Il 23 giugno è la notte di San Giovanni per i credenti, la notte delle streghe per gli amanti del folclore esoterico. Nell’area del parco natural/archeologico dell’antica città laziale di Veio, nei pressi della via Cassia, a Roma, si recavano in molti per avvertire vibrazioni, cercare suggestioni, e quant’altro d’interesse per chi studia e magari pratica un certo genere di culti e va in cerca di emozioni extrasensoriali.
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Così fanno nella tarda serata di quel giorno, è il 1986, Luciano Hani Tarek, ventinovenne italo- egiziano, quasi biologo e prossimo sposo e Giuseppe Costa, suo ex professore delle superiori, accomunati dalla passione per le filosofie, le religioni e i fenomeni della percezione, oltreché per Julius Evola. Si discute ancora se per la gitarella notturna i due si ritrovassero soli per il forfait di altri, come il figlio del professore, o si fossero ritagliati una serata esclusiva, ma non era la prima volta che vi si recavano.
Parcheggiata l’auto di Luciano, che è alla guida, i sodali si incamminano per un sentiero che oltrepassa un ponticello e una cascata, in mezzo a un bosco, luoghi allora non curati come oggi; una coppia di fidanzati che amoreggia nei pressi del vicino cimitero non sembra far caso a loro e non si scompone più che tanto udendo due colpi; ma dovrà interrompere l’idillio quando Costa, trafelato, arriva chiedendo aiuto per un’aggressione e un suo amico a terra.
I due morosi se la filano, ma non bisogna essere severi: l’ultimo duplice delitto del mostro di Firenze risaliva a pochi mesi prima; da tempo se ne contava uno all’anno e l’Italia temeva, col fiato sospeso, che il killer delle coppie tornasse a colpire, anche in regioni limitrofe alla Toscana; tuttavia essi andranno dai Carabinieri. Giuseppe corre a sua volta alla più vicina, ma lontana, stazione dell’Arma e chiede aiuto; quando si arriva sul posto dell’agguato, Hani è già deceduto, per un colpo in regione pettorale.
L’indagine non provoca un’eccessiva risonanza e i tempi non sono ancora maturi per trattare temi esoterici o eventuali incontri “proibiti”. Il solito “Telefono giallo” vi impegna una puntata del 1989, a cui partecipa il fratello di Luciano, Stefano. Il giovane, visibilmente scosso, tuttavia appare scostante e altezzoso e preoccupato, sopra ogni cosa, di difendere il professore. Egli disegna la figura dell’insegnante con toni apologetici, come un mentore e amico di famiglia di rara probità, di fatto soffocando un dibattito sulle possibili piste. L’omicidio rimane irrisolto.
Oggi, trascorsi i decenni, gli interrogativi sono intatti. Costa parlò di tre uomini di infima statura, non chiari di pelle, forse asiatici, che avrebbero prima urlato in una strana lingua, poi scatenato su di loro una sassaiola, gridando qualcosa come “date droga” e infine sparato tre colpi ( mentre la coppia in auto aveva parlato di due), uno solo andato a segno sul ragazzo. Forse portarono via l’orologio di Luciano, non è chiaro, ma di certo non rapinarono nulla e si sarebbero dileguati nel buio.
Bizzarra appare l’ipotesi avanzata allora, di un gruppo di Tamil impazziti. Le “Tigri Tamil” erano guerriglieri singalesi in lotta per l’indipendenza, che si autofinanziavano con il narcotraffico, ma in genere venivano dati come attivi all’EUR e non in quei paraggi. Che in zona si potesse svolgere uno smercio di droga era una voce; che si trovassero tracce di qualche strano o bislacco rito, fu confermato anche da una telefonata alla trasmissione di Augias e, d’altronde, il vicino cimitero poteva invogliare balordi di ogni genere. Fu scartata l’ipotesi dei “tombaroli”, perché non c’erano sepolcri da saccheggiare ( o che non fossero già stati ripuliti nei secoli).
Tuttavia qualche sospetto su Costa era inevitabile, a dispetto della draconiana difesa di Stefano Hani. L’uomo aveva preferito andare a piedi alla caserma, piuttosto che mettersi alla guida dell’auto, le cui chiavi erano rimaste in mano alla vittima; si giustificò asserendo di essersi dimenticato i prescritti occhiali per la guida. Le modalità dell’assalto apparvero eccentriche: perché lanciare sassi; perché farsi vedere e non piuttosto scappare; perché proprio lì, ove comunque esisteva un certo passaggio di appassionati, e alcuni se n’erano andati poco prima; perché, se si volevano eliminare testimoni di qualche malaffare, colpire uno solo e non entrambi: domande rimaste senza risposta.
Qualche sussurro malevolo insinuò che il professore, quasi un vice padre per Luciano, non approvasse la scelta della sua sposa: movente labile per un omicidio.
La famiglia di Hani si espresse attraverso il fratello, escludendo l’unico sospetto degno di nota, né risulta abbia mai reclamato giustizia: e questo è tutto.
Carmen Gueye

