John Lennon: Genio Ribelle dei Beatles, Pacifista di Imagine e Uomo Tormentato

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John Winston Lennon nacque a Liverpool nel 1940. Il papà Alfred, era un marinaio d’origine irlandese, la mamma Julia una casalinga. Sembra si fosse trattato di un matrimonio un po’ affrettato, anche se non riparatore. John nacque quasi due anni dopo.

L’argomento genitori è controverso, a seconda dei biografi. Fino a una certa data si concordava sulla scarsa tenuta dell’unione, per il lavoro di lui e la natura insofferente di lei. Julia infatti non reggeva all’assenza del marito e rimase incinta di un altro uomo; il padre scomparve, mentre la bambina pare sia stata data in adozione e finita in Scandinavia. (da John Lennon – Albert Goldman)

Alfred, tornato a Liverpool, optò per il divorzio, ma di recente molti hanno smentito la furibonda lite tra i due per l’affido del piccolo che, messo davanti a un bivio, avrebbe scelto la madre. In effetti Alfred, per il suo lavoro, non poteva garantire stabilità al figlio; infine i due avrebbero trovato un accordo e John restò in Inghilterra. Alfred si rifece vivo anni dopo con John ormai celebre, battendo cassa per sé e una sua nuova, giovane fidanzata, richiesta che fu accordata, senza particolari riflessi affettivi.

Julia si risposò con John Albert Dykins e provò a tenere il figlioletto con sé, mentre le nascevano altre due figlie, ma non funzionò. Anche quando il figliastro crebbe, il patrigno non lo sopportava vedendolo per casa. Qui pure le versioni divergono, come per tutto questo primo periodo biografico.

Va precisato che una delle sorellastre, Julia  Baird, pubblicò un libro nel 2008, che rivoluzionò la narrazione sui primi anni del cantante. Noi ci atterremo alla biografia di Goldman, per quanto malevola e da filtrare. Dunque la madre lasciava quasi sempre il bambino dalla sorella Mimi, sposata con George, senza figli, tanto che questa lo prese in via definitiva esclamando su Julia: “Tutto quello che ha fatto è averlo”. John parlò sempre con rispetto degli zii e fu in corrispondenza con Mimi fino alla fine.

John e gli zii

L’infanzia non fu particolarmente tribolata, considerati gli inizi difficili. Era prevedibile che John crescesse secondo i modelli sociali dell’epoca e del luogo: i gruppi giovanili girovagavano in cerca di risse nell’angiporto, in preda alle prime intemperanze alcoliche. Nel frattempo arrivava dall’America la musica rock, portando in dote un indubbio vantaggio per i figli d’Albione: parlava inglese.

E’ inevitabile provare un po’ d’invidia, e ancor più per chi di professione è musicista, nei confronti di questo popolo, diciamo britannico, che non aveva prodotto, nei secoli, uno straccio di artista musicale degno di nota.

Gli avventurosi anglosassoni, coadiuvati dai paraconnazionali, gaelici, scozzesi, gallesi, non avevano perso tempo nelle belle arti e nella musica, troppo impegnati com’erano a navigare, colonizzare e, secondo le interpretazioni, sfruttare le risorse altrui. 

L’immagine di questa “nazione”, chiamata di volta in volta Gran Bretagna o Regno Unito o, secondo una detestata e impropria traslazione, Inghilterra, era legata all’ inossidabile monarchia e al suo contorno nobiliare a cavallo; agli uomini in bombetta della “City” finanziaria, alle corse dei cani e ai castelli. Il resto era una landa desolata e battuta dal vento, dove pioveva spesso, si mangiava male, si beveva troppo. Il popolo era diviso tra una èlite altezzosa ed una massa alquanto derelitta, sepolta in fabbriche o miniere, da cui usciva per cercare fortuna in terre lontane.

La grande letteratura nobilitava l’immagine del paese, ma non era pane quotidiano per le masse, non più che altrove, almeno. E questo era tutto. In definitiva, l’isola non era mai stata particolarmente di moda. Nessuno sognava di andarci e, possibilmente, se ne fuggiva. Una meta molto amata dagli inglesi abbienti, già da allora, era la Toscana.

