Aborti in Alto Adige: passa lo studio sulle motivazioni

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Nel 2024 le interruzioni volontarie di gravidanza in provincia di Bolzano sono state 525. Quattro per cento in meno rispetto all’anno precedente. Un dato più basso della media italiana, e perfino più contenuto di Svizzera e Germania, dove i numeri restano più alti. L’età media delle donne è 30 anni e la tendenza è stabile: poche interruzioni, in lento calo.

Eppure, proprio su questo fenomeno – così statisticamente ridotto, ma socialmente delicato – si è consumato uno scontro politico che non riguarda i numeri, bensì il metodo: si può chiedere alle donne perché abortiscono? E, soprattutto: a che scopo?

La miccia è la mozione presentata da Waltraud Deeg (SVP), che chiede una cosa molto semplice sulla carta: uno studio qualitativo per capire i motivi che portano all’interruzione di gravidanza. Non un giudizio, assicura lei, ma uno strumento per migliorare i servizi e rafforzare la prevenzione. Un lavoro che altri Paesi hanno già fatto, con ricerche pubbliche e accessibili. In Alto Adige no.

A quel punto, però, l’aula si è spaccata. Per Brigitte Foppa (Verdi), chiedere alle donne di giustificare un aborto significa trasformare una scelta legittima in un interrogatorio mascherato. “Provate a immaginare la scena”, ha detto: una telefonata anni dopo, mentre una donna è in casa a stirare, e qualcuno dall’altra parte chiede “Perché?”. Foppa la definisce una violenza burocratica, non un’indagine scientifica.

Sandro Repetto (PD) la pensa allo stesso modo. La legge 194 sancisce il diritto a decidere, ma anche quello a non dover spiegare la propria scelta a nessuno. Nemmeno allo Stato. La sola idea rischia di insinuare il sospetto che la donna abbia fatto qualcosa di sbagliato. “Non si possono nascondere domande giudicanti dietro un foglio statistico”.

Dall’altro lato, Sven Knoll (Süd-Tiroler Freiheit) ha accusato i Verdi di ideologia: “Se non conosciamo i motivi, come possiamo aiutare chi si trova in questa situazione?”. Niente telefonate retroattive, ribadisce: il rilevamento avverrebbe nelle strutture, nel momento in cui la donna si rivolge al servizio sanitario, senza giudizi. E aggiunge una provocazione: “Parliamone apertamente. E, per una volta, lasciamo parlare anche gli uomini. Ne hanno diritto”.

L’assessore alla Sanità Hubert Messner ha riportato la discussione sul piano tecnico. I dati quantitativi esistono e sono affidabili, e gli aborti in provincia sono pochi, in calo e accompagnati da servizi di consulenza efficaci. Ma uno studio sulle motivazioni potrebbe migliorare la prevenzione e intercettare bisogni che oggi non emergono. Il tutto, sottolinea, nel pieno rispetto dell’anonimato.

Waltraud Deeg, come riferisce l’ufficio stampa del Consiglio provinciale di Bolzano, ha ringraziato per gli interventi e ribadito di capire la sensibilità del tema. Ha accettato di eliminare dal testo il riferimento all’indagine “sulla famiglia”, precisando che era stato proposto da Astat. Ha infine posto una domanda semplice: perché non si potrebbe chiedere alle donne cosa avrebbero voluto e di cosa avrebbero avuto bisogno?

Messa ai voti, la mozione – depurata della parola “famiglia” – è stata approvata con 21 sì e 9 no.

Redazione
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La Redazione di Secolo Trentino è il team editoriale del quotidiano online indipendente fondato nel 2013. Copriamo ogni giorno le notizie di cronaca, politica, economia e cultura dal Trentino e dall'Italia. Direttrice Responsabile: Martina Cecco.

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