L’11 luglio 2025 il blog “Messa in latino” – tra i più seguiti nell’ambito cattolico tradizionalista italiano – è stato rimosso da Google Blogger. Con un solo clic sono stati bloccati 22.000 post d’archivio e oltre 300 già programmati. Il motivo ufficiale? Violazione della policy contro l’hate speech, l’incitamento all’odio.
Ma chi decide cos’è odio e cosa no? Chi stabilisce cosa si può dire e cosa invece deve sparire? La domanda è scomoda, ma necessaria.
Il blog è stato improvvisamente rimosso in una modalità che ha dell’inquietante. Del resto, questo è l’effetto di un certo politicamente corretto d’importazione, che ha trovato terreno fertile anche in Europa grazie all’influenza culturale delle grandi piattaforme americane. Proprio da chi si vanta di essere campione di democrazia arriva oggi un modello in cui il dissenso viene silenziato non attraverso la legge, ma tramite termini di servizio privati imposti da soggetti che operano al di sopra delle giurisdizioni nazionali.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui questo caso è stato gestito. Messa in latino non è (solo) un blog. È una comunità. Una voce. Un aggregatore di riflessioni, testimonianze, spesso scomode. È – nel bene o nel male – un luogo dove la fede si intreccia con la critica, dove la Tradizione si difende con toni talvolta duri, ma sinceri.
Eppure, tutto questo è stato spazzato via. Senza contraddittorio. Senza possibilità di replica. Nessun avviso, nessuna gradualità, nessun confronto. Solo un algoritmo. Un clic. Come se non importasse quante persone leggessero, condividessero, trovassero in quel sito un senso di appartenenza. Non è stato punito un contenuto: è stato colpito un modo di pensare.
Parliamo di un’espressione di fede vissuta e raccontata in modo minoritario, certo. Ma minoritario non significa illecito quando tratta di contenuti che, pur fortemente identitari, non incitano alla violenza né al terrorismo nè all’illegalità, ma esprimono una visione del mondo.
In nome della lotta all’odio, si impone un’omogeneità asettica. In nome del rispetto, si cancella il conflitto. Ma cancellare il dissenso significa negare la stessa dinamica hegeliana del pensiero, dove è solo dallo scontro tra tesi e antitesi che nasce una sintesi capace di comprendere entrambi i poli.
L’idea che una multinazionale privata – che detta regole non negoziabili, che impone il “giusto” e bandisce il “sbagliato” – possa decidere arbitrariamente chi ha diritto alla parola, è un problema prima culturale, poi politico, e solo infine religioso. Nei fatti è un messaggio di sfiducia nei confronti delle persone che navigano su internet che con tali regole vengono considerate non capaci di riflettere, comprendere e farsi un’opinione libera e indipendente.
Siamo di fronte a un paradosso: si invoca il politicamente corretto come tutela, ma lo si impone come dogma. E chi dissente, anche solo per ragioni di fede, viene espulso. Non discusso, non contestato: espulso. Questo non è dibattito: è epurazione digitale.
Il caso di Messa in latino ci dice qualcosa di più grande: che l’Internet che conoscevamo, quello delle opinioni plurali, delle comunità in dialogo (o in scontro), non esiste più. Al suo posto, c’è una Rete che premia il consenso e punisce il dissenso, che nasconde l’eccezione e produce conformismo. Una Rete dove la libertà non è più un diritto, ma un permesso – revocabile, unilaterale, silenzioso.
Messa in latino tornerà? Forse. O forse dovrà andarsene altrove, in un angolo più oscuro e meno visibile del web. Ma il punto vero è un altro: possiamo ancora dire qualcosa che dia fastidio davvero?
Perché una società che tollera solo ciò che è comodo non è libera. È semplicemente addomesticata con contenuti sempre più uguali tra di loro in un contino loop che porta lentamente all’esaurimento l’essere umano.
M.S.