John non sarebbe stato un cattivo studente, a parte la disciplina, finché Mimi riuscì a seguirlo; era particolarmente portato per il disegno e coltivò quest’ hobby fino alla morte.  Egli viene spesso ricordato come un ribelle, ma forse non è la definizione giusta; era piuttosto un rivoluzionario solitario, che cercava soluzioni di principio, con esplosioni emozionali in positivo e negativo.

Per il resto, le sue abitudini erano quelle dei ragazzi della sua età, in quel centro portuale che forniva qualche occasione di svago in più rispetto ad altre città, senza ovviamente uguagliare la capitale.

I fermenti musicali arrivavano nell’isola. John suonava la chitarra, a cui si dice lo abbia instradato la madre, sempre su versioni recenti. Oggi si vuole che Julia lo esortasse all’arte e la zia lo reprimesse; in realtà Mimi portava la grande responsabilità di allevare un figlio altrui e le toccava quella parte.

John si dedicava allo stile skiffle, che poi consisterebbe nell’utilizzo di oggetti comuni come strumenti, e mise su il primo gruppo, suonando a feste; a una di queste, per la chiesa locale, conobbe Paul McCartney, il quale aggregò il giovanissimo George Harrison; il batterista all’inizio era Pete Best, che se ne andrà per dissapori con il padre di McCartney; o forse anche perché refrattario alle droghe utilizzate dagli altri tre.

Biografi malevolenti hanno insinuato che in quegli anni lui abbia ucciso incidentalmente un coetaneo durante una rissa; e che abbia la responsabilità della morte di Stuart Stutcliffe, un caro compagno di bisbocce. In uno slancio di violenza cameratesca da amiconi molto in confidenza, John lo avrebbe preso a calci in testa, provocandogli un’emorragia fatale. Il povero “Stu” stava provando a entrare nel gruppo in qualche modo. La sua ragazza, una tedesca, aveva studiato le pettinature a frangetta della band. Non crediamo sia avvenuto un fatto così grave, anche se Lennon aveva la tendenza allo “scherzo di mano”, non sempre gradito da chi lo subiva. Stu ideò il nome, un gioco di parole tra Beetles, scarafaggi e beat, battere, pensando al mitico rocker Buddy Holly, appena morto in un incidente aereo, che suonava con i Crickets (grilli).

Nel 1958 Julia morì investita da un’auto, e il diciottenne John, che negli ultimi tempi la vedeva più spesso di un tempo, ricevette un altro duro colpo.

Sentimentalmente il giovane stava quasi a zero, poco incline, da buon inglese, a grandi gesti amorosi. Ci fu l’apprendistato con qualche ragazza più grande, sotto l’arcigna disapprovazione di zia Mimi. Infine la dolce coetanea Cynthia Powell, che girava in kilt e twin setcolori pastello, riuscì ad attirare la sua attenzione e a “fermarlo” per qualche anno; la ragazza si tinse i capelli di biondo perché sapeva di una passione di John per Brigitte Bardot. Il buffo è che quando, anni dopo, la Bardot mandò a dire di volerlo conoscere, lui si rifiuterà di incontrarla.

John non parlò mai molto di questa prima unione, se non a pochi intimi. Lei era innamoratissima, lui chissà.   A un certo punto la ragazza restò incinta e i due si sposarono in tutta fretta nel 1962. Nell’aprile 1963 nacque il malinconico Julian, che il padre non riuscì mai a capire; quando stavano insieme gli impartiva un’educazione cameratesca da vecchio inglese, inadatta al figliolo. Il matrimonio si deteriorò per molte ragioni; pur alloggiata col coniuge in un sontuoso castello e gratificata di regali da sogno, lei arrancava, come accade a molte donne spose di una star prima del il successo. Paul McCartney avrebbe composto il brano “Hey Jude” per consolare Julian.

La prima famiglia

All’inizio i quattro giovanotti si facevano chiamare “Quarryman” e seguivano la corrente musicale detta “Merseybeat”, insomma erano dei beat. Cos’erano dei beat? Rocchettari in salsa inglese. Per fare figo portavano i capelli un po’ lunghi con zazzere a coprire la fronte e all’inizio non se li filò nessuno. Erano magrolini con facce inespressive e poche ragazze al mondo li avrebbero trovati sexy.

