Durante un intervento a Radio Cusano Campus, nella trasmissione “Battitori Liberi” condotta da Gianluca Fabi e Savino Balzano, Marco Rizzo, esponente di Democrazia Sovrana e Popolare, torna al centro del dibattito politico con un affondo doppio: contro i meccanismi del consenso, contro i leader “comodi” di partito e contro quella che definisce una sinistra ormai irriconoscibile.
«Su di me solo le bocciature. Ma sono stato eletto cinque volte»
Rizzo parte da un caso che definisce emblematico: un’infografica realizzata da YouTrend sulle sue “bocciature elettorali”.
«Qualcuno ha detto a YouTrend di fare l’infografica sulle mie bocciature – racconta – e io ho risposto con un doppio commento. Non hanno messo l’altra parte della mia vita, dove sono stato eletto cinque volte. Sarà uno di quei piccoli veleni, ma io ho risposto pubblicamente perché non ho paura di nessuno».
Secondo l’ex parlamentare comunista, il punto non è il dato numerico, ma la narrazione costruita attorno a certe figure: «Quando uno ha un progetto deve essere coerente, io ho detto cosa penso e hanno messo il commento in shadowbanning. Quelli che vengono eletti sempre evidentemente hanno anche una via più facile».
«I nuovi governatori? Un voto su quattro. Io 20.500, quasi tutti personali»
Rizzo rivendica poi il proprio peso elettorale a confronto con i nuovi governatori:
«Tutti i nuovi governatori eletti hanno preso un voto su quattro cittadini della regione, e poi parlano di Rizzo. Tolto Zaia, che è un fenomeno, il più votato ha preso 33 mila voti. Io ne ho presi 20.500, ma 1.200 erano voti di preferenza ai candidati, gli altri 19.500 sono miei».
Da qui la stoccata al sistema dei partiti: «Io in qualsiasi partito sarei sistemato, ma non mi faccio comandare da nessuno, sono anomalo. Io incido già così, influenzo, perché le cose che dico vengono spesso copiate, prese». E cita uno dei suoi slogan più discussi: «Lo slogan “i desideri non sono diritti” è mio, me l’hanno copiato in tanti».
Rizzo insiste anche sul piano personale: «Io non ho bisogno di vivere con i soldi della politica. A me interessa fare qualcosa, ho 66 anni, voglio ridare i privilegi della politica al mio Paese».
La metafora culinaria: «Io il barbecue, Vannacci il ristorante già apparecchiato»
Il passaggio più forte arriva quando il discorso si sposta su Roberto Vannacci, generale diventato volto di punta della Lega. Rizzo sceglie una metafora culinaria per descrivere la differenza tra il suo percorso e quello del militare-scrittore:
«Vannacci? Faccio una metafora culinaria: da una parte si tratta di spaccare la legna, mettere su un barbecue, andare a comprare la carne, mettere le pietanze sul braciere. Dall’altra parte c’è un ristorante bello apparecchiato. Ecco, Vannacci è entrato in un ristorante apparecchiato».
L’allusione è chiara: mentre il suo movimento rivendica la fatica di costruire consenso “dal basso”, Vannacci – secondo Rizzo – avrebbe scelto una struttura già pronta, quella della Lega di Salvini, con tutti i vantaggi di una macchina organizzativa rodata.
«La mia sinistra era Berlinguer. La Schlein non sa dove sono le fabbriche»
Non manca infine l’attacco frontale alla sinistra attuale, che Rizzo considera lontanissima dal modello berlingueriano:
«Ho mandato a quel paese quelli della sinistra, perché sono finti: la mia sinistra era quella di Berlinguer. La Schlein non sa neanche dove sono le fabbriche, lei è una che legge “pausa teatrale”».
Qui il leader di Democrazia Sovrana e Popolare gioca la carta dell’autenticità: «Marco Rizzo non ha bisogno delle robe scritte dagli altri, ha tutto nella zucca», dice parlando di sé in terza persona, come a marcare la distanza da una politica di slogan preparati a tavolino e comunicazione “di copione”.


