Cultura

Il caleidoscopio di Mikhail Bulgakov

Secondo letterato russo di sempre dopo “l’immortale” Fedor Dostojevsky, Mikhail Afanasyevich Bulgakov è uno dei più grandi della letteratura recente tout court. Tendenzialmente liquidata con superficialità, come mera critica al Soviet, la sua opera è nei fatti un vero e proprio caleidoscopio di “Conoscenza”.

Che perciò si presta a molteplici interpretazioni della realtà, sempre trascendenti il loro singolo valore, il loro senso unitario. Trascendenti quel labirinto che è per l’uomo il dualismo dicotomico che caratterizza l’approccio quotidiano alla vita della stragrande maggioranza di noi.

Bulgakov ci ricorda che nessuna verità sarà mai trovata se non in noi stessi e tramite la sommatoria delle nostre uniche, singolari, necessarie, differenze “naturali”. Nemmeno potenzialmente oggetto di “transazione” o di “transizione” con elementi alteri alla dimensione naturalistica umana, come emerge chiaramente da alcune delle opere che passeremo in rassegna nel presente articolo.

Nato a Kiev e orgogliosamente russo, Bulgakov è ben consapevole quale sia l’unico ruolo dell’intellettuale: ergersi a difesa della vita, della Natura, come un vero guerriero divino. 

Non importa che sia una guerra combattuta con le armi, con le mani o con la mente: è sempre e comunque una guerra che mira a mettere gli uomini l’uno contro l’altro.  Come disse Dostojevsky ne Il Giocatore, “gli uomini, non soltanto alla roulette ma dappertutto, non fanno altro che portarsi via e vincersi l’un l’altro qualche cosa.

LA CRITICA ALLA SCIENZA E ALLA TECNOLOGIA

Gli uomini sono cosi. Amano contrapporsi e condursi per mano volontariamente verso la propria repressione: come testimoniato da scientismo ed eutanasia o da quello strumento demonico anche detto tecnologia; digitale, in particolare. La visione vitale di Bulgakov affonda radici nelle influenze paterne. Il padre era docente di storia e critica delle religioni occidentali presso l’accademia teologica di Kiev.

Da ciò è facile comprendere perché Bulgakov ci abbia comunicato un profondo scetticismo nei confronti della visione di Scienza e Tecnologia che iniziava a palesarsi ai suoi tempi.  Ci ha avvertito che nella contemporaneità, la metafisica, la natura, la divinità, sarebbero state vittime, d’attacchi ben peggiori rispetto a quelli fino a ieri perpetrati.

L’iniziato russo ci ha ammonito, sui rischi cui andava incontro un’idea di Natura ridotta a mera pertinenza del Capitalismo. Vittima sacrificale di Scienza e Tecnologia. Perciò, prima d’affrontare il suo capolavoro “Il Maestro e Margherita”, ci si è addentrati nello studio di alcune opere “collaterali” ma di certo non meno importanti.

Proponiamo quindi quattro recensioni di altrettanti romanzi brevi dell’autore russo: Morfina, Le Uova Fatali, Cuore di Cane e Diavoleide.  Opere in cui, il maestro Bulgakov, tramite la sua inimitabile grottesca satira, ci mette in guardia, su quell’invalicabile linea rossa, sulla vera dimensione dell’uomo. E sui rischi, cui questa, pare andare incontro, nell’inevitabile scontro con le più grandi insidie per l’uomo del presente e del futuro: sempre loro, Scienza e Tecnologia.

Ora sublimate in una manifestazione congiunta e su cui Michel Foucault aveva avvertito il mondo: la Bio-politica, la strumentalizzazione della salute collettiva e l’uso della tecnologia a fini di controllo. Paradigma ufficialmente inauguratosi nel 2020.

Nato e cresciuto a Kiev, affermatosi e defunto a Mosca, l’iniziato, letterato e drammaturgo Mikhail Bulgakov, è da sempre sinonimo di profondo simbolismo vitale.  Di quelle contraddizioni, la cui sublimazione degli opposti, è essenziale nella visione olistica comunicataci dal grande autore russo, come già detto.

