Sono trascorsi cinque anni dalla scomparsa di Diego Armando Maradona; posata la polvere del mito, si fa strada qualche considerazione sul personaggio.
L’Argentina era stato un paese florido, con inevitabili sacche di povertà, luogo di contrasti, evocati dal racconto di De Amicis “Dagli appennini alle Ande” e da un godibilissimo film di Dino Risi, “Il Gaucho” del 1964, con un cast d’eccellenza che annoverava Gassman, Nazzari, la Pampanini e Manfredi. Si diceva fosse un paese economicamente più italiano che ispanico, soprattutto quando molte proprietà e produzioni sarebbero passate nelle mani delle famiglie Agnelli, Rocca e Benetton. Molti cognomi lo “denunziano” chiaramente. Tra le stelle del calcio oriunde si ricordano Omar Sivori (1935/2005, cognome del Tigullio, madre abruzzese), Gabriel Batistuta, origini friulane, e Lionel Messi, bisnonni marchigiani. D’origini anconetane era anche il CT della nazionale campione del mondo 1978, César Luis Menotti, scomparso nel 2024. Diversa è la storia di Mauro Camoranesi, scopertosi con un avo italiano per giocare con i nostri colori, o della star del rugby Diego Dominguez (madre marchigiana), come di altri loro connazionali che ricordarono l’italianità grazie a strane ricerche genealogiche, quando desideravano fuggire da quel paese. Si è detto spesso che vi avevano trovato riparo nazisti e fascisti in fuga, ma vi si erano trasferiti anche molti inglesi abbienti, come la madre di Sarah Ferguson, ex moglie del principe Andrea d’Inghilterra e diversi italiani non emigrati in senso classico. E’ nata in Argentina, per esempio, Sabina Ciuffini (1950), valletta di Mike Bongiorno, nipote del politico Guglielmo Gannini e del ct della nazionale Fulvio Bernardini.
Travolta da rovesci, si dice pilotati dagli USA, e in balia di regimi non limpidi, dopo una sorta di reggenza della vedova di Juan Peron, Isabelita (sua terza moglie), dal 1976 la nazione passò attraverso la presidenza di una serie di militari, fino all’elezione di Carlos Meném, nel 1989.
Questa grande distesa che arriva alla Terra del fuoco coltivava due leggende, il pilota Juan Manuel Fangio (genitori abruzzesi) ed Evita Peròn. Il destino gliene regalò una terza.
Nato in un regolare policlinico nel 1960, vissuto nel sobborgo di Lanus, Villa Fiorita, ai margini di Buenos Ayres, una baraccopoli non dissimile da tante altre in giro per il mondo di allora, Diego era il quinto figlio, primo maschio, cui ne seguiranno altri tre. Il padre, Diego senior (1928/2015), era operaio in un impianto di macinazione di ossa animali e scaricatore di porto, di etnia guaranì, visibile nei lineamenti del figliolo; la madre Dalma (1930/2011), detta “doña Tota”, origini italiche e croate, badava alla famiglia.
“Dieguito” non ebbe modo di proseguire molto negli studi, e non ne aveva nemmeno voglia, poiché si scoprì subito dotato, nei campetti di calcio dove si esercitava, distinguendosi come mancino. Il fanciullo, brevilineo e non portato ai tiri di testa, tuttavia palleggiava divinamente con ogni oggetto disponibile; quando il suo primo pallone finì in un pozzo nero, quasi vi annegò per recuperarlo; lo chiamavano “Pelusa” per la foltissima chioma incombente sulla fronte. Per un poco lavorò come apprendista disinfestatore, poi lasciò perdere: gli scarpini chiodati lo reclamavano.

La sua marcia trionfale partì da una formazione creata proprio dal papà, gli Estrella Roja (Stella Rossa) e nei “pulcini” , le “Cebollitas” (cipolline); finché, reclutato grazie alla segnalazione di un compagno, finì ingaggiato prima negli Argentinos Junior, poi nella squadra del cuore, il Boca Jr. , club fondato nel 1905 nel quartiere de “La Boca” a Buenos Aires, da immigrati italiani, prevalentemente genovesi, per cui porta anche il nome confidenziale di “ Xeneixi”. Già allora l’adolescente ricevette le prime cure chimiche, a base di iniezioni di non meglio identificate sostanze, atte a favorirne lo sviluppo muscolare.
