ma Draghi! Draghi, benvoluto e, anzi, invocato da tutti! Ammetterete che la delusione è un po’ diversa se in una garetta sociale inforco io alla terza porta oppure inforca la Brignone ai mondiali.

Ecco, questo vi dovevo: è più o meno quello che potreste leggere ovunque e scritto da chiunque. Ma, di fronte a un simile schifo, come vi dicevo, non si può non scrivere un articolo.

E, se son rose, fioriranno. Solo che non son rose, purtroppo…

Marco Cimmino