John era forse ancora più impacciato degli altri. Nelle interviste dei primi anni si vede un ragazzo che fa strane smorfie e battute, così, tanto per fare. Il vero portavoce era il più accorto e disinvolto Paul. Gli altri due esistevano, ma contavano meno. Ringo Starr, agli inizi, fu accusato dai critici musicali di non saper fare neppure una “rullata” degna di un vero batterista, ma entrò nelle simpatie degli altri, che gli tennero perfino il posto durante una malattia. George Harrison sembrava immerso in un’altra dimensione ( una volta portò tutti in India) ed era considerato, nell’economia del gruppo, un “servo di scena”. Agli addetti ai lavori la sentenza.

La carriera dei Beatles iniziò in sordina in un locale “di giro” di Amburgo, molto adatto a gavette musicali per band emergenti o che mai sarebbero emerse. Ma loro ebbero fortuna, non si sa perché, forse per fortuna. Infine, nel 1962, uscì l’LP “Please please me”, con il singolo Love me do: fu un’atomica.

I Beatles ad Amburgo (alla batteria c’è ancora Pete Best)

John ebbe diverse storie d’amore, avventure di ogni genere, periodi promiscui, relazioni parallele: in definitiva, tutto il bagaglio sentimental – sessuale della rockstar che si rispetti. Teneva certamente comportamenti sconcertanti, ma non troppo, se si guarda al contesto. Era capace, nei suoi momenti di follia, di abbracciare e baciare sulla bocca un amico, dopo averlo fatto rotolare a terra con sé; o di uscirsene in affermazioni di affetto per altri maschi, senza inibizioni. Ma anche di criticare scherzosamente le canzoni dei rivali/amici Rolling Stones, definendole “da culattoni”. Era un personaggio fuori dagli schemi e poco prudente nelle affermazioni, senza dubbio. Basti pensare a quando disse che i Beatles erano più famosi di Gesù Cristo. Chiaramente desiderava solo esprimere lo stupore che gli stessi quattro dovevano provare, assistendo al delirio che avevano provocato. In quella fase, davvero i media parlavano più di loro che di qualunque altro argomento. Ma ne nacque un putiferio. Negli ultimi anni di vita Lennon ebbe a dire di sentirsi comunque affine a un’educazione cristiana ed elaborò la sua definizione di Dio: il nostro rapporto col dolore.

Poi c’era il loro manager, Brian Epstein, l’artefice del fenomeno. Di lui si è detto molto e forse non tutto il merito del successo della band gli va attribuito. Il lavoro fu corale e distribuito nel tempo tra varie figure, tra cui spicca George Martin. Epstein non li mollava un attimo; era, in pratica, il quinto Beatle e così fu definito da John il giorno in cui si seppe che Brian si era suicidato. Partì un vespaio di pettegolezzi: era gay, innamorato di Lennon, si era ucciso perché, dopo un’iniziale breve relazione, John avrebbe troncato per ovvie ragioni. Invero, Goldman sostiene vi siano stati rapporti intimi tra loro, a titolo di concessione dell’amato verso il suo adoratore.

Il successo dei Beatles è innegabile; fu maggiore nei paesi di lingua inglese, buono nel resto dell’Europa e del mondo occidentale. L’onda lunga è arrivata un po’ ovunque, dal 1962 al 1970.

I “fab four”, a corto di voce, non amavano i tour dal vivo e facevano di tutto per evitarli, finché riuscirono a smettere. Va registrato anche il contenuto riscontro che trovarono in Italia, nel 1965 (Milano, Genova Roma). Non ci fu una particolare esaltazione, eppure erano i tempi del Piper,il mitico locale romano della new generation, e dei capelloni. Naturalmente non mancarono una vivace curiosità e un certo entusiasmo giovanile, del tutto comprensibili.

Incontenibile invece fu la gazzarra negli Stati Uniti, con grave disappunto dei gruppi locali, e dell’ambiente musicale in genere, che si riteneva defraudato dai “copioni” inglesi e dagli altri che nel frattempo si stavano affermando. Si parlò di “british invasion”.

La regina Elisabetta elargì loro il titolo di “baronetti”. Qualche anno dopo John lo restituì e raccontò che, in attesa di essere ricevuti dalla sovrana, prima della cerimonia, lui e gli altri tre avevano fumato erba nei bagni di Buckingham Palace. Gli aneddoti delle star vanno presi sempre con le pinze.