Nel 1978 il campionato mondiale si giocava in Argentina, ma il segaligno e corrusco Menotti non ritenne di convocare il diciottenne astro nascente, ritenendolo acerbo e preferendogli colleghi più “anziani”, che già si contendevano quel ruolo, come Mario Kempes ( lui pure con origini italiane materne) e Osvaldo Ardiles; il titolo arrivò, nella finale contro l’Olanda, ma il giovanottello, ambizioso e arrogante, ci rimase male.
Lo chiamò il Barcellona, dove Diego si mise in luce, senza portare peraltro allo scudetto iberico; piuttosto, si fece notare subito per la vita sregolata fuori dal campo, riportando una seria epatite, e provocando disappunto nel presidente Núñez, il quale inizierà a pensare di liberarsene; tanto più che il basco Andoni “Goicoechea”, con fama di attentatore di gambe avversarie, gli spaccò una caviglia, quella sinistra, costringendolo a una riabilitazione perseguita con furia.
Maradona tornò in campo prima del previsto e, nella finale della Copa del Rey con l’Atletico Bilbao, dinanzi al sovrano Juan Carlos, a partita conclusa e persa, si scagliò a calci contro Andoni, provocando una storica rissa. In una Spagna ancora in balia di autonomismi più o meno sanguinosi (ETA dei Paesi Baschi e movimenti per la Catalogna), complessivamente Diego non fu molto amato e veniva definito “sudaca”, sprezzante epiteto riservato agli abitanti dell’America latina. Il razzismo degli ex colonialisti a volte è spiazzante. L’infortunio comportò l’inserzione di alcune viti, che nel tempo si spezzarono, ma non furono rimosse. E’ di quel periodo uno spot contro la droga del Maradona che, per sua stessa futura ammissione, la stava provando per le prime volte con grande goduria. Nel 1988 egli promuoverà, con Pelé e Platini, una “partita contro le droghe”: quanto a pensare di smettere, non se ne parlava.
Nel 1982 Maradona era finalmente titolare nella “Selecciòn”, ma la travolgente Italia di Bearzot superò l’Argentina e di lui si parlò relativamente poco.
Nei primi anni gli era a fianco, come procuratore, il giovane Jorge Cyterszpiler. Quasi coetaneo, conosciuto quando erano ancora bambini, ebreo polacco, sempre claudicante per una poliomielite infantile, Jorge è oggi considerato quasi un pioniere della figura del procuratore sportivo; negoziò i primi trasferimenti di Diego, gli stava intorno a Barcellona e lo introdusse nel mondo della pubblicità (Diego fu testimonial di McDonalds), finché il campione non lo accusò di cattiva gestione finanziaria, sollevandolo dall’incarico. Il ricciuto Cyterszpiler, riciclatosi in varie attività e poi tornato al ruolo di procuratore, è morto suicida nel 2017. Oggi l’uomo viene descritto come l’unico che tentò di rimettere in regola il famoso protetto, con sincero affetto.

Diego e Jorge
Gli subentrò l’impresario Guillermo Coppola, che di recente ha rivelato di un legame molto intimo con il champ. Il rapporto non fu sempre facile; Coppola, cocainomane, a sua volta sospettato di aver gestito male le finanze, ma sempre assolto in vari procedimenti giudiziari, fu allontanato, poi riassunto, quando la vacillante situazione patrimoniale del giocatore richiese una mano esperta.
Il Napoli navigava a vista, in quegli anni. Squadra considerata simbolo e speranza della tifoseria meridionale non vendutasi ai miliardari team nordici, nel 1983 si era salvata a stento dalla retrocessione; le stelle del passato, capitan Antonio Juliano, panchinaro in nazionale, e Giovanni Improta, il “Rivera del sud” poi emigrato alla Sampdoria, non avevano trovato la soddisfazione che il loro valore avrebbe meritato. Juliano divenne massimo dirigente degli azzurri e affiancò il presidente Corrado Ferlaino nell’impresa di portare Diego a Napoli.
