Donald Trump non ha mai nascosto la sua ambizione più grande: conquistare il premio Nobel per la Pace. Un riconoscimento che considera il coronamento della propria parabola politica, una consacrazione capace di scolpirlo nella storia non come presidente divisivo, ma come “uomo della pace”. Dopo i tentativi falliti di mediazione tra Russia e Ucraina, resta per lui un solo terreno su cui tentare la carta finale: la Palestina.
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Ecco allora il suo “piano di pace” in 20 punti per Gaza, presentato come l’inizio di una nuova era ma che, in realtà, appare soprattutto come l’ennesimo palcoscenico personale per il presidente statunitense. L’architettura è nota: cessate il fuoco, scambio di prigionieri, disarmo immediato di Hamas, esclusione politica dei suoi membri e un governo tecnico di transizione. Il tutto sotto la supervisione di un “Board of Peace” presieduto da Trump stesso.
Un disegno che mette al centro la sicurezza di Israele e la smilitarizzazione palestinese, con un ritiro graduale dell’IDF legato a obiettivi “verificabili”. È la riproposizione di un modello coloniale: a chi è più debole si chiede di rinunciare subito a ogni forza, a chi è più forte si concede tempo illimitato e libertà di azione. Netanyahu lo ha detto chiaramente: «Se Hamas rifiuta, Israele finirà il lavoro da solo.» Non esattamente il linguaggio di un compromesso.
Trump, dal canto suo, si presenta come l’artefice di una ricostruzione economica fondata su una zona speciale e su investimenti internazionali. Ma il sospetto è che siano altri — potenze regionali, multinazionali, governi occidentali — a trarne beneficio. Non è un caso che lo scorso febbraio l’ex presidente abbia condiviso su Truth Social un video generato dall’intelligenza artificiale che raffigurava Gaza trasformata in un resort di lusso chiamato “Trump Gaza”, con palme, hotel scintillanti, statue dorate e persino ballerine esotiche. In quella stessa occasione parlò di una Gaza “Riviera del Medio Oriente”, da “prendere e ricostruire”. Un linguaggio che riduce la tragedia di un popolo a una operazione immobiliare e di marketing.
Ed è proprio qui il nodo: questo piano sembra nascere non da una reale volontà di pace, ma dal desiderio di un uomo di entrare nella storia dalla porta principale. Gaza diventa lo scenario del suo sogno di Nobel.
M.S.

