Nelson Mandela e il Sudafrica

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Il 5 dicembre 2013 se ne andava, a novantacinque anni, Nelson Mandela. Facciamo un riassunto delle vicende di quello che conosciamo come Sudafrica, che per molto non ha evocato scenari di villaggi e capi tribù, ma soprattutto l’idea di una nazione spaccata, élite europea da una parte, indigeni emarginati per l’apartheid dall’altra.

I primi a giungere sul territorio sudafricano erano stati i portoghesi nel XV secolo, esplorando la costa alla ricerca dell’oro e di un accesso a Oriente. Nel 1488 Bartolomeu Díaz è il primo a circumnavigare l’Africa e a scoprire il capo di Buona Speranza; dieci anni dopo Vasco da Gama doppia il capo e approda alle coste del Natal. L’oro non si trova, in compenso la tribù dei Koi-koi sbarra la strada, costringendo a una ritirata. Il Capo di Buona Speranza diventa il primo “host” per le avanguardie inglesi e olandesi in cerca di vie di commercio; si forma la Compagnia olandese delle Indie Orientali, giungono i primi coloni a Table Bay, la futura Città del Capo. Inizia la campagna di reclutamento di manodopera, trovata tra gli abitanti del posto o in arrivo da India e Indonesia, ma pure tra i cosiddetti boeri, che altro non erano se non contadini olandesi in cerca di fortuna. Iniziano i primi contrasti con gli inglesi, che progettavano un collegamento terrestre dall’Egitto alla punta del continente, perseguito sottraendo territori proprio ai Boeri, oltre che agli autoctoni Xhosa e Zulu.

Quando i britannici, nel 1814, si accaparrarono La Colonia del Capo, i Boeri ripararono a nord. Nel 1843 le tensioni tra i due gruppi sembravano irreversibilmente destinate a sfociare in un conflitto, ma la saggia Europa intervenne a spartire: nel 1848 e 1854 fu sancita la nascita del Transvaal (dotato di giacimenti auriferi e diamantiferi) e dello Stato libero di Orange.

Gli inglesi però premevano, provocando la prima guerra anglo/boera del 1988, da loro persa; i boeri si allearono con le colonie tedesche, tra Namibia e Tanzania: un precedente di cui tener conto. Nel 1899 scoppiò la seconda guerra anglo/boera: dopo un primo svantaggio, gli inglesi prevalsero, creando poi campi di concentramento per la popolazione avversaria e inglobando i due stati ricchi di giacimenti. Si parla di circa trentamila vittime complessive. Così la situazione dal 1902, e tale era quando, nel 1918, nacque Nelson, nella provincia del Capo, a Mvezo, nella regione sudafricana del Transkei,

Il padre, Gadla (Henry Mphakanyiswa Mandela), scomparso quando lui era bambino, era un capo tribù di stirpe reale dell’originaria nazione Xhosa, titolo perso quando egli si era opposto alla decisione di un giudice boero di sequestro del bestiame; così la famiglia, composta dal patriarca e quattro mogli, era scesa al livello di una tribù di pastori, sia pure di un livello superiore agli altri. La poligamia non deve stupire, poiché in uso tra molti popoli, non solo africani e non necessariamente islamici, per tradizione. Nelson dichiarò anni dopo :” “Mio padre era poligamo, aveva 4 mogli. Per me erano tutte madri e i loro figli, miei fratelli. Quando ero giovane non pensavo fosse un errore avere tante donne. Forse è per questo che ho amato le donne, perché imitavo mio padre”. Come figlio di una moglie successiva alla prima, però, dunque ramo cadetto, il giovane non aveva diritto al teorico trono, ma conservava la qualifica di consigliere reale. Tali titoli, che possono destare ironia in occidente, vengono ancora presi molto sul serio in funzione di autorità morali, come lo “chef du village”, capo villaggio.

Il nonno di Nelson aveva acquisito il cognome Mandela, mentre “Nelson” fu attribuito una volta a scuola, al posto di Rolihlahla, come da obbligo dei colonizzatori, che tendevano a escludere i nomi locali: Madiba era titolo onorifico del clan. Il giovane fu sottoposto alla rituale cerimonia di circoncisione e dirà in seguito che, a causa del dolore per tale inevitabile operazione di passaggio all’età adulta (dopo il quale veniva bruciata simbolicamente una capanna) aveva emesso in ritardo l’urlo liberatorio.

