martedì, Febbraio 10, 2026
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Edith Piaf; una storia di passioni ed emozioni

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Edith Giovanna Gassion nacque a Parigi il 19 dicembre 1915. Le famiglie d’origine di entrambi i genitori venivano da stirpi di circensi. Il padre Louis, saltinbanco e contorsionista, era normanno; la madre, Annetta, cantante di strada, era nata a Livorno da famiglia nomade, con qualche ascendenza piemontese e berbera. Talora viene citato anche un fratello, Herbert, (1918/1997) ma le fonti sono incerte al riguardo e nelle biografie questa figura sparisce. Pare assodata invece l’esistenza di una sorellastra da parte di padre, Denise, anch’ella assente dalle vicende.

Molta leggenda si raccoglie studiando questa vita. La bimba fu partorita in ospedale, non sotto un lampione con l’aiuto di un flic, come vorrebbero certe cronache ispirate da uffici stampa fantasiosi. I genitori erano spesso in giro, così affidarono la piccola alla nonna materna, descritta come ammaestratrice di pulci, che poco se ne curava e per antipulci le dava il vino (se non è fantasia anche questa).  In seguito, visto lo stato in cui versava la figlioletta, scarsa igiene, malattie infantili trascurate, denutrizione, il papà la affidò alla propria madre, che faceva le pulizie in un bordello in Normandia: da qui nacque l’altra favola di un gruppo di meretrici che allevano la futura cantante, mentre si trattò di un periodo relativamente tranquillo, con la frequentazione del primo ciclo delle elementari, che in Francia termina a otto anni. Dopo gli stenti con l’altra nonna, Edith si ritrovò con un’affezione agli occhi che la portò vicina alla cecità; si dice fosse guarita grazie a un miracolo, pregando Santa Teresa di Lisieux.  Louis la riportò a Parigi.

La capitale non era quello splendore a cui siamo abituati a pensare; miseria e degrado allignavano esattamente come in Italia. Padre e figlia si barcamenarono. Lei si scoprì canterina un giorno che papà improvvisò un numero sul palco; ma finì a esibirsi per strada, prima sola, poi in coppia con l’amica Simone, che suonava l’armonica, qualche volta trovando piccoli ingaggi nelle caserme, fino all’incontro con il primo amore, tale Louis Dupont, più o meno coetaneo, da cui ebbe la figlia Marcelle, nel 1933. I due presto si lasciarono, lei si portò dietro la bambina vivendo in alberghi, mentre iniziava a esibirsi in piccoli locali. Dupont gliela tolse per affidarla alla propria madre, con esiti infausti: la piccola morì di meningite a due anni.

Scoperta da un impresario, Edith venne ribattezzata “piaf” (“usignolo” in argot, lo slang parigino), anzi “ la mome piaf”, ragazzetta usignolo e la notarono personaggi come Maurice Chevalier e Mistinguett; ma l’impresario morì assassinato, circostanza che vide Edith perfino indagata, e alla fine nacquero nome e cognome con cui tutti l’hanno conosciuta.

La prese sotto la sua ala il prestigioso manager Bruno Cocquatrix, ma un tour in Belgio non andò come sperato, così la giovane si affidò a Raymond Asso, che la introdusse nei circuiti giusti, dove era possibile imbattersi in artisti e intellettuali come Jean Cocteau, con cui strinse amicizia. Dopo Asso, curò i suoi interessi l’impresario Louis Barrier, per un periodo anche suo compagno.