Con i tempi che corrono, non sorprende sapere che la sua memoria “ucraina” sia vittima di quello stupido e illogico scempio culturale chiamato Cancel Culture.  Fenomeno che incarna a pieno il Falsificazionismo a-scientifico e il Negazionismo a-storico che contraddistingue l’ideologia che lo condanna.

Che nel caso di Bulgakov, è giustificato anche dall’avversione verso i prodromi dei contemporanei nazisti Ucraini, di cui parla nel suo primo romanzo, “La Guardia Bianca”. Da cui l’adattamento teatrale “I Giorni dei Turbin”, di cui Josef Stalin era innamorato.

Rappresentazione con cui Bulgakov mette in luce le atrocità di un’insensata guerra fratricida, ovviamente, alimentata da forze esterne, come nell’attualità. Create nella speranza di destabilizzare prima e demolire poi l’integrità identitaria russa: un tentativo già fallito più volte in passato e che continuerà a fallire, come la storia insegna.

Corsi e ricorsi storici, obietterebbe l’orientalista Giambattista Vico. Nihil novo sub solem, direbbero altri. Principalmente conosciuto per il suo contributo da letterato, è risaputo Bulgakov fosse altrettanto – forse meglio dire principalmente – dedito al teatro.  Ciò di cui poco si parla, ma che emerge più di tutto nelle sue opere, è l’esoterismo, il simbolismo occulto, il portato profetico, che permea gli scritti dell’autore.

Catalogarne l’opera esclusivamente come una critica al sistema Sovietico, è, infatti, riduttivo, fuorviante, semplicemente scorretto!  Se c’è una caratteristica comune, a tutte le opere in trattazione, è proprio la loro capacità di fornire al lettore un’ampia rassegna di potenziali interpretazioni. 

Tutte caratterizzate da un incredibile valore profetico. Il che aiuta a comprendere, come mai, l’opera di Bulgakov, sia stata ostracizzata, anche per decenni dopo la sua morte. Il Maestro e Margherita, rappresenta, senza dubbio, il climax di tale processo. Un iter che, nella mente dell’autore, ha iniziato a emergere in questi brevi romanzi antecedenti a esso.  Vediamo quindi come ciò sia avvenuto progressivamente in Morfina, Le Uova Fatali, Cuore di Cane e Diavoleide

MORFINA

La scienza che attenta alla vita, gli omicidi per iniezione, una pratica invalsa da molto tempo, direbbe il compianto Eustace Mullins, l’allievo di Ezra Pound.

Vero attivista e intellettuale, Mullins è stato autore, tra gli altri, di “I segreti della Federal Reserve” e “Omicidio per Iniezione”, testi che andrebbero fatti studiare a scuola. Non c’è dubbio che, se Mullins avesse avuto modo d’incontrare Bulgakov, i due, avrebbero avuto molto di cui discutere, nonostante le grandi differenze culturali. 

La loro lucida visione del nemico era chiarissima agli occhi di entrambi: tutti e due godevano di uno “spiccato senso della vista”, avrebbe commentato Manly Palmer Hall. Morfina è l’ultimo lavoro che Joseph Stalin permise a Bulgakov di pubblicare. E di questi tempi, è forse il più attuale, assieme a La Guardia Bianca.

Gli altri che tratteremo, preconizzano ben altre derive future, che il genio di Bulgakov aveva intuito con secolare anticipo. Morfina narra la storia della dipendenza da cui era attanagliato l’autore, qui impersonato nel racconto che emerge dal diario del medico suicida Sergej Poljakov.  E’ il 15 Febbraio del 1917 quando ha inizio il dramma della dipendenza dalla morfina di Mikhail Bulgakov. 

Un dramma, causato, “da una medicina che è lungi dall’esser una scienza esatta”.  Una scienza in cui, Bulgakov, aveva riposto tutta la sua fiducia.  Henri Bergson avrebbe detto che la scienza, si presumeva essere l’obiettivo dell’elan vital di Bulgakov: e in un certo senso, cosi è stato, effettivamente.

Purtroppo, non nel senso che lo stesso autore russo sperava. E’ infatti lecito presumere che, il senso della vita e dell’opera tutta di Bulgakov, risieda in questo tragico evento.  Un tradimento, un rovesciamento iconico di cause ed effetto, un tema che permea tutta le opere in analisi nella presente trattazione.  La trasmutazione degli elementi vitali, il bene che diventa male, la necessità delle inevitabili contraddizioni tragicomiche umane come fattore catartico.