Partito dunque come esponente di una casta superiore, Nelson poté studiare, ma non in una scuola “separata” come viene spesso raccontato, bensì in istituti missionari, per poi iscriversi all’università di Forth Hare, facoltà di legge; ne verrà espulso per le sue prime attività antigovernative, passerà alla University of South Africa, poi riuscirà a laurearsi, di nuovo a Forth Hale. A 22 anni trovò lavoro come guardiano alle Crown Mines di Johannesburg . In campo religioso il futuro presidente, metodista, avrà sempre ad affermare che la fede è un fatto personale; era amico del carismatico arcivescovo anglicano Desmond Tutu.

Nelson, dopo essere rimasto orfano di padre, era stato adottato da un amico di famiglia, divenendo amico fraterno di Justice ( a volte indicato come cugino), che lo affiancò nella fuga a Johannesburg, per evitare un matrimonio combinato con una ragazza di stirpe affine della tribù Thembo.

Nelson pratica pugilato

La morsa della discriminazione si faceva sentire così, nel 1944, Nelson Mandela, Walter Sisulu e Oliver Tambo insieme ad altri costituirono la Lega Giovanile dell’ANC (African National Congress), partito di cui presto Mandela diventerà leader; con Tambo (che per un periodo si rifugerà a Reggio Emilia) aprì il primo studio legale di “neri”, anche se non è chiara la loro classificazione: uno studio accurato dei dominatori aveva grosso modo diviso le “razze” in quattro tipologie, comprendendovi anche i cosiddetti mulatti. Nel frattempo Nelson, a seguito di un colpo di fulmine, sempre nel 1944 sposò Evelyn Mase, infermiera, testimone di Geova (scomparsa nel 2004), che gli resterà a fianco fino al 1958, quando la situazione del marito iniziava a precipitare. La coppia, che visse nel famoso ghetto di Soweto (acronimo di south western townships) ebbe quattro figli: una bambina morta in fasce, Thembi, scomparso per incidente stradale nel 1969 già padre di due bambini, Makgatho, morto di AIDS  a 55 anni, nel 2005, e l’unica in vita di questa nidiata, Makaziwe, nata nel 1954. Soweto è rimasta famosa per i sanguinosi scontri del 1976, quando il governo volle imporre l’uso dell’afrikaans nelle scuole per “neri”.

Nel 1948 era uscito vincitore dalle elezioni (votavano anche le donne, ma solo bianche) il Partito Nazionale, in cui era confluito quello Afrikaneer (nome della lingua ufficiale del paese, un misto di tedesco, francese, olandese e termini locali), considerato erede di quello omonimo che aveva simpatizzato ( pur appoggiando la neutralità del paese) con la Germania nazista, in funzione antinglese, al potere dal 1924 con una serie di scissioni, secondo l’appartenenza etnica e la visione delle alleanze. Tradizionalmente si riteneva che la componente inglese fosse più tollerante verso le popolazioni di colore, ma l’apartheid fu comunque legalizzato. In seguito la nazione si svincolò dal Commonwealth.

Il paese visse peraltro un momento di gloria quando, nel 1968, il fascinoso cardiochirurgo Christiaan Barnard realizzò il primo trapianto di cuore al mondo, diventando personaggio glam, per un periodo “fidanzato” con Gina Lollobrigida.

Christiaan Barnard

Nel 1977 l’attivista Steven Biko, fondatore del Black Consciousness Movement (“movimento per la coscienza dei neri”) morì dopo lunghi interrogatori e una lesione cerebrale attribuita a percosse della polizia. La comunità internazionale, che aveva chiuso tutti e due gli occhi sul saccheggio delle terre e il segregazionismo selvaggio, decretò l’embargo, esteso alla Namibia, territorio sudafricano fino al 1990. A seguito di tale decisione diversi atleti corsero ad acquisire, ove possibile, un passaporto estero, come Marcello Fiasconaro: figlio di un musicista palermitano deportato nell’ultima guerra, divenuto italiano per gareggiare ( tornerà poi in Sudafrica), fu primatista mondiale degli 800 metri piani dal 1973 al 1976, tuttora detentore del record per l’Italia.

