Iniziamo parlando del dominus dello spionaggio americano per quasi mezzo secolo.
Edgar J .Hoover fu, in ambito statunitense e internazionale, una figura influente, anche se in ombra. Ebbero modo di sperimentarne il potere molti personaggi del ‘900.
Nato a Washington nel 1895, proveniente da un’austera famiglia americana di vecchio stampo, seguì la “carriera” statale del padre. Ambizioso, diligente negli studi e portato all’organizzazione, entrò nell’ agenzia poi chiamata FBI, creata per diversi scopi, all’inizio perfino un po’ vaghi: combattere una non meglio precisata immoralità dei costumi, contrastare le attività antiamericane, soprattutto da parte dei neoimmigrati e, infine, osteggiare in ogni modo l’avvento del comunismo.
Inizialmente il giovane, laureatosi in legge, svolgeva compiti impiegatizi, raccomandato da uno zio. Non aveva particolari titoli o referenze e risulta aver preso la pistola in mano solo una volta. In pratica non era nemmeno formalmente un poliziotto e non si occupò mai di indagini attive. Nel 1924 divenne il direttore dell’FBI , carica che tenne fino al 1972, anno della morte. Visse sempre con un uomo, un suo sottoposto, Clyde Tolson, che nominò suo vice.

Hoover (in primo piano) e Tolson
Hoover non amava i modernismi, anche in campo sociale. Per esempio, ostile alle assunzioni femminili, acconsentì tardi e a malincuore a che le impiegate dell’FBI indossassero i pantaloni, convinto dai suoi collaboratori che così esse avrebbero sofferto meno il freddo. Fece assumere agenti di colore solo perché ve l’obbligò Bob Kennedy. In realtà stimava i neri come fedeli servitori, mentre disprezzava gli ispanici. Quando scoppiarono disordini nei ghetti fece orecchie da mercante, sostenendo che sedarli era compito delle polizie locali; non risulta abbia fatto tallonare più che tanto il futuro assassino di John Kennedy, anche se Oswald era noto per le posizioni estremiste: insomma, zelo a corrente alternata.
Secondo molti la specialità di Hoover era lo spionaggio sessuale e fu con questa arma che tenne sotto schiaffo molti politici americani, tra cui i Kennedy. Stando a queste voci, Hoover giunse a far manomettere, in poche ore, tutta la documentazione di una compagnia telefonica, per eliminare tracce delle conversazioni tra i due fratelli con Marylin Monroe e ricattarli in seguito per il favore. Non migliore trattamento era riservato a chi aveva tendenze omosessuali: il movimento gay americano era amareggiato, vista l’amicizia particolare del persecutore.
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Veniamo a Charlie. Se gli inizi di una futura star sono incerti, essa parte già avvantaggiata, perché il mistero paga. Infatti non si conosce l’esatta data di nascita di Charles Spencer Chaplin, fissata a posteriori, deducendola da corrispondenza, il 16 aprile 1889, forse nemmeno a Londra, ma a Birmingham e in una carovana rom. Era figlio di genitori artisti di teatro (o saltimbanchi, si sarebbe detto allora), Charles sr e Hannah, lei anche cantante. Hannah aveva già un figlio da una precedente unione, Sidney, poi adottato dal marito, e i due fratelli resteranno sempre molto uniti. Mentre papà era in tournée, Hannah ebbe una relazione e un altro figlio, disperso per molto tempo prima che l’attore ne venisse a conoscenza. I coniugi divorziarono e i ragazzi rimasero con lei. I tre vivevano di stenti, e la donna li dovette sistemare in collegio.
Durante una rappresentazione Hannah ebbe un mancamento e, per evitare l’ira del pubblico, l’impresario buttò sul palco il figlioletto di sette anni a raddrizzare la situazione con una canzoncina. In seguito diede una mano al piccolo anche il papà, facendolo entrare in una compagnia (Chaplin senior peraltro morirà pochi anni dopo a sua volta), mentre Sidney faceva e sempre farà da manager al fratello più giovane. Si riconobbe subito il talento del ragazzo, che, tra i vari ingaggi, si ritrovò a lavorare in una compagnia con Stan Laurel, il futuro Stanlio. Hannah, in preda a depressioni e crisi neurologiche, fu collocata dai figlioli in una casa di cura e sempre da loro seguita, fino alla morte, in California, nel 1928.
La storia del cinema muto è appassionante, anche se ormai dimenticata. La mimica era tutto, e su questo puntò Charlie, capace di padroneggiare i suoi muscoli facciali in modo da passare attraverso una vasta gamma di espressioni, a volte mettendo parti del viso in contrasto l’una con l’altra.