Era una Francia archetipica: quella dove nacque il cinema polar, con una capitale ipertrofica, rispetto a una provincia chiusa e al coté mediterraneo, più frivolo e solare; il paese dei film sulla inutilità dell’esistenza e la vacua ricerca della felicità, dell’esistenzialismo, della libertà sessuale, del melting pot tra etnie dopo un glorioso passato coloniale, degli americani in trasferta liberatoria come Francis Scott Fitzgerald, dove si godeva la vita, snobbando il resto del mondo. D’altronde, bistrot, teatrini d’avanspettacolo, profumo di baguette e pastis, nottate in bianco, non fecero di Edith una disinvolta diva, ma accentuarono i registri interpretativi, dalla dolcezza alla rabbia allo scherno gallico . Le corde vocali non la tradirono, a dispetto della rovina che attaccò presto il fisico, alle prese con molti problemi di salute, soprattutto alle articolazioni. Fu coinvolta in diversi incidenti stradali, con fratture multiple, le cadevano i capelli, eccedeva con l’alcol e i sonniferi e, da un certo momento, con la morfina. La raffigurazione di martire ripiegata sui suoi dolori non paia retorica. Tormentati erano epoca e ambiente, dagli anni venti fino ai sessanta, tenebrosi i suoi protagonisti parigini, oltre che pieni di sé fino a rasentare la presunzione: hanno formato l’icona ufficiale di Parigi e della Francia, intrappolate in atmosfere brumose alla Bernanos o angosciose come in Frantic.

Quando Edith iniziò a farsi conoscere, circolarono le prime chiacchiere su di lei: l’ ambiente  era libero, ma non meno pettegolo di quelli più tradizionali. Si raccontava della sua instabilità e dei suoi amori improbabili, si rimarcava la provenienza plebea.

La carriera continuò ugualmente, tra i concerti all’Olympia (che lei salvò dal fallimento su richiesta di Cocquatrix) e le tournée negli USA, dove si aspettavano una polposa chanteuse tutta ammiccamenti. Si ritrovarono davanti questa fragile donnina, che non brillava per sfarzosa eleganza, e a un’esibizione di amorose sofferenze. I simpatici e ottusi pregiudizi americani ostacolarono un po’ il suo successo, che rimase di nicchia, ma tuttavia scavò una breccia nel gusto di laggiù, almeno per quanto riguarda la più aperta New York.

Nel dopoguerra si discusse a lungo sulla posizione della Piaf rispetto ai tedeschi, che non sembrava chiara; alla fine si decretò che era innocente e, anzi, aveva aiutato molti soldati francesi a fuggire dalla prigionia.

La musica francese nasce dalla tradizione medievale, dai troubadours; riporta a scene di donzelle e cavalieri  un tempo  visibili nei primi telefilms quali ” Thierry la fronde”, ad atmosfere rese da canzoni come “Sur le pont d’Avignon”; talora si ispira alle ballate provenzali e occitane. I testi in seguito si sono ispirati ai poeti “maledetti”,  Beaudelaire, Rimbaud e Verlaine, o sentimentali come Proust o Prévert, o severi alla Paul Valéry. L’icona dell’amor cortese fu ereditata dal fumetto dei fidanzatini di Peynet. Esiste peraltro un versante più commerciale e ammiccante, in cui spiccano nomi come Gilbert Bécaud e Sacha Distel, cantante playboy.

I nomi dei cantautori spesso riflettono la mescolanza di popoli che hanno trovato usbergo oltralpe e hanno sempre reso vivace quella cultura, tutti in qualche modo interpreti della nouvelle vague di cui Juliette Gréco fu il simbolo,  che produsse nugoli di attori e valanghe di cupe pellicole.

Poi esplose  l’epoca rock con i suoi fenomeni angloamericani. A malincuore i francesi si adattarono e crearono lo stile yé yé: Johnny Hallyday e la moglie Sylvie Vartan;  il  genovese trapiantato Nino Ferrer (nato Ferrari); Francoise Hardy e il compagno Jacques Dutronc; George Dassin; Claude François, precocemente scomparso. Il filone ebbe dei seguaci in Italia,  la più famosa è stata Rita Pavone.

In Italia la musica transalpina non gode di grande diffusione, anche perché lassù hanno importanza soprattutto i testi. Gli stessi film si caratterizzano spesso per assenza di musiche, rendendo bene il clima plumbeo o etereo che li valorizza.  

Dunque Edith è voce e parole. Così noi oggi la ricordiamo ancora per quelle sofferte interpretazioni a tutta vibrazione come “Je ne regrette rien”, “Milord” (ripresa in Italia da Milva), ”Hymne à l’amour”,  “La vie en rose” ( inno di liberazione dalla guerra).

