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Lettere al Direttore

Quattro chiacchiere con il direttore in risposta su Roald Dahl

Perbenismo solo e se conviene: siamo in mano al politicamente corretto, gestito da una crocchia di neo liberal(s) autodefinentesi democratici, in realtà aderenti pienamente al radicalismo di classe e al pensiero unico (temono il rifiuto) che si avvalgono di algoritmi e di intelligenza artificiale (il latte vaccino cassato perché nominava i vaccini, la finocchiona cassata perché non si sa, vedremo se casseranno anche il pandoro, contenendo la parola oro è classista).

Triccheballacche

Amici Miei, esattamente, carissimo opinionista pungente, che viene nella tana del lupo a toccare tasti dolenti. Da donna di una certa età, che sono, età certa (44 non politicamente corretti ma gentili) ho sempre cercato di fare mediazione. Non sono estremista, a volte integralista, ma estremista, nel ragionare, NO. Io cerco la “ratio”. Credo, in questo frangente, sapendo di non sbagliare, che siamo in mano a chi è più furbo che santo. Ma l’etica dell’intenzione non è una sciocchezza da lasciar in mano alla cosiddetta intelligenza artificiale: il rogo delle streghe è già avvenuto.

Il logico Abelardo sostenne che “Il vero problema, il peccato, è da individuare non nell’inclinazione umana, non nell’atto, ma nell’intenzione. È necessario dunque distinguere tra natura dell’intenzione e natura del risultato”.

Dopo questo momento alto di filosofia del pensiero medievale, torniamo a terra, precipitando e scavando nello stagno palustre del web 2.0 che ha partorito una serie di mostri, gli estremismi: ovvero dell’incapacità di vivere serenamente i pro e i contro, quella cosa che si chiamava “equilibrio mentale”, che non c’è più. “Ma che ne sanno i duemila” suona Gabry Ponte.

Ci sbraniamo per una lettera

Ecco la famosa frase di un autore che di matti se ne intendeva parecchio, William Shakespeare: “Non è una mano, né un piede, né un braccio, né un viso, nulla di ciò che forma un corpo. Prendi un altro nome. Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo “rosa” anche con un altro nome avrebbe il suo profumo.”

Le dirò: se facebook è lo specchio del mondo del futuro, la libertà di espressione in futuro sarà pari a zero. Ho tolto facebook, non penso che lo riattiverò, non serve più a niente. Mi sembra il Grillo parlante. Una famiglia l’ho avuta, grazie.

Scrissi, per farle un esempio .. che un tempo in Trentino si mangiavano i gatti, post rimosso; scrissi che lungo l’Adige una famiglia padre, madre e marmocchio prendevano i conigli a sassate, post rimosso; scrissi un giorno che una tizia che mi calunniava poteva andare a farsi.., post rimosso. Rimuovono i capezzoli di chi allatta e la fregna dei quadri. Mi chiedo a cosa servano i contesti sociali se non sono sociali. Contenuti che possono essere pericolosi, rimozione per la sicurezza degli utenti. E qui ovviamente sono scoppiata in una fragorosa risata. Oltre ad essere intelligenza artificiale esso è demenza naturale. Sia chiaro, mi sono tolta io, non amo perdere tempo.

Torniamo a noi e al nostro discorso

“Libertà, libertà” come dice sempre il giornalista di Radio 24 Giuseppe Cruciani, capofila incontrastato del movimento per la libertà di espressione e di pensiero nei media.

Credo che ci siano poche idee e ben confuse nel mondo odierno: le persone si pentono di cose che non hanno nemmeno pensato, mescolano il gergo con la parlata, mescolano i piani e i contesti, mescolano specialmente i ruoli. Uno non vale uno, uno vale per se stesso, ovvero uno è uno, ma con la sua qualifica. Lì inizia e lì finisce la velleità di questi voli pindarici.

Se è evidente che un insegnante non possa violare la Legge sulla privacy dando dello zingaro ad un suo studente, perché di fronte a sé egli ha degli studenti, tutti uguali e con il diritto alla segretezza per etnia, tutto sommato predisposizione affettiva, nonché classe sociale, ceto e religione, è altrettanto evidente, però, che se sta parlando di uno zingarello che ha scippato una vecchina lo identifica come tale.

Piovono polpette? Sì, no, forse.

Che mondo è mai quello in cui debbo identificare cose, animali e persone con dei numeri e non posso usare aggettivi ed avverbi? La lingua si spiega con le descrizioni, se io sono bianca e tu sei nero, se ci sono “gli altissimi negri” “essere delle mozzarelle” non è un’offesa; tra amici la parola negro è tollerata, almeno quello si sente; diverso è se mi metto a urlare in strada “negro di m.” a chi mi sta sulle balle, allora la mia intenzione è di attaccare briga e ben mi sta la querela. Non è nemmeno razzismo, quello, è solo violenza.