Il presidente del Barcellona, pur volendo liberarsi dell’ingombrante argentino, alzava il tiro, rilanciava con richieste sempre più alte e pare fosse arrivato perfino alle mani con Juliano. Furono settimane di tensione mentre l’interessato, a New York per competizioni amichevoli, fremeva temendo di dover restare in Catalogna. Platini lo invogliava a trasferirsi nello stivale. Diego dirà poi che Agnelli in persona gli aveva confidato di aver dovuto rinunciare a lui per i guai sindacali che la Fiat stava attraversando; altra versione sostiene che il calvinismo juventino, lo stile sobrio della “Vecchia signora”, non si adattavano alla monelleria dell’argentino e mai si parlò di colori bianconeri per lui. Anni dopo Diego accuserà Platini di essere complice della FIFA nel truccare le partite ai mondiali: e quello del 1986?
Ferlaino tentò un azzardo, con uno sforzo economico che vide suo alleato il sindaco Vincenzo Scotti, il quale convinse il Banco di Napoli a un finanziamento: fu così che il “pibe de oro”, pagato tredici miliardi di lire, nel 1984 approdò sotto il Vesuvio, all’inizio quasi timidamente. In conferenza stampa un giornalista francese alluse a contributi economici della camorra: Ferlaino lo cacciò. Una furbata però ci fu e lo stesso presidente lo racconta: egli depositò una busta vuota per fermare le fidejussioni bancarie, mentre la firma su quello vero sarebbe giunta solo il giorno dopo: siamo a Napoli, no?

Diego si presenta a Napoli – 5 luglio 1984
Alloggiato in un quartiere di pregio, ingaggio di 200.000 dollari l’anno, un parco di automobili (in seguito arriverà una Ferrari nera fabbricata apposta per lui), il piccolo Tarzan, sempre con l’hobby dello sniffo, troverà ottimi fornitori nel clan Giuliano; al riguardo subì anche un interrogatorio, ma si stabilì che l’ingenuità e le sue debolezze lo avevano portato in braccio ai camorristi, senza essere coinvolto nei loro affari. Luigi Giuliano è poi diventato collaboratore di giustizia.
All’inizio si formò una tribù di parenti, amici e parassiti intorno a lui, non proprio ben vista dalla società. La leggendaria generosità di Diego era un’arma a doppio taglio. Pare riuscisse perfino a far restituire il maltolto a turisti connazionali derubati, intervenendo sui suoi “amici speciali” della malavita; la sua posizione trainava i compagni e garantiva i cachet, infatti essi sempre lo sostennero; infine, arrivò a non poter muovere un passo in libertà e girava sostanzialmente di notte: chi gli vuole bene ancor oggi afferma che fu questo inconveniente a indurlo alla ingannevole vita by night. Diego poteva diventare anche fastidioso, per la pressione familiare. Il fratello Hugo, nato nel 1969, tanto insistette che riuscì a giocare in Italia e faceva intervenire Diego se si sentiva trascurato dal coach, come avvenne ad Ascoli; è scomparso nel 2021.
Come player, il nuovo arrivo impiegherà un poco a carburare, poiché il suo pensiero andava ai mondiali del 1986 in Messico. La compagine argentina presentava un’aria vagamente teppistica, come da tradizione albiceleste, anche se solo negli atteggiamenti sbruffoni, non come il 22 ottobre 1969: quando, nella finale per la coppa intercontinentale, i violentissimi calciatori dell’Estudiantes pestarono i giocatori del Milan in un famigerato incontro/scontro. Gli italiani vinsero la coppa, ma dovettero ricorrere a robuste cure mediche.