Sorse anche una polemica sui nove concerti dei Queen del 1984 a Bophuthatswana, un bantustan (o enclave) sudafricana assegnata alle etnie di colore. In realtà non furono certo i soli a esibirsi in quel paese; lo fecero Diana Ross, George Benson e Millie Jackson (afroamericani), Rick Wakeman degli Yes, Shirley Bassey (afroinglese), i Beach Boys, Linda Ronstadt, Cher, Liza Minnelli, Frank Sinatra, Paul Anka, Status Quo, Rod Stewart, Elton John.

Nel 1985 si creò un ulteriore imbarazzo. Un gruppo di mogli di diplomatici chiamatesi “ Madri africane” organizzò un concerto, il 26 aprile, in una sala dell’ONU, allo scopo di raccogliere fondi per alleviare la carestia nel “continente nero”. Le signore non si erano accorte, però, che tra gli invitati a esibirsi c’erano personaggi inseriti in una “black list” stilata nel 1983 dalle Nazioni Unite. Oltre ai nomi citati, vi comparivano gli afroamericani  Ray Charles e Johnny Mathis, Linda Ronstadt, Dolly Parton, Liberace, Pia Zadora, i Beach Boys, Chick Corea, e Glen Campbell, il Vienna Boys ‘Choir, la cantante australiana Helen Reddy, la cantante lirica Montserrat Caballé,  i ballerini israeliani Valery e Galina Panov. Fuori dal mondo musicale c’erano il regista Alan J. Pakula, l’attore Ernest Borgnine, lo stilista francese Pierre Cardin, lo scrittore Frederick Forsythe e, sorpresa, Laura Antonelli, oltre a diversi sportivi che avevano partecipato a gare in Sudafrica. (dal sito queen4.everblog.blogspot)

Va detto che gli osservatori specializzati hanno rilevato alcuni aspetti spesso trascurati, come la presunta doppiezza statunitense (ma non solo), sia perché analoghe situazioni di emarginazione fattuale degli afroamericani vegetavano negli USA, ma altresì perché la destra sudafricana poteva far comodo per costituire un appoggio alla politica antisovietica. In concreto, il provvedimento di embargo fece sì che il Sudafrica si attrezzasse con industrie proprie, rendendosi autosufficiente, pur se è quasi pacifico che alcuni paesi intrattenessero con esso rapporti, più o meno clandestini, di import export.

A tal riguardo sono state avanzate ipotesi sul disastro aereo del volo di linea South African Airways 295, partito da Taiwan, diretto all’aeroporto Internazionale O.R. Tambo, Sudafrica, con scalo intermedio all’aeroporto Internazionale di Mauritius, cui non giunse per un fatale incendio a bordo, il 28 novembre 1987. Nel 1992, il giornale della Royal Aeronautical Society (RAeS) parlò di un trasporto merci per Armscor, un’agenzia di armi sudafricana. David Klatzow, perito forense nell’indagine ufficiale, avanzò una teoria secondo cui le fiamme si svilupparono da sostanze che normalmente non avrebbero dovuto essere trasportate su un aereo passeggeri. Ad oggi non si è raggiunta una concorde conclusione.

Mandela si attivò per una lotta pacifica, sul modello di Gandhi (che aveva avuto problemi di apartheid quando lavorava come avvocato in Sudafrica) e di Martin Luther King, ma, dinanzi alle resistenze governative, dovette dichiarare l’inevitabilità di un possibile ricorso alle armi; ne conseguì un processo per tradimento e la condanna, nel 1962, a cinque anni di prigione, poi diventati 27. Tra i suoi alleati si trovavano esponenti delle formazioni di ispirazione comunista, che non costituivano sempre un beneficio, sia per l’ostilità del governo che per un’impronta ideologica da Nelson approvata solo in parte, e vennero considerate la prova di un’impronta terrorista dell’ANC.

Prima dell’incarcerazione, nel 1958, Mandela si era risposato con Winifred “Winnie” Madikizela, (1936/2018), madre delle figlie Zenani e Zindzi.

Nelson e Winnie

Nel 1989 ogni comune cittadino capì che molto bolliva in pentola, dopo i tumulti di piazza Tienanmen e la caduta del muro di Berlino. Il presidente sudafricano Frederik De Klerk, subentrato al malato Willem Botha, scese a miti consigli: Mandela fu liberato, tra il tripudio generale, sulle note della hit “Mandela day”, cantata dai Simple Minds.