Il governo laburista li corteggiava, per accattivarsi le simpatie dei più giovani. Il gruppo rappresentava un’espressione popolare, utile a far dimenticare i guai della disoccupazione e della decadenza economica.

Titoli e simpatie li tennero al riparo per un po’ dalle perquisizioni poliziesche, allora frequentissime, da parte dei governi decisi a dimostrare di non guardare in faccia a nessuno, quando si trattava di lotta alla droga. Dopo le irruzioni “a sorpresa”, laddove un cantante dormiva tranquillamente in compagnia delle sue belle e della sua roba, la casa discografica pagava una cauzione e tutto finiva lì.

Non manca chi sostiene che l’onda beat fosse un’operazione dell’intelligence britannica per rilanciare immagine ed economia del Regno Unito. I brani dei Fab Four erano sempre più elaborati e pare strano, a costoro, che tutto possa essere nato in un pub di periferia ( e valga per tanti gruppi connazionali).

Il capitolo “sostanze” non è molto originale. Un po’ di tutto e di più, come si dice, ma John non fu mai un “drogato” per antonomasia, alla Morrison e alla Hendricks: rientrava nella categoria dei consumatori di alto bordo. E’ stato osservato che i testi delle canzoni dei Beatles fanno spesso riferimento all’uso di stupefacenti, in maniera più o meno velata ( un esempio per tutti “Lucy in the sky  with diamonds”). Si trattava di un giochetto frequente in tutto il mondo.

Lennon praticava sport a intermittenza, con lunghi periodi di inattività, durante i quali viveva e lavorava praticamente a letto. Poco amante della guida, tutt’al più si divertiva in gare puerili con gli altri tre, ammaccando delle fuoriserie. Infine ebbe un incidente, in una delle rarissime occasioni in cui si era concesso una gita con Yoko e i rispettivi figli, e gli passò la voglia. Optò per una Rolls  bizzarramente dipinta, condotta dall’ autista di fiducia Les Anthony, che ha riferito di alcune cosette che vi accadevano. Diversi anni dopo acquistò una Mercedes Station Wagon, poi venduta in un’asta per collezionisti. Amava i comportamenti intellettuali e l’ironia fine; se era di buon umore e non in preda ad uno dei suoi temibili attacchi di collera, si rivelava sagace e spiritoso, divertente e profondo. Forse per questo rimase attratto da Yoko Ono, artista alternativa di stanza a New York, specializzata in arte concettuale e nota per organizzare eventi “off” .

Era l’epoca della cultura hippy *e delle nuove forme di arte figurativa. Stava emergendo Andy Warhol, un bizzarro ometto d’origine slovacca, sul cui talento artistico ancora si discute, proprietario di una “factory”  a Manhattan, di artisti e strambi compagni di vita.

Yoko, classe 1933, era una giapponese cresciuta in America, altolocata (padre banchiere per la casa imperiale), già due volte divorziata, con una figlia che vedeva poco, affidata all’ex marito americano, Tony Cox. Non uno schianto di donna, ma interessante, lui la conobbe all’Indica Gallery di Londra nel 1966: “I saw her standing there”, la vidi laggiù ( e me ne innamorai). Esperta di arte concettuale,  si mostrava materna con John, sicura di sé, pronta a condividere le esperienze estreme e attratta dalle scienze esoteriche: Cynthia non aveva alcuna speranza e dovette farsi da parte. Dopo aver subito tradimenti e lo smacco finale, Cynthia, in un momento di rabbia si fece beccare con un tipo che si vendette la storia ai giornali. Gli avvocati di John lo convinsero a motivare il divorzio come vittima di adulterio, ma dovette anche ammettere il proprio; si svenava per finanziare le iniziative artistiche della nuova compagna, che, in verità, pur interessanti e innovative, erano apprezzate da pochi e assai costose; Yoko rimase incinta, ma perse il bambino.

Hanno detto che i Beatles si sono divisi per contrasti tra le loro donne. L’impressione è che non ne potessero più di quella vita in comune, cui erano costretti dai loro manager. Forzati dalla strategia mediatica ad apparire come quattro gemelli siamesi inseparabili, probabilmente la maturità fece loro desiderare esperienze diverse e anche le mogli dovettero avere la giusta influenza su certe decisioni: si parla sempre delle consorti dei due leader, naturalmente.