Lavorava moltissimo, passando da una casa di produzione all’altra, fino a fondarne una sua, in società con tre amici: la coppia di attori Douglas Fairbanks e Mary Pickford, e il produttore Mack Sennett. Si trattava della United Artists, il primo riuscito tentativo di mettersi in proprio e non farsi sfruttare dalle major di Hollywood.
Chaplin era anche sceneggiatore (spesso solo con una traccia e senza copione), regista, oltre che provetto musicista, quindi parlare di quel ventennio di attività significherebbe aprire un’enciclopedia. La filmografia è fitta, passando dai “serial ” dal titolo”Charlot panettiere”, “Charlot pittore” “Charlot prende moglie”, “Charlot conte”, ai suoi manifesti imperituri tra cui ricordiamo a caso: “Il Monello”, “La febbre dell’oro”, “Il Circo”.
Si creò l’icona Charlot: omino in disgrazia ma di classe, sguardo ironico, distaccato dalle miserie umane che pure lo riguardano, perplesso per la stupidità dilagante, in particolare sardonico davanti ai poliziotti. Charlie raccontava che l’idea era nata quasi per caso, raccattando abiti buffi, ma non fu creduto.
L’aria da anarchico vagabondo creò i primi sospetti sulla sua persona. Tra gli attori comici, la coppia Stanlio e Ollio puntava più sulle peripezie di due sfigati, brutalizzati da mogli virago o dal prepotente di turno ( spesso interpretato dal baffone James Finlayson); Buster Keaton la buttava in depressione; Harry Langdon usava lo sguardo infantile e fisso di un eterno fanciullo; Fatty Harbuckle faceva ridere perché grosso e maldestro.
Charlot, senza gesti eclatanti, pareva sempre mettere sotto accusa il sistema e l’autorità. Non che lo avesse mai dichiarato esplicitamente, ma le trame trasudavano sarcasmo verso il potere. Nonostante un Oscar per la regia nel 1929, lo spionaggio americano gli mise gli occhi addosso (dopotutto era straniero, quindi potenzialmente pericoloso) e Hoover sorvegliava.
Il film più ideologico è ovviamente “Tempi Moderni”. Già un po’ fuori dal muto, con qualche suono e parole accennate, la pellicola bolla la disumanità della catena di montaggio: e con questo, il marchio di sovversivo, per l’autore e protagonista, era assicurato.
Il sonoro colse Charlie poco entusiasta, non volendo prestare alcuna voce a Charlot: il personaggio prendeva senso dal suo mutismo e dunque il suo stesso creatore lo dichiarò cessato. D’altro canto, era finita anche l’epoca delle risate da torte in faccia (che poi, a molti non piacevano affatto).
Dopo aver realizzato nel 1947 “Monsieur Verdoux” ( da un’idea di Orson Wells, un uomo si trasforma da bancario a serial killer, lanciando strali contro la corruzione della società capitalista), le accuse contro di lui imperversarono. Egli dichiarò di essere stanco di rispondere sempre alla stessa domanda, ovvero se fosse comunista.
Si apre ora il sipario sulla vita privata di questo artista amato e odiato. Giovanissimo, contrasse un breve matrimonio, finito dopo la morte in fasce dell’unico figlio, nato con seri problemi fisici. In seconde nozze Charlie impalmò la sedicenne Lita Grey, lolita affascinante, diretta dalla madre, che il genero non sopportava. Nacquero due maschi, Sidney e Charles Jr, quest’ultimo morto alcolizzato ne 1968. In qualche modo, sborsando fior di alimenti, Chaplin riuscì a divorziare.

