sabato, Febbraio 7, 2026
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L’Italia delle eccezioni: quando infrangere le regole vale più che rispettarle

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Ci sono storie che non indignano per il gesto in sé, ma per quello che dicono del Paese che le circonda. La vicenda della coppia che viveva nel bosco, in Abruzzo, con tre bambini poi affidati a una comunità, è una di queste.
Non colpisce soltanto per la scelta radicale di vivere fuori da ogni schema, ma per la reazione collettiva: una gara di solidarietà, una sollevazione emotiva, politici pronti a intervenire e cittadini pronti a trasformare questo caso in un simbolo nazionale.

E sia chiaro: nessuno contesta la solidarietà. È naturale, è umana, è persino necessaria.
Ma ciò che stona — ciò che fa male — è ciò che questa storia rivela dell’Italia: che da noi la pietà è selettiva, che i diritti si muovono a corrente alternata, e che chi “fa rumore” ottiene sempre più attenzione di chi vive correttamente e in silenzio.
L’ingiustizia non sta tanto nelle decisioni dei giudici — che tutelano i minori — ma nella mobilitazione emotiva che scatta solo quando c’è un caso eccezionale da trasformare in bandiera, lasciando invisibili migliaia di famiglie che rispettano le regole in silenzio.

La coppia ha seguito il proprio ideale: vivere nella natura, fuori dai circuiti formali, senza scuola, senza sanità regolare, senza regole. Un’idea anche poetica, per certi versi. Ma non si può ignorare un dato: non sono cittadini italiani. Eppure vivono in Italia come se potessero sospendere le leggi a proprio piacimento.

E allora la domanda è inevitabile: perché loro possono decidere di disapplicare le stesse norme che, se violate da un qualsiasi cittadino italiano, porterebbero a multe, procedimenti, denunce e controllo costante dei servizi sociali?

Perché possono ritirarsi nel bosco senza obblighi scolastici mentre un genitore italiano, se anche solo tarda una settimana con la scuola parentale, riceve subito un ammonimento?
Perché possono vivere in un rudere privato di tutto mentre un italiano, in condizioni identiche, sarebbe sgomberato e bollato come irregolare?
Perché lo Stato corre da loro, ascolta loro, tutela loro — mentre per centinaia di migliaia di famiglie italiane oneste la risposta rimane sempre: “non si può”?

La verità, per quanto scomoda, è limpida: in Italia esiste un doppio standard. Chi in fin dei conti rompe gli schemi viene protetto. Chi rispetta le regole viene ignorato.

Ed è qui che la gara di solidarietà diventa un boomerang morale. Perché sì, è bello aiutare chi è in difficoltà.
Ma non è giusto che un caso mediatico scavalchi, nella priorità pubblica, famiglie italiane che ogni giorno faticano a pagare l’affitto, a comprare il cibo, a mantenere la dignità — e che non fanno notizia proprio perché non violano nulla, non sfidano lo Stato, non creano teatrini.

Loro, i genitori del bosco, alla fine potrebbero anche ottenere ciò che desiderano: sostegno, appoggi, difesa politica, narrazione favorevole. E magari, alla fine, perfino il riavvicinamento ai figli.

Ma chi vive onestamente? Chi si comporta con disciplina, chi paga le tasse, chi manda i figli a scuola, chi affronta la vita senza telecamere né clamori?

Per loro, nessuna gara di solidarietà. Nessun politico. Nessun titolo. Nemmeno una carezza.

Questa non è una storia sulla libertà, è piuttosto una storia sull’ingiustizia. Sull’Italia che premia l’eccezione e punisce la normalità. Sull’Italia che corre solo quando c’è una narrativa emotiva, non quando c’è un bisogno reale.
Sull’Italia che abbraccia chi sfida le regole e volta le spalle a chi le rispetta.

E finché continueremo così, non illudiamoci: il Paese non cambierà mai. Perché chi segue le regole sarà sempre l’unico a pagarle.

M.S.

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Voci diverse, radici comuni: autori e pensieri che hanno contribuito a Secolo Trentino

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