Di rosa però la sua vita sentimentale aveva ben poco, è tutto un dramma. Molti amano ricordare la storia con il pugile d’origine ispanico/algerina Marcel Cerdan, campione mondiale dei pesi medi, titolo che cedette a Jack La Motta. Sposato, tre figli, avviò una relazione con Edith, vista a un concerto a New York, ma non sembrava aver intenzione di lasciare la famiglia. I due si scrivevano spesso, ma si vedevano poco, sottoponendosi a trasvolate per un incontro. Piaf indisse perfino una conferenza stampa in casa per smentire le voci di una liaison, tranne farsi sorprendere con lui sulla scaletta di un aereo. Marcel morì in un incidente aereo alle Azzorre nel 1949, dicono mentre cercava di raggiungerla in America. Si ascolta che Piaf prese sotto la sua ala vedova e figlioli, mantenendoli lussuosamente, ma continuò nelle sue girandole amorose senza posa.

Le sue storie d’amore, in genere, finivano con la dissolvenza dell’amato, compresa quella con Yves Montand, che fu il suo protegé e approfittò largamente di quel passaggio per avanzare in carriera.

Si dice che Edith sia stata amante di tutti i cantanti che contribuì a lanciare, Aznavour, Leo Ferré, Georges Moustaki, Eddie Constantine.  Come interludio a questi walzer, troviamo un matrimonio negli anni cinquanta (damigella d’onore l’amica Marlene Dietrich), tra la Piaf e un compositore di lirica, Jacques Pils, dispiegatosi tra i rispettivi impegni e party californiani, finito perché lei si era innamorata di un chitarrista, e relazioni con un paio di ciclisti. Se il partner era sposato, questo continuava a non frenarla.

Per buona misura Edith si ammalò di tubercolosi, ma continuava a esibirsi freneticamente, anche contro il parere dei medici, sostenendo di non potervi rinunciare, magari anche perché le serviva denaro per il dispendioso tenore di vita che rischiava di portarla al tracollo; era macilenta e con pochi capelli. Tuttavia aveva ancora in serbo un colpo di scena: piantò in asso il suo ultimo boyfriend/segretario, il cantante di poche speranze Claude Figus ( che per simulare disperazione cosse un uovo al tegamino sotto l’Arc de Triomphe) e sposò, il 9 ottobre 1962, Theodophanis Lamboukas, vent’anni più giovane, di origini greche, e, tanto per cambiare, da lei lanciato con il nome di Theo Sarapo e che la affiancava in duetto. La cerimonia fu celebrata anche nella chiesa ortodossa e lui appariva premuroso verso la consunta moglie, dall’aspetto di una novantenne anche se sotto i cinquanta.

Messa a riposo in Costa Azzurra, la spostarono infine a Grasse, in Provenza. Il suo fegato era a pezzi  e da un’emorragia della “vena porta” sarebbe arrivato il decesso, il 10 ottobre 1963. Un dramma si accavalla all’altro, in questa vita a dir poco burrascosa. Jean Cocteau scrisse l’elogio funebre, ma non riuscì nemmeno a partecipare ai funerali, poiché gli prese un infarto e se ne andò subito dopo l’amica. La salma fu trasportata di nascosto a Parigi e il medico ne decretò lì la morte, il giorno dopo: questo la dice lunga sui certificati delle star scomparse. In questo caso non se ne comprende bene il motivo, a meno di non credere alla fedele assistente che disse essere stato l’ultimo desiderio della diva.

Il vedovo le sopravvisse pochi anni: nel 1970 si schiantò con la sua Porsche. Così, nel famoso cimitero parigino delle celebrità, a Père Lachaise, ora riposano in tanti, insieme: lei, il padre, il marito, la figlia.

In seguito si è osservato che la popolarità di Edith, in verità circoscritta alla Francia e a certi ambienti americani (per esempio, non venne mai in Italia), era in netto calo e sarebbe stata travolta dalle nuove mode, venendo poi risuscitata a beneficio del business musicale che prospera sui cantanti morti. Può essere, ma rimane il ricordo di una donna piena di passioni vissute fino in fondo, che sapeva trasmettere emozioni.

Carmen Gueye

carmengueye
carmengueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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