Lo scontro in diretta su Rete4 tra Eyal Mizrahi, presidente dell’associazione Amici di Israele, ed Enzo Iacchetti ha acceso un dibattito che non si è fermato agli studi televisivi. A distanza di poche ore, Mizrahi ha scelto di chiarire la sua posizione intervenendo su Newzgen, la trasmissione in streaming prodotta da Alanews e condotta da Andrea Eusebio e Alessandra D’Ippolito.
L’attivista ha raccontato di aver accettato l’invito di Bianca Berlinguer con uno spirito preciso: “Non cercavo la notorietà – ha detto – sono andato da Bianca per far sentire anche le ragioni di Israele. Sapevo di entrare nella fossa dei leoni, ma il confronto serve. La colpa, in verità, non è nemmeno di Enzo Iacchetti. Piuttosto, Bianca Berlinguer pensava che io fossi contro Netanyahu e che fosse una chiacchierata tra amici. Ma non era così”.
Sul conflitto in corso, Mizrahi ha espresso una lettura netta: “La guerra vera è finita da tempo. Oggi Hamas è ridotta a gruppi di guerriglia. Le condizioni per chiudere la vicenda sono due: il disarmo di Hamas e la restituzione dei 48 ostaggi. Ogni ostaggio per noi è come un figlio: finché non tornano a casa, la guerra non può dirsi conclusa”.
Non sono mancati passaggi duri anche verso l’estrema destra israeliana. Alle parole del ministro Bezalel Smotrich, che aveva evocato scenari di investimento immobiliare a Gaza, Mizrahi ha replicato con toni sprezzanti: “Smotrich è un pagliaccio, oggi non entrerebbe neppure in Parlamento. Israele non ha bisogno di Gaza né vuole annetterla. Se avesse voluto tenerla, non sarebbe uscita nel 2005. Israele resta una democrazia: alle prossime elezioni Netanyahu potrebbe anche perdere. Ci sono frange di estrema destra con idee strampalate, ma non rappresentano la maggioranza del Paese”.
A tenere banco è però rimasta la frase che, in diretta, aveva suscitato più polemiche: quel “definisci bambino” che molti hanno interpretato come una provocazione cinica. Mizrahi ha voluto precisare: “Per l’ONU un bambino è chiunque abbia meno di 18 anni. Ma nei Paesi del terzo mondo, e anche tra i palestinesi, il concetto cambia: un ragazzo di 16 o 17 anni può essere già al fronte con un’arma in mano. Ho detto quelle parole per questo. Io piango ogni bambino morto, israeliano o palestinese. Ma in guerra o spari o ti sparano: non si giudica con gli slogan”.
La lite televisiva ha avuto conseguenze anche fuori dallo studio. “Ho ricevuto minacce – racconta Mizrahi – oggi chi prova a portare le ragioni di Israele rischia in prima persona. Non voglio convincere nessuno, ma far capire che la realtà è più complessa di come la propaganda la racconta”.
Infine, in concomitanza con il Capodanno ebraico, l’attivista ha lasciato un auspicio che suona come una preghiera: “Auguro a tutti un anno noioso, senza notizie. Se parleremo solo del meteo, sarà la vittoria della pace”.