Come il Bulgakov ladro di morfina. Falso con se stesso, quindi con chiunque altro. Accecato dal bisogno fisico: più di ogni altra cosa. Schifato da se stesso più che dalla vita.

E’ questo il ritratto che emerge dalle memorie dell’autore e della sua dipendenza dalla doppia puntura quotidiana.

Quindi come diventò morfinomane, il giovane medico di stanza al reparto di pediatria dell’ospedale nell’Oblast di Smolensk, Mikhail Afanasyevich Bulgakov?

Formatosi come dottore e divenuto scrittore professionista negli anni 20 dello scorso secolo, Bulgakov fu avviato alla pratica medica subito dopo gli studi.

I nemici di Bulgakov, al tempo, si chiamavano difterite e scarlattina. Per operare, e presumibilmente, tenersi indenne dai rischi della difterite, si vaccinò. 

La reazione avversa fu talmente veemente, da causargli dolori che “lo facevano rivoltare nel letto… come se avesse un pezzo di ferro arroventato dentro lo stomaco” .

E’ cosi che Bulgakov ricorse alla morfina: per ovviare ai tremendi dolori causati da una reazione avversa, a un vaccino, per la difterite. 

Vaccino che, si presumeva, dovesse farlo operare come ambasciatore, di quella salvifica scienza. E che invece, si è tramutata in nemesi di se stessa.

Palesandosi tramite l’avvento della Dea Ramnusia, avrebbe probabilmente ironizzato Bulgakov: e cosi, creando uno dei suoi più grandi detrattori di sempre.

DIAVOLEIDE

L’opera di cui è protagonista lo sfigato Koroktov, a volersi sforzare, è forse l’unica in cui si riesca a intravedere, un briciolo di critica alla burocrazia e al sistema del Soviet.

Personaggio che preconizza, per certi versi, la figura del ragionier Fantozzi. E non solo. Per un Italiano, è carattere impossibile da non affiancare ai grandi personaggi magici del Cinema di Federico Fellini. O del teatro dell’assurdo del Godot di Samuel Beckett. Koroktov, impiegato in una fabbrica di fiammiferi, perde presto il senno, per cercare d’aver udienza dal suo capo e aver lumi sulle ragioni del suo incomprensibile licenziamento. 

Il protagonista passa la quasi totalità del tempo a rincorrere il suo capoufficio, l’inafferrabile grassone Mutandoner, reo di averlo licenziato, senza ragione.  Nella sua corsa disperata, Koroktov è protagonista di situazioni, dove magico e surreale, trovano una sintesi comprensibile a pochi. 

Sono gli eventi che si susseguono, durante questa interminabile rincorsa al crudele e sinistro Mutandoner, oltre ai simboli che la caratterizzano, che portano a riflettere sulle prospettive che ci offre, il caleidoscopio di Bulgakov. 

Per certi versi, in Diavoleide, non è difficile presagirlo visto il nome del racconto, emergono temi e simboli che costituiranno il magnum opus incompiuto dell’autore, il Maestro e Margherita. 

Koroktov è un proto-Woland. 

Il ricorso a elementi pregni di simbolismo iniziatico, come vortici, spirali, galli, candelabri, e puntine, potrebbero sembrare combinazioni casuali, eppure, tali non sono. 

Come mai il ricorso a tutti questi elementi misterici, esoterici, magici, per una critica di stampo sociale? 

Chi rappresenta lo spaventoso Dyrkin, un momento terribile e l’altro mite? 

Chi è l’Artur Dyktaturic, che minaccia sia Dyrkin, che Koroktov, di far una brutta fine, qualora s’impiccino nuovamente dei suoi affari? 

Il magico, sinistro, surrealismo infuso nelle vicende che alimentano la narrazione appare celare una sorta di alchimia, come se in un quadro affiorasse la visione di Salvador Dali, per trovar coerente amalgama con il pensiero di Manly Hall. La grottesca satira Bulgakoviana, unita all’esoterismo celato dietro la simbologia, trasforma le vicende di Koroktov, in una sorta di sadica, science fiction sociologica.  Quando a Mario Soldati fu chiesto di commentare il film del principe Antonio De Curtis “Che fine ha fatto Totò Baby?”, Soldati rispose: “Un’esilarante danza macabra”.  Ci sentiamo di sottoscrivere integralmente tale definizione e applicarla al testo in questione.

