Il disastro di una destra che non sa d’esserlo

Il Presidente Sergio Mattarella ha ricevuto l’On. Giorgia MELONI, Capo della forza politica “Fratelli d’Italia”; l’On. Dott. Silvio BERLUSCONI, Presidente del Partito “Forza Italia – Berlusconi Presidente”; e il Sen. Matteo SALVINI, Segretario Federale del partito “Lega – Salvini Premier”. (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Le ormai concluse, eccezion fatta per la Sicilia, elezioni comunali hanno certificato una sconfitta netta del Centrodestra, che incassa un 5-1 nelle sfide dei capoluoghi di Regione. Perse senza nemmeno combattere Bologna, Napoli e Milano, persi i ballottaggi di Torino e Milano, vinta la sola Trieste divenuta di recente capitale delle proteste contro il Green Pass. Di discorsi se ne sono sentiti già molti: il centrosinistra ha sfruttato meglio la sua compattezza di Governo, la destra ha cavalcato i no vax che sono una netta minoranza, il “pericolo fascismo” e così via. Intanto è opportuno dire che il risultato era ampiamente preventivabile: Bologna e Napoli non sarebbero mai potute essere contendibili, a Milano è stato scelto un candidato rivelatosi inaffondabile come il Titanic, Roma e Torino uscivano da 5 anni di M5S che non ha avuto problemi a sostenere i nuovi amichetti al ballottaggio.

La Destra inoltre, in Italia e nel mondo, storicamente va male nelle grandi città e va molto bene nelle periferie, dove vuoi per cultura vuoi per vicinanza maggiore ai problemi quotidiani – caro benzina, flussi migratori, mancanza di servizi sanitari e ospedalieri e via discorrendo – le ideologie e i programmi di sinistra attecchiscono meno. Quindi è stata una vittoria della Destra? Tutt’altro. Innanzitutto i candidati non sono stati all’altezza: di Milano si è già detto, ma anche a Roma ci si è presentati con un profilo che difficilmente avrebbe potuto intercettare i voti degli esclusi Raggi e Calenda, forse avrebbe potuto vincere solo in una sfida a due contro la Raggi.

Buono il candidato di Torino, che ha forse pagato più di tutti la prosopopea antifascista degli ultimi giorni. Poi è mancato il partito inteso come segreteria: la capacità di andare a prendere i voti casa per casa, di conoscere gli elettori, di saper mediare con quei profili borderline che hanno quella rete di contatti necessaria a far saltare o consentire un’elezione. È mancata la Destra stessa, quella che parla di lavoro, di impresa, di soluzioni economiche, di infrastrutture, di dinamismo, di valori, ed è stata sostituita da uno scialbo comitato di difesa da un antifascismo dal quale non c’è bisogno di difendersi se non ci si sente parte degli offesi.

Manca, tuttora, la Destra come area politica, divisa in tre/quattro/cinque soggetti che sembrano più comitati elettorali dei singoli leader che non dei veri e propri partiti, senza una leadership o una linea condivisa, senza un programma comune, senza una strategia chiara. La retorica della Destra divisa tra governo e opposizione ha poco a che fare, se Lega e FI non ne avessero fatto parte sarebbe stato letteralmente un Conte Ter.

Fa specie piuttosto vedere che sul Green Pass ci sono tre linee politiche diverse, così come sull’UE o sullo stesso Governo. È su questo che la Destra o Centrodestra che dir si voglia deve riflettere, sul diventare un collettore di idee e di volontà politiche di realizzarle. Altrimenti, si resterà sempre qui a domandarsi chi ha tradito, chi poteva far meglio, chi ha sbagliato, mentre le bottiglie vengono stappate in altri comitati.

Rinaldo De Santis