Nel team del 1986 spiccava il compare di bisbocce Claudio Caniggia, risultato positivo alla cocaina dopo Roma-Napoli del 21 marzo 1993 (lui in giallorosso) e squalificato per tredici mesi, già amico di Lele Mora (la figlia Charlotte Caniggia si ficcherà nella nostra Isola dei famosi del 2014). Nel 1996 Diego e Claudio, insieme nel Boca Jr, dopo un gol del secondo su assist del primo, si scambiarono un appassionato bacio sulla bocca. Nello stesso anno la madre di Caniggia si tolse la vita gettandosi dal balcone.
Gli argentini porteranno a casa il mondiale anche grazie alla “mano de Diòs” contro l’Inghilterra, un goal di Diego così patentemente irregolare da implicare l’espulsione per lui, la radiazione per arbitro e guardialinee. Lui ci incollerà poi una rivendicazione politica, ovvero la vendetta per lo smacco subito nella guerra delle Falkland del 1982 –in verità iniziata dagli argentini che avevano attaccato quelle isole ormai britanniche, pensando di riconquistarle con il nome di Malvinas.
Finalmente appagato, Maradona si concentrerà sul Napoli, che condurrà al primo scudetto della sua storia, nel 1987, supportato dai compagni, primo fra tutti Ciro Ferrara, a cui si legherà d’amicizia; il secondo arriverà nel 1990. Gli azzurri incassarono anche una Coppa Italia e una UEFA. Con Ferlaino il rapporto non era buono, sempre per le spericolatezze private della star.
Evidentemente il nostro viveva intensamente nel tempo libero; cosicché si registravano vari flirt, per esempio con Heather Parisi; ma nel 1986 una florida giovane partenopea, Cristina Sinagra, si fece filmare a letto subito dopo aver partorito un bambino battezzato, manco a dirlo, col nome di Diego Armando Jr; ci vorranno anni e una sentenza perché il padre si decida a riconoscerlo e, in seguito, a creare un rapporto col figlio ormai grandicello. Pare che i suoi fornitori si siano incaricati di fornirgli escort a profusione, per evitare che ingravidasse in giro.
Per lui contavano solo le figliolette Dalma e Nerea, nate dall’unione con la sua compagna storica, Claudia Villafane, sposata con una pacchiana cerimonia nel 1989.

Gli sposi con Franco Califano e Fausto Leali
La coppia, ancora fidanzata, era stata ricevuta a tempo di record da papa Giovanni Paolo II in udienza, cui seguirà la dichiarazione di Diego, che definì il pontefice “Hijo de p…(figlio di…)”. All’epoca Maradona disse che Wojtyla aveva disapprovato la loro convivenza prematrimoniale e deprecato lo sfarzo nuziale; lui rilancerà accusando Karol di andare in Africa ostentando monili d’oro. Sembra invece che il bomber si sia risentito per la diversità dei rosari regalati a lui e al resto dei familiari (c’era anche la madre). La diocesi di Buenos Ayres replicò che quel poco d’oro si tramandava, non era una proprietà privata e che purtroppo gli effetti della droga si riflettevano chiaramente sulla mente del calciatore. A Natale 1985 il pontefice lo inviterà a Messa nella sua cappella privata e Diego comunque ci andrà. Naturalmente ben altro atteggiamento, entusiasta, egli terrà nel 2014, con il papa “compaesano” Bergoglio.
I mondiali 1990 si tennero in Italia; il pibe esortò i napoletani a tifare lui e dunque l’Argentina, provocando un mare di polemiche. Furono proprio loro a batterci: per questo e per la subdola esortazione, in finale con la Germania Ovest i tifosi italiani lo fischiarono sonoramente. I tedeschi vinsero 1-0, in un match considerato scialbo.
A quel punto fioccarono anche le accuse per detenzione di stupefacenti, sia in Italia ( positivo alla coca dopo una partita a Bari) che a Buenos Ayres, pescato in villa con mezzo chilo, mentre era a letto con un amico: “pibe” fu squalificato per quindici mesi. In realtà egli scalpitava da tempo per andarsene da Napoli. Ferlaino aveva intercettato le sue trattative col Marsiglia del presidente Tapie e questo non migliorò i rapporti tra i due. Scontata la squalifica, il pibe giocò nel Siviglia, nei Newell’s Old Boys di Rosario e di nuovo nel Boca Jr. Qualcosa combinava, ma era imbolsito, e il talento non bastava.