Anche noi esultavamo, ma non facemmo in tempo a goderci la lieta novella, che subito spuntarono inquietanti notizie su Winnie; dopo aver atteso per anni la liberazione del marito, fu coinvolta in scandali sulle raccolte fondi; la sua guardia del corpo (dicono suo amante, ma questo poco importa) la mise in mezzo a una oscura vicenda di ricatti con un informatore della polizia, subito dopo trovato ucciso; infine, la coppia divorziò.

Nelson divenne presidente del Sudafrica nel 1994, dopo aver incassato il premio Nobel per la pace ex aequo con De Klerk. Si tenne una grande celebrazione, alla presenza di artisti del calibro di Harry Belafonte e Quincy Jones e di Rita Marley, ma Miriam Makeba, che pure aveva potuto rientrare in Sudafrica nel 1990 su interessamento di Nelson, non solo non fu invitata, ma non riuscì nemmeno a entrare (vedasi nostro articolo https://secolo-trentino.com/2025/02/24/miriam-makeba-piu-sentimenti-che-politica/)

Nel 1998 l’irriducibile Nelson si sposò per la terza volta con l’avvocata Graça Machel, vedova del presidente del Mozambico, due figli, impegnata nelle organizzazioni internazionali, che gli rimase accanto fino alla fine.

Dopo tanti triboli, nel 1997 si avviò la Commissione per la verità e la riconciliazione, con la partecipazione di Desmond Tutu, anche lui Nobel per la pace, nel 1984 (deceduto nel 2021). Questi fece accettare l’antico principio tribale dell’ubuntu, a significare la assoluta parità di condizioni tra gli esseri umani.

Tale formula di giustizia riparativa, adottata da vari paesi, anche inaspettati come la Svezia, su temi che riguardano persecuzioni e discriminazioni, non equivale certo a una Norimberga, anche se talvolta, come appunto nel caso del Sudafrica, le atrocità attribuite ai governi del paese in teoria avrebbero comportato gravi punizioni. Tutto si risolse con quello che Fantozzi avrebbe chiamato “ colpone di spugna”, anche per i membri dell’ANC resisi responsabili di abusi, e pochi pagarono, blandamente. L’ex presidente Botha non volle parteciparvi, considerandola una carnevalata dettata dai poteri forti.

In Italia, all’avvio della transizione verso il nuovo corso, una sola voce stonò, il solito Indro Montanelli, ma era facile profeta: la libertà improvvisa concessa a chi non la conosce può stordire e destabilizzare. Essere di un colore simile non significa marciare d’amore e d’accordo, una volta venuto meno il collante dell’obiettivo comune che aveva tenuto uniti.

Oggi ci dicono che il tasso di criminalità è molto alto, esiste una crisi energetica strutturale per la mala gestione di Eskom, la disoccupazione dilaga e la ricchezza è sempre in mano a pochi.

Mandela si dimise nel 1999; gli succedettero Thabo Mbeki, dal 1999 al 2008, dimissionario per accuse su infiltrazioni in indagini sul suo vice Jacob Zuma;  Petrus Kgalema Motlanthe,  ad interim dopo le dimissioni di Mbeki, dal 2008 al 2009; Jacob Zuma, dal 2009 al 2018, condannato a 15 mesi di reclusione per oltraggio alla giustizia; Cyril Ramaphosa, in carica dal 2018, tuttora sotto giudizio per fondi neri, tutti provenienti dall’ANC, che però ha perso la maggioranza al congresso nel 2024: benvenuti nel meraviglioso mondo della democrazia.

E se l’eredità di Mandela prima o poi sfumerà a favore di altre galassie che non hanno conosciuto violenze e persecuzioni, quella economica è stata oggetto di contesa. Si trattava di beni stimati in circa quindici milioni di euro che gli eredi, tutti ben piazzati in multinazionali o imprese col marchio di famiglia, hanno in parte riversato nella fondazione voluta da Nelson, ora resort e museo, a parte le donazioni a favore di varie scuole e del partito.

Graça con il principe Harry d’Inghilterra

La vedova Graça si è debitamente espressa a favore dell’Ucraina e della Palestina. Tutto in regola.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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