Esteri

Rishi Sunak: stucco nuovo su crepe vecchie?

Dopo il governo britannico più breve, il premier più ricco

Rishi Sunak è in carica a malapena da due settimane e il governo già arranca. I media Elkann hanno tentato forzosamente di banalizzare il disastroso governo Truss con l’accostamento alla situazione italiana, ma il paragone non regge. Per il secondo favorito dopo Truss, la vittoria su Boris era scontata, ma adesso dovrà tenere insieme la sua maggioranza. E Rishi non ne sta facendo una giusta, scatenando l’indignazione sia in casa che all’estero.

Ha richiamato al governo la poco amata Home secretary (equivale al Ministro dell’Interno), dimissionaria in un gabinetto di dimissionari solo pochi giorni prima. Suella Braverman è un personaggio chiave nel crollo di Truss. Lasciando trapelare informazioni riservate, ha compromesso il governo, ma anche la sua stessa figura. Si dichiara fiera dell’impero, nonostante le sue origini indiane, e ammette candidamente la sua “ossessione” per il progetto di deportazione di massa dei clandestini in Ruanda

Nemmeno in politica estera sembra attecchire l’effetto Obama. L’assenza di Sunak – e quella del re – al Cop27 sulla crisi climatica ha generato indignazione a livello internazionale. Il mondo anglosassone ha rinunciato alle sue ipocrisie liberal, per anni corsetto dei paesi in via di sviluppo che guardano ormai altrove. La frattura creata dalla guerra va aggravandosi e l’abbandono di un modello imposto per gli altri pesa in una Britannia post-Brexit. Non basta una classe dirigente cosmeticamente variegata, perché il Commonwealth ha degli interessi precisi e si aspetta che il premier, più ricco del re di cui detta l’agenda, risponda. 

Ma Sunak è un Conservatore dell’establishment: appartiene allo stesso mondo di David Cameron e parla la stessa lingua. La Truss, col suo leggero accento regionale, rievocava l’Inghilterra delle acciaierie. La cosa le permetteva anche di rappresentare una destra in continuità con l’era thatcheriana, glissando anche sulle note dolenti. La destra “libertaria“, una destra antistatalista e armaiola, puramente anglosassone, a tutela della proprietà privata e dei diritti della persona rivendicati anche dalla sinistra liberal nel segno dello Stato minimo.

Immagine: Morning Star

Dimissioni di massa, astensioni di massa, deputati trascinati per il colletto alle urne hanno segnato i pochi giorni di governo Truss. “Mi dimetto, non potendo portare a termine il mandato con cui sono stata eletta” diceva la Truss. Un mandato che non esiste, visto che la destra libertaria è una frangia marginale nei Tories

Le condizioni estreme portano a un correntismo sfrenato di cui i libertari sono solo una parte, ma su cui si gioca la vera partita politica per l’egemonia culturale in un sistema bipartitico. Nel mondo anglosassone, è impossibile pensare un “ricambio generazionale” delle destre e delle sinistre come c’è stato in Italia. Con Trump, la minaccia dell'”antipolitica” nei partiti di maggioranza ha rivelato fino a che punto la democrazia rappresenti un pericolo. La stessa cosa vale per la Truss, che rappresenta una destra operaia che, nel mondo Brexit, ha dimostrato il suo peso. Un peso che sta minando la compattezza del governo Sunak. 

Riguardo l'autore

Irene Ivanaj

Nata a Firenze, laureata in Scienze politiche alla University of Exeter. Già capo redattrice della rivista di filosofia Notion e redattrice di The Undergraduate. Dal 2019 collabora con diversi periodici e blog, scrivendo di politica estera e impresa.

Secolo Trentino