Nel 2023 gli italiani hanno versato 613,1 miliardi di euro di tasse. Una montagna di denaro, che per l’86% è finito nelle casse dello Stato centrale. Solo il 14% ha raggiunto direttamente Regioni ed enti locali. Un paradosso se si considera che proprio questi ultimi coprono quasi la metà della spesa pubblica destinata ai servizi essenziali: sanità, trasporti, edilizia abitativa.
A lanciare l’allarme è l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che parla senza mezzi termini di “sperequazione preoccupante” tra entrate e uscite.
Lo squilibrio è evidente: mentre Roma raccoglie la quasi totalità delle imposte, Regioni e Comuni dipendono dai trasferimenti statali, spesso vincolati da vecchi criteri di spesa storica e da lunghe trattative con il centro. Negli ultimi trent’anni molte funzioni pubbliche sono state decentrate, ma senza garantire un vero aumento dell’autonomia finanziaria locale. Il risultato? Un doppio conto per i cittadini: prima con la fiscalità generale, poi con ticket e balzelli imposti a livello locale.
Le imposte più pesanti restano l’Irpef (208 miliardi), l’Iva (140 miliardi) e l’Ires (quasi 50 miliardi). Per le Regioni le voci più importanti sono l’Irap (28,9 miliardi) e l’addizionale regionale Irpef (13,5 miliardi), mentre i Comuni si reggono soprattutto su Imu (18,6 miliardi) e addizionale comunale Irpef (5,7 miliardi).
Il tema tocca anche il nodo dell’autonomia differenziata. Veneto e Lombardia, che nel 2017 hanno indetto un referendum per chiedere maggiore autonomia, continuano a denunciare un saldo fiscale troppo penalizzante: secondo i dati della Banca d’Italia, nel 2019 ogni lombardo ha “contribuito” alle casse pubbliche con oltre 5.000 euro pro capite in più rispetto a quanto ricevuto, ogni veneto con circa 2.700 euro.
All’opposto, le regioni del Sud mostrano un saldo positivo: la Calabria, ad esempio, riceve mediamente 3.085 euro in più a testa rispetto a quanto versa. Una dinamica storica, dovuta non tanto a un eccesso di spesa quanto a redditi più bassi e quindi minori entrate fiscali.
Il dato è chiaro: le tasse degli italiani finiscono perlopiù a Roma, mentre gran parte della spesa reale – quella che tocca la vita quotidiana – è gestita a livello locale. Una frattura che alimenta tensioni politiche e richieste di riforma, in un Paese dove il dibattito tra centralismo e autonomie non è mai stato così acceso.