LE UOVA FATALI 

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La denuncia dell’incombente deriva che la scienza stava prendendo, emerge palesemente in questo racconto, cosi come nel prossimo che sarà oggetto d’analisi, “Cuore di Cane”.

Entrambe le novelle, caratterizzate da una stridente critica allo scientismo e alla sua nascente ossessione, ai tempi dell’autore, la pianificazione genetica.

In “Le Uova Fatali”, Vladimir Ipatievich Persikov, scienziato 58 enne e professore di Zoologia, conduce una vita atomizzata.  Lasciato dalla moglie per la sua ossessione scientifica, vive con la sua badante Mar’ja Stepanovna e salvo di rettili e anfibi, poco altri gli interessa. Rettili e anfibi, that’s it. Un momento di disattenzione lo porta a fare una scoperta sensazionale: guarda caso, studiando le interiora delle rane tramite uno strano “raggio rosso”.

Grazie a tale scoperta, Persikov riesce a decuplicare lo sviluppo cellulare delle rane e la notizia si diffonde presto per il paese portando le autorità russe a interessarsi alla cosa.  Qualche tempo dopo, lo scienziato riceve la visita di un tale Rokk, inviato direttamente dal Cremlino con il fine di sottrargli l’invenzione. Persikov nel frattempo attendeva delle uova di coccodrillo, serpente e struzzo per i suoi esperimenti, ma a causa di un errore, esse vengono consegnate allo stesso Rokk.

Il quale sperimentando l’uso del raggio, convinto fossero uova di galline, porta alla proliferazione incontrollata di mostruose creature rettili che devastano Mosca. Una folla di moscoviti accorre quindi allo studio di Persikov, reo di aver portato la capitale a rischio estinzione e uccide sia lui, che i suoi aiutanti.

Leggere le “Le Uova Fatali” (Rokovye Jaika in russoè stato, una sorta di “folgorazione”:  la novella narra quasi pedissequamente eventi effettivamente avvenuti nel novembre 2021. Poco di più di sei mesi fa, pubblicavamo sul blog del think tank Machiavelli un articolo che riportava fatti di cronaca speculari a quelli narrati nella novella di Bulgakov.

I “progressi scientifici” ottenuti al Wyss Institute con la genesi degli Xenobots, i primi robot che si riproducono, ricalcano similarmente, gli eventi narrati dal letterato russo.Ci si chiede come Bulgakov, avesse potuto intuire con tale preveggenza i termini di modificazione di natura e biologia terrestre. Chiaramente, causata da uomini scellerati. 

Guidati dal loro ego. E dal desiderio d’arricchirsi ed esercitare controllo sui più deboli.

La scienza come presunto progresso che poi evolve in un mostro incontrollabile, che si ritorce contro il proprio creatore, è il leit motiv, di “Le Uova Fatali” e “Cuore di Cane”.

Ed è al Wyss Institute, dipartimento dell’ateneo di “Harvard”, omonimo alla fondazione del filantropo svizzero Hansjorg Wyss, che la fictio di Bulgakov è divenuta realtà. 

Come già dimostrato dal predetto articolo, gli Xenobots, i primi robot che si riproducono, son venuti alla luce sviluppando cellule di rana. Come nella novella dell’autore russo.

Ci si chiede se, al Wyss, si siano avvalsi della spirale rossa, del raggio rosso, di cui fa scoperta il Professor Persikov?

Ciò che è certo, è che il Wyss Institute, sembri integrare a pieno lo stereotipo di scienza verso cui esser scettici e di cui parla Bulgakov.

Che intendiamo? Beh, il curriculum del filantropo di buon cuore, Herr Wyss, dovrebbe, sollevare qualche interrogativo, quantomeno. 

Erede di una famiglia collaborazionista. E di una delle aziende centrali per il terzo Reich. 

Pioniere nel settore dell’ingegneria biomedica, fondatore di Synthes, azienda distintasi per l’uso dei clienti come cavie, non curante delle fatalità che la politica aziendale stessa causava.  

