Test Invalsi: la catastrofe della scuola italiana definita in un test

Ma ce l’avete presente un test Invalsi? Perché, prima di godere, per carità legittimamente, per il primato trentino nelle prestazioni scolastiche italiane, forse, sarebbe meglio aver presente su cosa si giocava il certame.

Un test Invalsi è, a un dipresso, una cosa così. Ti faccio leggere un brano in cui si dice che Enrico VIII è vissuto nel sedicesimo secolo, che era grasso e cattivo e che ha sposato sei donne diverse. Poi, ti faccio alcune domande sulla comprensione del testo, del tipo: in che secolo è vissuto Enrico VIII? Era magro o grasso? Era buono o cattivo? Quante donne ha sposato? Bene, direte voi: per misurare la capacità di comprensione testuale di un bambino di sette anni è un ottimo sistema!

Il problema è che questo è il genere di prova che si somministra in quinta superiore: capito bene? Quinta superiore. Ecco, su una prova di questo tipo metà degli studenti italiani ha fatto cilecca: non sanno scrivere, non sanno argomentare e, spesso, nemmeno sanno parlare nella loro lingua madre. E su di una prova del genere i formidabili studenti della Provincia Autonoma hanno messo in fila la concorrenza.

Bravi eh, intendiamoci: ma io, anziché festeggiare, mi preoccuperei un po’. Intanto, perché essere i primi in una gara a chi è meno sega non è un risultato del tutto entusiasmante. E, in subordine, perché vincere una corsa contro zoppi e sciancati ti lascia sempre un tantino d’amaro in bocca.

Dunque, mi rallegro e congratulo con scolari e scuole del Trentino, ma lasciatemi il beneficio del dubbio. Che una scuola di Tione abbia maggiori risorse, migliori docenti e una visione educativa, diciamo così, più efficace di una scuola della Basilicata o della Campania, non esito a crederlo. Non esito neppure a credere che i voti assegnati nei licei e nelle università del sud siano clamorosamente pompati e che, in qualche modo, cerchino di compensare con gli steroidi una gracilità complessiva dell’impianto educativo meridionale.

Siamo più bravi noi: e a questo punto? Comunque, gli studenti delle scuole più svantaggiate, come detto, si diplomano e si laureano, oltretutto con voti altissimi: poi, non trovando lavoro a casa propria, spesso emigrano e, comunque, vengono a lavorare al nord. Dunque, il supposto vantaggio settentrionale va a farsi benedire, in un’osmosi nazionale che, alla fine, mette tutti sullo stesso piano.

Perciò, non illudetevi: il problema della catastrofe scolastica è un problema di tutti, riguarda tutti, bravi e meno bravi. E’ la scuola italiana, nel suo complesso, che fa schifo: io lo scrivo e lo vado predicando da decenni. E quella stessa Invalsi che, oggi, lancia l’allarme, è il primo dei carrozzoni ministeriali che, se dipendesse da me, convertirei a lavori agricoli.

La scuola italiana è imbottita di fumose teorie didattiche, di una soffocante burocrazia, di linee di comando ridicole, di dirigenti inesistenti, di incapaci, di fannulloni, di furbacchioni. E chi ne fa le spese per primo è proprio chi è capace, chi è laborioso, chi è, in definitiva, un fesso. Esattamente come gli studenti trentini, che oggi sono sugli scudi, ma che saranno le vittime future di questo sistema: becchi e bastonati, se rendo l’idea.

Dunque, mettete via lo spumante e i cotillons: proprio dal Trentino potrebbe partire la rivoluzione scolastica. Anche se so benissimo che, a Trento come a Messina, prosperano, nella scuola, i difensori delle tassonomie, degli obbiettivi, delle competenze: e che sono legione, intorno alle loro mangiatoie.

Marco Cimmino