Nel mentre, egli si presentò alla kermesse USA 1994; dopo la partita con la Nigeria fu beccato in overdose di efedrina (utilizzata per dimagrire) e, mandato via quasi subito, piagnucolò a lungo per una asserita persecuzione nei suoi confronti. Negli States la considerazione del “soccer” non era alta e lui veniva considerato poco più che un fenomeno da baraccone. La sua versione era diversa: sosteneva di aver rifiutato una sponsorizzazione da favola, subordinata all’acquisizione della cittadinanza statunitense, da lui rifiutata in quanto quel paese per lui era la fogna del mondo. Gianni Minà, entusiasta delle posizioni “antagoniste” del campione, avanzò un’ipotesi di complotto. Senza più colpi d’ala, Diego annunciò il fine carriera nel 1997.
Mentre ancora giocava, si annunciò una carriera da allenatore, per la quale non sembrava esattamente portato: aveva carisma, ma non era un leader. Il suo ruolino non fu entusiasmante, ma certamente gli fruttò i quattrini che desiderava: 1994 Textil Mandiyú, 1995 Racing Club (entrambi club argentini); 2011- 2012 Al-Wasl (Dubai), 2017-2018 Fujairah (Emirati), 2018/2019 Dorados (Messico). Nel mezzo (2008/2010) ci mise la conduzione della “sua” nazionale, che non riuscì a portare in vetta. Qualificatisi a stento dopo un’umiliante sconfitta per 6-1 con la Bolivia, in Sudafrica gli albicelesti furono battuti ai quarti dalla Germania e Maradona, già sospeso per alcune volgari battute nei confronti dei giornalisti, fu esonerato.
Lavorare, doveva, ma come ci riuscisse è un mistero. Il suo aspetto degenerava a rotta di collo; a capodanno 2000, in Uruguay, collassò al punto di trovarsi tra la vita e la morte e fu ripreso per i capelli. Il fisco italiano bussava dal 1989 alla sua porta, a seguito di una denuncia di sindacalisti CGIL, che coinvolgeva il Napoli, accusato di evadere l’IRPEF e anche i colleghi Alemao e Careca. Maradona riceveva i soldi da una società di Vaduz, in Liechtenstein, mentre Careca e Alemao dalla Tug Sponsoring di Londra. All’epoca i dirigenti del Napoli facevano firmare ai giocatori due contratti, uno da calciatori e uno per i diritti d’immagine: la Guardia di Finanza giudicò questa seconda pratica come evasione fiscale. A differenza degli altri due, Maradona non replicò, mentre Careca e Alemao fecero ricorso, limitando i danni.
Alcuni finanzieri lo attesero quando atterrò a Capodichino nel 2006, per una partita di beneficenza, sequestrandogli due Rolex d’oro, cui seguirà un ulteriore pignoramento nel 2009, in una SPA di Merano dove Diego si trovava; lui sostenne sempre che di finanze si occupavano i suoi consulenti e non pagò. Tutto si è risolto nel 2021 con una sentenza della Cassazione: Diego non era stato avvisato di poter beneficiare di un condono e pertanto nulla si può pretendere delle centinaia di milioni pretesi dall’Agenzia delle Entrate, anzi: Maradona fu un contribuente non tutelato, speriamo che gli eredi non ci chiedano i danni. I due orologi sembra siano stati ricomprati da ex compagni di squadra.
Un tempo sostenitore di Menèm, mai una parola su Videla e i desaparecidos, improvvisamente convertito a idee insurrezionaliste, Maradona si trasferì a Cuba, ostentando fratellanza con Fidel Castro, la cui immagine si fece tatuare sul polpaccio. Seguirono i peana verso l’isola, da lui considerato l’unico stato onesto al mondo, e l’apologia di Che Guevara (altro tatuaggio sul braccio destro). Fidel gli regalò due preziosi orologi, in aggiunta al mare di oreficeria da pimp che il calciatore aveva sempre amato ostentare.