E’ un fatto che Yoko si infilava sempre nelle sedute di registrazione degli ultimi album, senza schiodarsi. Interferiva significativamente. minando la coesione del gruppo. Metteva becco, mentre il marito fingeva di subirne le attenzioni. John , ricordiamo, per natura non era remissivo. Probabilmente  “usava” la figura di lei per levarsi dalla band, ormai saturo dell’esperienza con gli altri.

I due si sposarono nel 1969 a Gibilterra, e lui aggiunse ufficialmente il cognome Yoko a quello di nascita; maturò una consapevolezza nei confronti delle donne e rinnegò il suo precedente maschilismo. La coppia andò a vivere prima al Village di New York, per poi trasferirsi nel tetro residence Dakota: secondo i maligni, più a portata dei pusher di un certo livello. Yoko portò il marito in Giappone, ma la sua altezzosa famiglia non sembrò impressionata dal nuovo genero rockstar e lui si annoiò a morte.

Nozze a Gibilterra

Nel 1973 i coniugi si separarono per più di un anno, durante cui John si mise con la loro segretaria cinoamericana, May Pang, periodo poi da lui denominato “lost weekend”. La giovane, sedotta dal suo principale, lo seguiva devota, ma quello fu un periodo di disordini personali dell’uomo, molto dedicato al consumo di acidi. Tuttavia pare che la Pang abbia influito sul riavvicinamento tra padre il figlio e anche sulla creatività del singer, che partorì brani come “Mind Games” con la produzione del celebre ( e discusso) Phil Spector.

McCartney lo incontrò esortandolo a tornare con la moglie, ma lui sembrava deciso a restare dov’era. Dopo diciotto mesi Yoko Ono, che aveva lasciato la briglia sul collo ai due, ritenendo la segretaria non pericolosa, in pratica lo richiamò indietro e lui obbedì, lasciando affranta May. La giovane scrisse due libri sulla relazione, sostenendo di aver continuato a vedere Lennon e di essere rimasta in contatto fino alla sua morte. Secondo un’altra collaboratrice, e amica della Ono, Marnie Hair, Yoko visse sempre temendo di perderlo. Come premio di riconciliazione, nel 1975 la quarantaduenne signora fece bingo e nacque Sean, il 9 ottobre, lo stesso giorno del padre.

Sean Ono Lennon

Ripartì una raffica di supposizioni. Yoko era “anziana” e anche dedita alle droghe; i tentativi degli anni precedenti erano andati a vuoto; secondo le testimonianze dei soliti linguacciuti amici, i due si vedevano assai poco: come era potuto succedere che lei rimanesse incinta? Si è sempre parlato di fecondazione artificiale, come allora si chiamava ed è probabile. Lei voleva ricorrervi per un’altra gravidanza, ma il ginecologo la dissuase. Lingue ancor più lunghe sostengono che l’ovulo fosse stato donato da May.

John era euforico; un altro smacco per il triste primogenito Julian, in balìa della sequela di mariti di Cynthia e patrigni provvisori per lui. Il secondo matrimonio di Cinthya fu con un ristoratore italiano, Roberto Bassanini, che Julian ricordava con simpatia, ma con gli altri andò meno bene. Lei godeva di una rendita da parte dell’ex, che dicono fosse meno alta di quanto si possa immaginare, ma le permetteva una vita agiata e investimenti, peraltro non andati a buon fine; ovviamente a sua volta scrisse sulla sua esperienza con John.

In anni recenti Julian, dopo la scomparsa della madre, nel 2015, ha rilasciato dichiarazioni rancorose verso il mondo musicale, che avrebbe ignorato Cynthia, la quale compare poco nelle biografie e nelle commemorazioni. La situazione risulta complessa. John avrebbe affermato di aver sposato Cynthia solo perché incinta dopo una nottata alcolica, ma si sa che il cantante amava le sparate.  Julian ha avuto il destino di molti figli di divorziati VIP e le stesse abitudini di quasi tutti gli altri, compreso un uso esorbitante di droghe. Dotato di un timbro vocale accattivante, simile a quello paterno, nel 1984 il giovane incise un ottimo album “Valot”, ma le sue inquietudini gli impedirono di decollare. Refrattario a farsi una famiglia, emerse dalle nebbie negli anni novanta, trovando un accordo con la “matrigna” che accordò un cospicuo capitale. Sugli incontri tra mogli non si sa molto, a parte qualche resoconto su una pacificazione apparente.