Usare la propria lingua è segno di identità, il linguaggio invece è appartenenza: non usciamo mai dal nostro territorio, semmai possiamo al massimo copiare (scimmiottare)

Libertà è essere liberi anche di dire fregnacce, o di dire verità che sono brutte da dire: se una stanza è disordinata, come la mia attualmente, non posso certamente dire che è una stanza ordinata. Lo stesso è il mondo intorno a noi, che ci tocca e ci riguarda.

Elly Schlein avrà successo, a mio parere, perché riempie un vuoto pneumatico presente da tempo: sardine, friday for future, movimenti per la libertà sessuale, verdi arcobaleno, unicorni, sono alla ricerca di un leader. Lei incarna la volontà di essere leader, essendo molto benestante ha anche il tempo necessario per farlo. Credo che per il centro destra sarà indispensabile restare ben saldo e unito: senza Fratelli d’Italia perderemmo i fratelli e anche l’Italia.

Sottovalutare quella signorina felicemente bruttarella è un po’ come la domenica mattina quando i testimoni di Geova suonano il campanello sottovalutando gli occupanti della casa: Geova rischia di rimanere senza testimoni.

Ecco, cerchiamo di non restare senza Governo, perché se arriverà a Roma diventeremo una succursale secondaria di Parigi, già succursale di Bruxelles. E sarebbe da ridere, perché tecnicamente la miliardaria è un politico italiano, ma ha più cittadinanze che panze.

Cittadina svizzera e statunitense, per cui non può che sentirsi europea, naturalmente atlantista, estranea al concetto di sovranità nazionale.

Premessa fatta, per chiudere: ci sono libri in cui si riesce da soli a dare una datazione agli eventi e alle traduzioni, io credo che questo sia uno dei compiti della letteratura d’autore. Non si devono ripulire i libri, sarebbe come dipingere la Cappella Sistina con il pantone dell’Euro(brico). Pensiamo ad Omero. Con la parola ha educato un popolo, una civiltà. Evidentemente la sapeva usare.

Ludwig Wittgengstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus scriveva che “Il linguaggio traveste il pensiero. Di modo che non si può concludere dalla forma esteriore del vestito alla forma del pensiero sotto il vestito; perché la forma esteriore del vestito è fatta per tutt’altri scopi che quello di permettere di riconoscere la forma del corpo. Gli accordi taciti per la comprensione del linguaggio comune sono enormemente complessi.”

In pratica, per essere spicci, quando diamo di matto perché qualcosa non confà le nostre esigenze, quando ci sentiamo incompresi e iniziamo a menare torroni, non stiamo cercando di capire cosa ci hanno detto, non ci interessa il dialogo, stiamo solo accentrando l’attenzione su noi stessi. Solipsismo dell’io moderno e contemporaneo.

Resterebbe da chiarire ancora un punto: perché sentiamo questa necessità di rendere normati tutti i contesti? Il diritto è sinonimo di dovere e insieme sono garanti della libertà, ma esiste un limite oltre il quale la norma non deve andare? Esiste ancora un intimo?

Io sono fermamente convinta che questa maniacalità pericolosa sia la conseguenza dell’automazione. Quando le incisioni venivano fatte sul marmo a nessuno passava per l’anticamera del cervello di modificare i testi delle colonne e dei muri perché la percezione culturale era cambiata. Restavano testimonio del tempo, la vita andava avanti, senza sentirsi danneggiata nel sé.

Adesso, con Office 365 è semplice, basta un click. Allora ci siamo inventati tutte queste cazzate. Per occupare i tempi morti, perché il nostro problema non sono le schwa ma i tempi morti.

La vita non è perfetta

C’è un film, precursore dei “2000” che era Radio Freccia di Luciano Ligabue. Noi, oggi, viviamo i social come una narrazione continua, un film della nostra vita sempre live, ecco il problema, che riassumo con questa frase che, a mio parere, calza a pennello. Se non ci fossimo incuneati in questa realtà virtuale dove tutti recitano la parte di loro stessi, sarebbe tutto più facile.

“Quante volte ve lo devo dire! La vita non è perfetta, le vite nei film sono perfette, belle o brutte, ma perfette, nei film non ci sono tempi morti, la vita è piena di tempi morti, nei film sai sempre come va a finire, nella vita non lo sai mai! E voi ne sapete qualcosa di tempi morti?”

Cosa meglio di un film per dire che ci tocca svegliarci e uscire dal nostro film? La vita è quella cosa lì fuori dove ognuno è quel che è e, specialmente, non conta niente. Quindi, se non vogliamo sbranarci per una lettera, perdere il filo del discorso, finire per scimmiottare gli altri, perdendo di vista noi stessi, seguendo i like, ci tocca prenderne atto e accettarci per quello che siamo, con pregi e difetti. La cattiveria è altro.

Martina Cecco

Riguardo l'autore

martinacecco

Giornalista e blogger. Collaboro con il web in rosa di Donnissima. Dirigo Secolo Trentino e Liberalcafé. Studio Filosofia presso l'Università degli Studi di Trento.