La trasferta doveva servire a un rehab, come per il ciclista Marco Pantani, allocato laggiù nel medesimo periodo (anche se i due non si incontrarono), e fallì in entrambi i casi, tragicamente per il romagnolo (vedi nostro articolo https://secolo-trentino.com/2023/09/13/marco-pantani-ovvero-della-morte-mediatica/) . Diego alloggiava in un resort di lusso, in mezzo a un via vai di ragazze, trans e droga, proprio come accadeva per Marco. Qualcuna lo ha descritto poco amante dei preservativi e la nutrita figliolanza lo dimostrerebbe.

Maradona a Cuba
Quando veniva invitato da noi (sempre omaggiato e riverito dal filocubano Minà) Diego lanciava invettive contro i poteri forti del calcio (nel mirino Blatter e Avelange), peraltro gli stessi che gli avevano consentito l’ascesa. Con i giornalisti non andava meglio: un paio (in verità molesti) si beccarono testate; altri, presentatisi ai cancelli della sua villa a Buenos Ayres, furono da lui ricevuti a fucilate. Al riguardo va pur detto che i reporter del suo paese non lo lasciavano mai in pace e, in quell’occasione, lui li aveva preavvertiti mostrandosi con l’arma. Seguì un processo con libertà su cauzione e, si immagina, risarcimento ai “feriti” (lievemente). Diego si scagliava contro il potere, ma fruiva dei suoi privilegi: altrimenti, per quell’azione, sarebbe finito al fresco.
Nel frattempo Claudia si era stancata del suo ménage; il marito continuava a seminare figli in giro ( in tutto altri cinque, due riconosciuti, Jana (1996) avuta da Valera Sabalain e Diego Fernando (2013), avuto da Veronica Ojeda, alcuni ancora in via di riconoscimento, ma si ipotizza ne esistano altri), a imbottirsi di sostanze, a ingrassare ( due by pass gastrici), a darsi a digressioni sessuali di ogni tipo: nel 2003 fu decretato il divorzio. La Villafane, a quel punto, pensava a tutelare se stessa e le figlie, con il patrimonio a rischio di dispersione; il marito dirà sempre di non aver voluto il distacco dalla ex, che avrebbe sempre amato. Le cronache non concordano sui rapporti successivi: chi sostiene i due siano rimasti amici, chi parla di liti e querele.
Maradona fece causa, vincendola, a una rivista che gli aveva dato del gay; dimenticando che, per scherno, in gioventù lui aveva detto la stessa cosa di Pelé. Questi, dal canto suo, già negli anni ottanta, richiesto di un parere su Diego, aveva ammonito a non scaricargli addosso responsabilità e aspettative in eccesso.
Riciclatosi nello spettacolo, Diego ottenne la conduzione di un talk show in patria, “La noche del 10”; e accettò di partecipare a “Ballando con le stelle”, sottoponendosi a un andirivieni settimanale dall’Italia all’Argentina; i medici lo proibirono e anche quell’avventura terminò.
Anche se i guadagni non erano più quelli di un tempo e le spese crescevano, tra sponsorizzazioni, pubblicità, ospitate da commentatore e non meglio precisate consulenze, Maradona viveva sempre negli agi; pare avesse venduto le sue proprietà in Argentina, per stabilire la residenza a Dubai. L’ultima compagna, la calciatrice connazionale Rocio Oliva, denunciò maltrattamenti, per poi minimizzare il video che lei stessa aveva diffuso, dove un Maradona dall’incerta deambulazione la invitava a smettere di filmarlo.
Infine il pibe era diventato più volte nonno, anche dal figlio italiano, Diego Armando Jr, calciatore e allenatore in serie minori, un’esperienza in Spagna, e alterne fortune economiche, nonché giocatore di beach soccer, con cittadinanza argentina.