John spese denari ed energie in quantità per ritrovare Kyoko Cox, la figlia di primo letto di Yoko, tenuta nascosta dal padre legittimo, si dice in una setta; e pare sia stato il motivo principale del trasferimento dei due negli USA, che non li trattavano particolarmente bene. John Si riferiva alla bambina come ad una figlia naturale. Solo negli anni novanta Yoko e Kyoko si rincontrarono.

Prove di famiglia allargata, con Julian e Kyoko

Dopo la nascita di Sean John si dedicò al bambino, lasciando alla moglie l’amministrazione del patrimonio familiare e la gestione di un caseificio che avevano acquisito, ma non trascurò di aiutarla nella sua autonoma carriera di artista. L’ambiente dei musicisti sghignazzava. In realtà dai filmati si intuisce il disagio della donna, impegnata a stare al passo con un uomo difficile. Ci fu un momento in cui i due si acconciarono a una vita borghese, partecipando anche all’insediamento del presidente Jimmy Carter, sperando così che le autorità li lasciassero in pace. John lamentò che su migliaia di celebrità strafatte che bazzicavano gli States, pareva che gli unici da controllare fossero loro.

Goldman sosteneva che anche Yoko si concedesse delle divagazioni e le piacesse frequentare gay, disposti ad accettare la sua compagnia per soldi; e che il divorzio era in vista, solo la morte di John l’ avrebbe evitato.

In verità, si è visto John sempre e soltanto difendere la moglie, a suo parere odiata perché giapponese, ovvero originaria di un paese nemico in guerra. E si sa che i tipi alla Lennon, pedanti sui principi, potrebbero tenersi una donna anche solo per questa ragione. Se poi davvero Lennon era un taccagno, le spese di un secondo divorzio, questa volta prevedibilmente più consistenti, non lo allettavano di certo.

Lennon passò per pacifista incallito, grazie ai “bed in” con Yoko, quando organizzavano conferenze stampa a letto, a canzoni come “Imagine”  e, di più, per la sua vicinanza ai “sette di Chicago”, intellettuali e attivisti impegnati contro la guerra del Vietnam, come la famosa Angela Davis e il futuro parlamentare Tom Hayden, per un po’ marito di Jane Fonda. Il gruppo era monitorato dall’FBI di Hoover e qualcuno afferma che si spendevano più dollari per controllare loro che per ricercare gli ex nazisti. Letteralmente le parole di John furono “ Give peace a chance”, date alla pace una possibilità, che non significava pace a tutti i costi: egli era molto attento alle parole.

Lennon fu indicato come finanziatore dell’IRA,per via delle proprie origini irlandesi. Canzoni come “Working class ero” (Eroe della classe operaia) o “Power to the people” (Potere al popolo)gli procurarono, per buona misura, un’accusa di filo comunismo, rafforzata da documenti FBI ( a opera di Hoover e resi pubblici nel 2000), che sostenevano finanziasse pure il partito trotzkista  di Vanessa Redgrave. E’ ipotizzabile che i federali avessero travisato le opinioni del cantante, più vicino alla figura di un libertario anarcoide; tra l’atro, simpatizzante di Reagan che sarà eletto poco dopo la sua scomparsa.

 Il 1980 si annunciava radioso. John, quarantenne, pronto a riemergere come artista con il suo nuovo disco, stava imparando a condurre le imbarcazioni, deciso a farne il suo prossimo hobby. In primavera andò incontro a un fortunale nell’oceano Atlantico e quasi ci rimise le penne.

Con Yoko girarono i video dell’album, che conteneva plateali dichiarazioni d’amore alla moglie (“Woman”) e promesse di impegno a ricostruire l’affiatamento (“Starting over”). Come era già accaduto, i due si mostrarono nudi.

Secondo alcuni critici il disco, dopo una buona partenza, stava già precipitando in classifica a poche settimane dall’uscita. Le paranoie di Mark Chapman, che sparò a John  l’8 dicembre 1980, rimescolarono le carte e, da quel momento, i dischi di Lennon non hanno praticamente  mai smesso di vendere a ritmi elevati. 