Charlie, Lita e Charles jr
Il divo osò intrecciare una relazione con Marion Davies, sfidando l’ira dell’amante di lei, Randolph Hearst, editore, l’uomo più potente negli USA, che ispirò il film Quarto Potere.
Il magnate mise in atto la vendetta. Proprietario dei principali rotocalchi (circostanza sempre utile) scatenò una delle pettegole di Hollywood, la secca e carampana Hedda Hopper, sua dipendente. La signora, forse spasimante respinta di Charlie, diede il suo contributo a montare lo scandalo di una figlia segreta. Non esisteva ancora la prova del DNA, ma era già nota la regola dei gruppi sanguigni: si appurò che quella non era figlia sua, ma il giudice non volle sentire ragioni e ratificò la paternità.
L’uomo non era malvagio e in passato aveva anche dato mostra di generosità, aiutando economicamente la collega in disgrazia ed ex fidanzata Edna Purviance, ma a quel punto era scattato il clima di sospetto nei suoi confronti; l’attività di Charlie risultò danneggiata ed egli stette a riposo per parecchio. Si consolò con la terza moglie, la bella e raffinata attrice Paulette Goddard, che fu a un passo dall’essere scelta per “Via col vento”. Si trattò di un matrimonio “alla pari”, tra adulti maturi, che forse aiutò il regista a concepire uno dei suoi film icona, “Il Grande Dittatore”. La guerra era appena scoppiata, nel 1940, e Charlie si permise di fare una caricatura di Hitler. Gustoso risulta anche il personaggio di Napoloni, ovvero Mussolini.

Charles e Paulette
Anche quel ragionevole matrimonio finì e l’ormai cinquantatreenne cadde di nuovo nella sua passione per le giovanissime: sposò la diciassettenne Oona ‘O Neill (1925/1991), figlia del drammaturgo Eugene, non troppo felice per quelle nozze. Perlomeno, questa volta il genio pareva aver trovato il suo porto sicuro. Nacquero ben otto figli, di cui solo i primi tre negli USA. La famiglia, nel mirino dell’implacabile Hoover, aveva sdegnosamente abbandonato l’America, riparando in Svizzera , precisamente a Corsier sur Vevey.

Si registrano ancora un paio di titoli, anche se di minor successo rispetto a quanto ci si aspettava da Charlie: “Luci della Ribalta” e “Un re a New York”.
Nel primo Chaplin è un ex clown alcolizzato che si trasforma in pigmalione di una aspirante ballerina quasi suicida; nel secondo interpreta un sovrano europeo che nella Grande Mela incontrerà molti guai. E’ nuovamente sotto accusa la ristrettezza mentale degli Stati Uniti, per cui il film resterà censurato per molto, ma, almeno, gli States lo avevano riammesso a lavorare. Nel 1972 giungerà un Oscar alla carriera.
Come regista, il suo ultimo lavoro fu “La contessa di Honk Hong”, con Marlon Brando e Sofia Loren, film stroncato dai critici, ma che a noi piace.

Oona e Charles, ultima foto insieme
I pareri su questo indiscusso mito del cinema riportano una natura burbera, peggiorata nel tempo; l’ultimo figlio Christopher, nato nel 1962, parlò di un padre presente fisicamente, ma scarsamente comunicativo. Con Oona frequentavano pochissimi amici, tra cui Walter Matthau e consorte. La Svizzera, spesso rifugio di artisti del cinema a riposo, come James Mason o Richard Burton, offriva riservatezza ed esenzioni fiscali. In una delle rare interviste Chaplin ammise di essere “riluttante ” a morire, e lo fece abbastanza tardi, il giorno di Natale 1977, a ottantotto anni.
Carmen Gueye


