Diventare uomini non è diventare bravi professionisti

Sono passati trentanove anni: trentanove annetti, uno in fila all’altro. Sono sceso dalla macchina di mio papà, in via Palade, e lui ha insistito per portarmi la sacca fino alla porta pedonale della caserma: la manovra gentile del genitore non sfuggì ai veci, appostati come avvoltoi, in attesa del nipote in arrivo. Cominciò così, con una figura da troiame, la mia naja alpina nel Quinto.

Bastarono poche settimane per trasformarmi radicalmente: persi quell’anda un po’ fighetta da borghese e cominciai ad assomigliare a un najone vero. La mia penna di piccione rachitica fu sostituita da una bella penna nera, debitamente acquistata in un negozietto di articoli militari. Il mio cappello, che sembrava una patetica bombetta, a forza di tirarlo e di prendere acquazzoni, assunse le proporzioni prestabilite. Anche il resto di me, si proporzionò di conseguenza, compresi i proverbiali tre buchi di escursione della cintura, tra prima e dopo la cena.

Non lo sapevo, come scrisse l’immortale Beppo Novello, ma ero felice. E una felicità consimile ho provato, ogni volta che ho incrociato baldi giovanotti con le fiamme verdi sul bavero e la penna nera sul cappello. Mi facevano sentire a casa, sia che fossi in Tamoccolandia sia che girassi per il Trentino, il Cadore o il Friuli: erano la mia famiglia, i miei fratelli minori.

Oggi, riflettendoci, bisogna che accetti che è finita: che sui treni e per le strade delle nostre valli e delle nostre città non incroceremo più alpini, né veci né bocia. Perché di alpini non se ne fanno più. E non venitemi a dire che anche quelli che oggi fan l’alpino sono alpini: poveretti, certo che sono bravi militari. Ma manca loro la caratteristica prima di noi alpini, che non è un carattere guerriero: è, anzi, un risvolto assai poco militaresco. Ma è quello che ci fa riconoscere a naso: che ci fa sentire subito amici e che ci scalda il cuore. L’aria di casa.

Ciao Paìs, si diceva una volta. E, un po’ alla volta, noialtri veci ce ne andremo a scarpinare nel Paradiso di Cantore, col nostro passo dondolante e la testa un po’ incassata tra le spalle. E nessuno canterà più: figlia ti voglio dare per sposa a un generale…Nessuno sospirerà all’ennesimo racconto degli stessi episodi, scuotendo il capo. Finiremo nel museo dei ricordi, come le nostre bandiere, strappate dalla bufera. Non ci saremo più: questo è tutto. E, forse, proprio allora la gente capirà cosa ha perduto.

Ma sarà troppo tardi. Un Trentino senza alpini: sembra una cosa inimmaginabile. Eppure, tra non molto sarà così. Certo, ci saranno i capitani della riserva selezionata, i caporalmaggiori scelti, quelli d’accademia: ma non ci sarà più l’alpino Bettoni, che mandava a casa, alla mamma, la sua diaria di trentamila lire. Non ci sarà più Rusconi, il gigante buono. E non ci saranno tutte quelle migliaia di ragazzi qualunque che, finita la naja, portavano per sempre nei loro paesi una tradizione bella e cara.

E’ un pezzo di noi, della nostra vita, che se ne va. Una delle parti migliori di noi.

Diventare uomini non significa diventare bravi professionisti: magari fosse così facile…

Marco Cimmino