La recente uccisione di Charlie Kirk, indipendentemente dall’orientamento politico che professava, riporta l’attenzione su un tema cruciale: la libertà di pensiero e di espressione deve essere tutelata sempre e comunque, indipendentemente dallo schieramento politico. La violenza non può e non deve mai sostituirsi al dibattito democratico, che rappresenta il fondamento di ogni società civile. L’episodio, pur drammatico, — su cui le autorità stanno ancora definendo ogni dettaglio — non è il centro di questa riflessione: offre lo spunto per allargare lo sguardo al rapporto tra i giovani e la politica, mettendo sotto la lente di ingrandimento gli USA e l’Italia.
Negli Stati Uniti il rapporto dei giovani con la politica è storicamente complesso, ma al tempo stesso caratterizzato da un livello di partecipazione spesso sorprendente. Basti pensare ai grandi movimenti studenteschi degli anni Sessanta, decisivi nelle lotte per i diritti civili e contro la guerra in Vietnam. Anche in epoca recente, le nuove generazioni hanno dimostrato di sapersi mobilitare: dalle campagne sul cambiamento climatico alle proteste contro politiche sull’immigrazione e sui diritti civili percepite da molti come repressive durante l’era Trump.
Questa propensione alla mobilitazione è sostenuta da un sistema politico che, pur fortemente polarizzato, riconosce e valorizza il ruolo dei giovani nelle campagne elettorali. Non è raro vedere ragazzi e ragazze impegnarsi come volontari, attivisti, o addirittura candidarsi a cariche locali. La politica americana, per sua natura competitiva e basata sul consenso diretto, lascia ampi spazi di partecipazione, soprattutto grazie ai social media, che permettono di organizzare rapidamente iniziative e diffondere messaggi in modo capillare.
Al tempo stesso è fondamentale sottolineare come questa dinamica possa favorire una certa “tifoseria”: l’appartenenza di campo — democratica o repubblicana — rischia di prevalere sul confronto di idee, trasformando il dibattito in uno scontro tra fazioni più che in una discussione sui contenuti. Non riguarda tutti i giovani americani, ma rappresenta una tendenza preoccupante: riduce la politica a contrapposizione sterile e ne impoverisce la vitalità, la curiosità e la bellezza della pluralità delle idee.
Se guardiamo all’Italia, il quadro appare diverso. Nel nostro Paese la partecipazione giovanile alla vita politica sembra più ridotta: dalla scarsa affluenza alle urne tra i più giovani, fino alla scarsità di militanti under 30 nei partiti. La politica, percepita come distante e spesso inconcludente, fatica a coinvolgere nuove generazioni che non si riconoscono nei partiti tradizionali e che raramente trovano figure di riferimento.
Questo distacco non significa però totale disinteresse. I giovani italiani, seppur pochi, mostrano attenzione e impegno su singoli temi come l’ambiente, i diritti civili, le disuguaglianze sociali, ma preferiscono esprimerlo attraverso movimenti temporanei o iniziative spontanee piuttosto che attraverso i canali istituzionali. Si tratta di un attivismo frammentato, poco strutturato che spesso finisce per ricadere in una semplice “moda social”, dove postare un contenuto su una guerra o su un fatto ti porta like e visibilità quando magari non sai nemmeno dove sia il luogo geografico di un avvenimento e quali siano realmente le dinamiche che lo muovono. L’attivismo “social” affiancato al disinteresse porta la vita politica giovanile a ridursi sempre più lasciando un vuoto generazionale nella politica di oggi e in quella di un domani.
Il confronto tra Stati Uniti e Italia mette quindi in luce due modelli opposti: da un lato una società in cui i giovani partecipano attivamente ma cedono nella polarizzazione estrema; dall’altro un contesto in cui prevale il disincanto e il disinteresse verso i partiti, con una conseguente marginalità dei giovani nelle decisioni politiche.
Entrambi gli scenari presentano quindi alcune criticità. Se negli USA la sfida è riportare la discussione al merito delle idee, in Italia è necessario ricostruire un ponte tra istituzioni e nuove generazioni, rendendo la politica più accessibile ed incrementando l’interesse dei ragazzi verso essa. Forse la via di mezzo dobbiamo iniziarla a creare noi in Europa.