La notizia della sua morte, da poco sessantenne, il 25 novembre 2020, in un certo senso non stupì; ben più sorpresa desterà quella del nostro Paolo Rossi, poco dopo. Diego era di nuovo grosso, pesante e sempre meno lucido, per esorbitanti consumi di psicofarmaci e alcol. Tuttavia non poteva andare liscio nemmeno l’ultimo atto.
Diego, rimasto senza abitazioni in patria, nell’hinterland di Buenos Ayres viveva in un piccolo alloggio e dormiva in una stanza adibita anche a sala giochi, con un wc chimico, perché si affaticava ad arrivare in bagno. Con le figlie, per sua stessa ammissione, i rapporti erano diventati difficili a causa delle sue dissolutezze; Dalma provò a lanciare un allarme, alludendo a un cerchio magico dannoso intorno al padre e lui, per questo, quasi la diseredava. Tuttavia l’ex dio del pallone ancora provava a lavorare, come allenatore del Gimnasia, squadra di La Plata.
Il 30 ottobre cadeva il suo sessantesimo compleanno ed era stata organizzata una festa, assai inopportuna; lui non si risparmiava ancora qualche vizio. Il lockdown lo aveva provato psicologicamente, per cui accettò, sorretto da due assistenti, di recarsi allo stadio, però vuoto di spettatori per le proibizioni di quell’anno
Riferiamo, ma siamo nel campo delle dichiarazioni e non sempre si concorda. Un giorno Diego cadde rovinosamente, procurandosi un ematoma subdurale, rimosso con un’operazione; pare non avesse voluto restare in clinica, puntando i piedi per uscire, e sia stato assecondato; aveva chiesto aiuto al nuovo compagno di Rocio, con cui era rimasto in amicizia, ma il suo giro impediva i contatti. Questo gruppo era formato dal dottor Leopoldo Luque, dalla psichiatra Augustina Cosachov, dagli avvocati Morla e Stinfale, dal nipote Johnny Esposìto, figlio di una sorella, convivente, più un’infermiera mandata da un’agenzia e un cuoco.
L’ultima notte Maradona aveva bevuto parecchio; gli prescrivevano farmaci per i vari problemi emersi negli anni e il decorso post operatorio, ma non per il cuore, che ne risultava indebolito; ordinò una pizza ma, una volta avutala, non volle mangiarla e tenne alla larga l’infermiera: la quale, a un certo punto, sentendo uno strano silenzio, violò le consegne ed entrò, constatando il decesso. Si parla di casseforti forzate, di preziosi o soldi sottratti. E’ in corso un processo per possibile omicidio colposo o un qualche reato di omessa e impropria cura, a carico dei suoi medici e l’indagine coinvolge anche i suoi legali; il procedimento è stato sospeso poiché una giudice è stata pescata a vendersi dei diritti televisivi, ma il PM promette battaglia.

Il pubblico ministero mostra la foto di Maradona negli ultimi giorni
Diego nel 2013, ospite a “Che tempo che fa”, dichiarò di sentirsi molto più vecchio della sua età, per le sue vicissitudini e l’intensità delle esperienze di vita; persone italiane che lo conoscevano confermano che si diceva stanco, privo di stimoli, costretto a una sopravvivenza; che la fotografia mostrata in tribunale, dove egli appare gonfio come una mongolfiera, punta all’effetto, ma è solo l’immagine di un uomo molto malato.
Non è mancato il sostegno dell’intellighenzia.