John, solito ad andarsene in giro come un normale cittadino, poche ore prima aveva firmato un autografo al suo assassino, appostato dalla mattina davanti al residence, insieme ad altri fans. Chapman, prima di compiere il gesto, dimenticò l’LP autografato in una fioriera; il disco fu poi prelevato per essere venduto all’asta.

Lennon autografa sotto gli occhi del suo assassino

Si trattava di un tipo grassoccio e inquietante, sposato, residente alle Hawaii, conosciuto per comportamenti devianti, dopo la solita infanzia difficile. Chapman, dopo l’evento, a propria giustificazione, additò l’incoerenza di John che predicava l’uguaglianza e l’amore vivendo da nababbo. Un’accusa quasi ingiusta per l’ex Beatle, che ostentava meno di altri la sua ricchezza, vivendo quasi al di sotto delle sue possibilità anche per evitare queste accuse, e non si sottraeva ai fan. 

Si è parlato di misteri, di servizi segreti, di ambienti che ce l’avrebbero avuta con John per questo o quel motivo. Tanto per cambiare, si puntò il dito sulla vedova, rea di non mostrarsi abbastanza addolorata. Si osservò che lei era uscita velocemente dalla Limo, riparando sotto l’arco del Dakota, lasciando il marito in piena vista, a tiro di sparo.

Anche in questo caso si pescava nel torbido inutilmente. Yoko non era tipo da manifestare platealmente i suoi sentimenti, per carattere ed educazione. Certo si preoccupava poco del parere della gente, visto che fece cremare il marito in tutta fretta e non si sa ufficialmente dove l’urna sia finita; forse le ceneri sono state sparse in mare.                                                  

Robert Altman, nel film “Nashville” del 1975, aveva raccontato l’omicidio di una cantante da parte di un fan ma, fino all’assassinio di Lennon, le scorte erano riservate soprattutto ai politici e i divi erano circondati più che altro da assistenti e lacché.

Certo è che, da allora, le star vengono marcate a vista da “body guards” fino in bagno. Dopo la tragica fine di Gianni Versace, seguirono gli stilisti,  che talvolta si fanno proteggere anche in passerella. La figura professionale della guardia del corpo imperversa e, se gli va bene, riesce a sposarsi con qualche protetta/o di fama.

Chapman fu condannato al minimo di vent’anni, scontati i quali avrebbe potuto chiedere la libertà condizionata, con il consenso di Yoko. Lei lo ha sempre negato, “per salvaguardare l’incolumità dei figli di John e mia”.  Non si fida dell’assassino, benché lui non abbia mai perso occasione, nelle interviste, per lodare la signorilità e la forza d’animo di lei.

Si tratta di qualità che Yoko aveva riacquistato, a detta di chi la conosceva bene, soprattutto da vedova. E’ stato osservato che l’impegno di seguire la carriera del marito, esserne all’altezza, fronteggiare la stampa e fare anche la moglie l’aveva molto provata, fisicamente e psicologicamente.  A ridosso della disgrazia si diede al canto, stroncata dai critici, come al solito. Poi lasciò perdere e si ritirò a vita privata. Per un periodo si accompagnò all’ungherese Sam Havatdoy ( uno dei gay indicati da Goldman) e investì nel paese magiaro.

La nuova Yoko con Sam

Sean, somigliante al papà quasi più di Julian, nonostante l’immissione genetica orientale, è un cinquantenne musicista, piuttosto apprezzato, che suona per diletto, non avendo problemi finanziari. Ha avuto una storia con la figlia di Mike Jagger e, a sua volta, pare uno scapolo incallito. Julian ne ha fotografato un tour. Il primogenito, dopo anni di dichiarazioni rabbiose contro il padre ( chiaramente indirizzate all’influenza di Yoko), ha affermato di aver fatto pace con la sua figura; suona, produce, lavora in rete e si dedica alla filantropia.

Lo “Strawberry field” è un angolo di Central Park dedicato a John, dove ancora si sosta, come la vostra redattrice.

A Cuba è stata dedicata una statua a John. Lui ne avrebbe sorriso, divertito.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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