Principale finanziatore illecito, insieme a altri due filantropi dal cuore tenero che nemmeno nomineremo, del partito Democratico americano e cosi via.

Potremmo continuare a incensare una carriera, inequivocabilmente, dedita al supporto dell’autosviluppo umano…

In tutta onestà, nella realtà, ci accontenteremo di sapere che non avvenga quanto successo nel romanzo breve di Bulgakov. 

Ossia che come la boriosa incompetenza di qualche funzionario nel racconto, la mala fede che contraddistingue sempre più gli attori che regolano le dinamiche globali contemporanee, non sia causa di epigoni come quelli narrati in Rokovye Jaika.

O in testi scritti dagli scienziati contemporanei. Autori delle stesse tecnologie di cui denunciano i rischi, vedasi Kim Drexler, Ray Kurzweil e Elon Musk, ad esempio.

CUORE DI CANE

Di certo la più conosciuta, forse la migliore, delle opere in trattazione è quella che narra della trasmutazione del cane Pallino nel tovarish Pallinov. 

Voleva Mikhail Bulgakov solamente dirci, sulla scia di Kafka e della sua critica Nazismo, che il regime sovietico degrada l’uomo a cane o eleva esso al rango di uomo? E che in tali regimi dell’uomo, non resta nulla, se non un cane dissoluto, aggressivo e bifolco?

No, no e ancora. O quantomeno, non solo.

Cuore di cane è un misurino d’acido corrosivo gettato negli occhi di quell’elite scientifica che scherza col fuoco varcando in maniera dissennata il confine tra realtà e natura nel nome della “scienza e del progresso”.

Tema quanto mai attuale, purtroppo. Non si è soli, infatti, a vedere la trasmutazione biologico-identitaria del personaggio di “Cuore di Cane” non tanto nei termini del nuovo homo sovieticus, quanto in quelli di un modello di uomo futuro.

Il trapianto d’ipofisi cui è sottoposto il cane Pallino e che lo trasforma in un individuo costantemente ubriaco, intento a importunare donne e proclive alla rissa, è un tale scherzo della natura, che spinge il professore Preobrazhensky, lo scienziato che vi ha dato vita, a ricondurlo alla sua originale natura, il prima possibile. 

Un processo di reversione che si teme però non sarà esperibile, salvo terribili conseguenze, da parte del novo homo singularitanus: il modello transumano che s’insedierà presto nelle trame sociali e sui cui Bulgakov, ai nostri occhi, intendeva metterci in guardia.

Quando quella scienza di cui parlava l’autore, aggredirà le ultime roccaforti umanistiche presenti nella contemporaneità, insediando tecnologia e scienza direttamente sotto la cute, o nella testa, delle persone, il sogno malato del professore Preobrazhensky, diverrà realtà. 

Diceva Ennio Flaiano dei politici: “Si battono per l’idea, non avendone una”. 

Confidiamo quindi queste interpretazioni, un po’ fuori dalla norma, stimolino l’interesse del lettore a conoscere o approfondire, l’opera di uno dei giganti nella letteratura, del secolo scorso e non solo.

Qualora cosi non sia, ci consoleremo pensando a quanto diceva Bulgakov, per schernire i suoi più feroci critici: “L’insulto è la ricompensa abituale di un lavoro ben fatto.” 

Affermazione che testimonia come, grazie al suo caleidoscopio olistico e al contempo intellettuale, Bulgakov trovava sempre come ovviare, alle avversità con cui sistema, burocrazia, scienza e progresso; cercavano senza successo, di spingerlo giù dal crinale.

Spasiba Mikhail.

Giulio Montanaro

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Riguardo l'autore

Giulio Montanaro

Nato a Padova il 19/11/80, si appassiona presto alle lingue, alla storia e alla filosofia. Scrive dal ‘93 e dal ‘99 collabora con organi di stampa. Ha lavorato nel settore della musica elettronica, distinguendosi come talent scout e agente di alcuni degli artisti più importanti degli ultimi 15 anni. Ha fatto esperienze nella moda e nel tessile e vissuto in 9 città differenti. Esausto del modello occidentale-neoliberista, vive ora in Tunisia.

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