“…Claudio Botti, ex presidente della Camera penale napoletana ed ex numero due degli avvocati penalisti italiani… ha co-fondato il Te Diegum: un circolo di intellettuali unito nella difesa del Diez dopo la positività alla cocaina del 1991 e che anche attraverso un omonimo libro (edito quello stesso anno da Leonardo Paperback, con prefazione di Gianni Minà) ha provato a spiegare Maradona a chi non l’ha conosciuto a fondo. «Negli scorsi decenni Napoli ha sviluppato un legame fortissimo con tanti argentini: Pesaola (che ha deciso di vivere nella nostra città), Sivori, Clerici e Higuain hanno dato il meglio in maglia azzurra» spiega Botti. «Certo, Maradona è stato la saldatura tra i due popoli. Diego ha compreso lo spirito dei napoletani, portando alla conservazione e alla sublimazione le loro caratteristiche principali: anarchia e talento. La sua maglia numero 10 è stata un simbolo ora portato avanti da Messi, sebbene quest’ultimo per i napoletani non possa essere paragonato a Maradona. Mi rendo conto che un rapporto così intenso a distanza di anni tra Napoli e l’Argentina sia di difficile comprensione nel resto d’Italia. Diego è morto da due anni, con il Napoli ha giocato sino al 1991, ma i festeggiamenti del Mondiale vinto dagli argentini sono stati spontanei. Dietro non c’è nulla di costruito, non c’è stato esercizio di retorica». Il legale napoletano identifica il Diez come un naturale paladino del Sud del mondo, contro le prevaricazioni e le ingiustizie. Gli ideali delle battaglie di Diego, in campo e fuori, sono stati trasferiti da padre a figlio. Ecco perché al murale ai Quartieri Spagnoli, per celebrare Messi e compagni, vi erano tanti ventenni e trentenni che non hanno mai assistito a una partita di Maradona. «Diego era dotato di cultura istintiva» spiega Botti. «Era un animale politico pur non disponendo di una formazione culturale in tal senso. Ha combattuto la Fifa, il potere dell’ex presidente della Federcalcio argentina Julio Grondona, poi Blatter e Infantino. Negli anni Novanta si è speso per la nascita di un primo sindacato dei calciatori. Aveva un talento straordinario nella comprensione del popolo sofferente e insofferente al potere». L’avversione di Diego per i poteri forti demarca la differenza tra lui e la Pulce: «Messi ha accettato di indossare il bisht (la tunica araba vestita da sovrani e capi tribù, ndr.) prima di sollevare la Coppa del Mondo. Diego non l’avrebbe mai fatto» osserva Botti. «Nella parte finale della sua vita è stato anzi costretto – per necessità economica, circondato com’era da diverse sanguisughe – a fare cose che non erano nella sua indole. Era antropologicamente diverso, come i napoletani. Ecco perché il continuo paragone con Messi è visto in città come ridicolo, quasi offensivo”. di Nicola Sellitti . laragione.eu – 22 dicembre 2022
A parte il fatto che i napoletani, intelligenti e astuti, appaiono anarchici a fasi alterne, molto ossequiosi ai dettami se conviene, prendiamo atto, nella nostra colpevole tetragonaggine, che un tossicodipendente mai pentito, amico di camorristi, che ostentava i simboli di un Creso e sfuggiva al carcere dopo aver sparato a giornalisti, è il simbolo degli oppressi per due frasette da bimbominkia pseudoalternativo; e che la crème intellettuale non spende mai una parola per tanti possibili innocenti in carcere, vittime di ingiustizie.
Con questo, capiamo l’attitudine lisergica dei tifosi; il tifo non conosce ragione né etica. E ammettiamo che Diego Armando emanava una simpatia tutta india, da scugnizzo sudamericano. Disponibile a giocare in campetti di periferia per la gioia di dei fan impossibilitati a seguirlo allo stadio, veniva elogiato per la sua umiltà, poiché non avrebbe mai approfittato della sua posizione privilegiata in squadra (ma per imporre il fratello Hugo pare proprio di sì). Aveva un’indole poliedrica, che lo portava a farsi nemici o amici per la vita. Oggi si parla molto di narcisismo: Maradona non sembra lontano da un simile profilo. Anche il narcisista può dire qualcosa di giusto, come l’orologio rotto.
A Napoli lo stadio è stato immediatamente intitolato a suo nome, anche per interessamento dell’ex sindaco De Magistris. Nessuno ha osato riflettere se Diego, mai troppo benevolo né con l’Italia né con Napoli, i cui tifosi considerava eccessivi e opprimenti, un uomo non esattamente di esempio per i giovani, se lo sia davvero meritato.
Carmen Gueye


