In questi giorni, tra una frecciata di Giorgia Meloni e la replica di Elly Schlein sul “pienone” (mancato) delle ferie d’agosto, si è discusso molto di turismo estivo e di contrazione delle vacanze. Si sono agitati dati, percentuali e cause immediate. Una accusava l’altra di vendere fake news, l’altra ribatteva con la stessa moneta. Ma, al netto di questo teatrino estivo, il problema resta e riguarda la classe media.
E il problema è semplice: oggi in Italia non esiste una vera forza politica che abbia come missione la tutela della classe lavoratrice di un tempo. Non parliamo del proletariato ottocentesco, ma della nuova classe media: impiegati, funzionari, professionisti, i “colletti bianchi” che tengono in piedi il Paese.
Dal crollo dell’URSS in poi, la politica – e persino le grandi ideologie – si sono progressivamente disinteressate di chi produce ricchezza col proprio lavoro senza essere né miliardario né indigente. L’operaio di un tempo è diventato un ceto medio con redditi tra i 20 e i 50 mila euro l’anno. Eppure, questo cuore produttivo della nazione oggi è lasciato a se stesso, senza alcuna vera rappresentanza.
I rinnovi contrattuali? Rituali vuoti. I fondi sanitari integrativi? Briciole. Le politiche di welfare? Più spot elettorali che soluzioni strutturali. Lo smart working, che poteva diventare un diritto, oggi è concesso come un favore aziendale, revocabile a piacere. I bonus, quando arrivano, vanno altrove. E il ceto medio resta il solito bancomat dello Stato: paga, ma riceve poco o nulla in cambio.
Le destre, che un tempo gridavano “prima gli italiani” e promettevano di spazzare via la casta, al governo hanno scaldato la minestra del centrosinistra. Quest’ultimo, dal canto suo, sembra più interessato a battaglie ideologiche di nicchia che a difendere la maggioranza silenziosa del Paese. In entrambi i casi, il sociale è trattato come un hashtag da campagna elettorale: funziona bene su Instagram, ma sparisce il giorno dopo il voto.
Risultato: la classe media italiana è sola. Chi guadagna meno di 10 mila euro l’anno è (giustamente) protetto da sussidi e agevolazioni; chi ne guadagna più di 50 mila ha mezzi e strumenti per proteggere e far crescere il proprio patrimonio. Ma chi sta nel mezzo – la colonna portante del sistema fiscale e produttivo – viene stritolato da tasse, rincari e servizi sempre più scadenti.
Il vero tabù politico non è parlare di socialismo, ma di socialismo della classe media: un progetto che riconosca il ruolo centrale di questo segmento, proteggendolo con una fiscalità equa, una sanità e una previdenza reali, investimenti nel potere d’acquisto e nella stabilità del lavoro.
Finché questo vuoto resterà, le elezioni saranno solo esercizi di marketing: un faro puntato per qualche settimana su un problema, per poi spegnerlo fino alla campagna successiva. La domanda è: chi avrà il coraggio di mettere davvero la classe media al centro, senza usarla come comparsa nei propri slogan?
M.S.

