Quanto ancora la destra in Italia, alla pari delle altre destre, ignorerà il dato semplice — e scomodo — dell’impossibilità di un abbandono dell’Unione europea? A Bruxelles questi limiti sono chiari anche se nell’elettorato di area molto meno. Ne deriva un paradosso: Europa è diventata una parola sequestrata. A pronunciarla con disinvoltura, a celebrarla come totem, è soprattutto l’area avversa, che ne ha fatto bandiera, catechismo, liturgia. Ma l’Europa raccontata da think tank progressisti e fondazioni cosmopolite spesso resta una scenografia: intenzioni nobili e apparato regolatorio, poca sostanza civile percepita. Questa retorica, peraltro, si misura contro un fatto incontrovertibile: l’europeizzazione reale procede, nella prassi istituzionale e nell’economia.
Negli ultimi anni la destra ha scelto la scorciatoia elettorale dell’euroscetticismo. Ricordiamo la stagione del “fuori dall’euro” e del “fuori dall’UE”. L’unico caso compiuto, la Brexit, riguarda una tradizione politica peculiare e storicamente più distaccata dall’Europa continentale. Il Regno Unito si muove con logiche diverse da secoli rispetto a quelle europee. Il punto di non ritorno, per l’Italia, si è visto con la Grecia in ginocchio davanti alla Troika: lì è apparso evidente che la fuga non è atto di libertà, ma rischio di dissesto. Continuare a brandire l’euroscetticismo come architrave identitaria rischia di usare come una lingua del passato.
Europa destra dopo euroscetticismo
Si può dirlo senza giri di parole: uscire non è una strada praticabile per un Paese come l’Italia ma neanche per la stragrande maggioranza dei paesi che compongono l’Europa. Non per capriccio di “Bruxelles”, ma perché filiere produttive, mercati finanziari, governance regolatoria e vita amministrativa sono intrecciate all’ordinamento europeo. Un’uscita dall’euro comporterebbe verosimilmente una crisi valutaria e finanziaria di proporzioni tali da mettere a rischio coesione sociale e capacità dell’intera nazione. La domanda vera non è più “Europa sì o no?”, ma quale forma politica dare alla nostra permanenza.
L’identità europea è un cantiere aperto: c’è già molto, ma va completato con il consenso dei cittadini. Rémi Brague ricorda che l’Europa ha bisogno delle sue radici; de Benoist parla di un’Europa che protegge le differenze; Faye, in sintesi, collega la solidità del progetto europeo al recupero di un’identità condivisa. Non è un richiamo al passato: è il tentativo di evitare che l’Unione resti solo burocrazia.
Non occorrono solo filosofi per capirlo. Basta la storia. L’Europa non nasce nei corridoi di Strasburgo: nasce a Roma, dove l’universalità è stata concetto giuridico prima che parola; si riplasma nel Sacro Romano Impero, che per secoli tiene insieme differenza e principio comune. Al contempo abita il cristianesimo, che ha scolpito immaginario, arti, istituzioni. Questo patrimonio non è un cimelio da teca museale, ma un capitale politico. Portarlo, con fierezza laica, nelle stanze di Bruxelles e Strasburgo non significa fare “identitarismo”: significa dare anima a decisioni che altrimenti restano neutre solo in apparenza.
Europa destra dopo euroscetticismo
Anche una parte della destra italiana ha intuito il tramonto del romanticismo anti-UE: già nel 2022, ma anche prima, nei fatti, era chiaro che la parola d’ordine dell’uscita non reggeva più. Oggi servono categorie nuove, capaci di coniugare sovranità reale con cooperazione, sicurezza con legalità europea, pluralità delle tradizioni con la necessaria unità strategica. Non basta opporsi a Bruxelles: occorre proporre un’idea di Europa che metta al centro popoli, istituzioni rappresentative, responsabilità politica — e che restituisca intelligibilità alle grandi scelte comuni su industria, energia, difesa, migrazioni.
L’alternativa, allora, non è fra Europa sì o Europa no. È fra un’Europa senz’anima, che si esaurisce in carte e bilanci, e un’Europa che ritrova la propria anima storica e culturale. Alla destra tocca decidere se accontentarsi del ruolo di opposizione rituale o assumersi il compito — più difficile e più alto — di restituire alla parola Europa un contenuto all’altezza della sua storia.
M.S.


