Ci siamo quasi. Stranger Things sta arrivando al suo culmine e l’attesa è diventata insostenibile. Dopo dieci anni di Demogorgoni, Sottosopra e lotte contro l’oscurità, i fratelli Matt e Ross Duffer ci tengono ufficialmente con il fiato sospeso: l’episodio finale uscirà il 1° gennaio, in contemporanea in tutto il mondo, alle 2:00 di notte (ora italiana).
Un orario che è già una dichiarazione d’intenti: questa non è solo una puntata, è un attesissimo evento globale tanto che sui social italiano spopola la rinuncia alla festa di fine anno a favore della serata in pigiama in attesa del grande evento. Stranger Things, infatti, ha conquistato tutti ed è riuscita in qualcosa di rarissimo: diventare pan-generazionale. Ha conquistato chi gli anni ’80 li ha vissuti davvero, tra walkie-talkie, sale giochi e VHS, ma anche chi quegli anni non li ha mai conosciuti, come i ragazzi della Gen Z, che però si riconoscono profondamente nel suo sistema di valori. L’amicizia come ancora di salvezza. Il gruppo come famiglia scelta. L’idea che da soli non si vince, ma insieme sì. Sempre.
È questo, forse più dei mostri, ad aver reso la serie un fenomeno culturale che impatta anche nella moda di oggi: molti negozi hanno aperto collaborazioni con la serie per farci vestire come i protagonisti: la maglia dell’hellfire club, quella di Robin, i pantaloncini di Undi e molto altro. I riferimenti agli anni ’80 sono ovunque e non sono mai casuali. C’è Stephen King autore, motivo per cui il titolo della serie è Stranger Things come il libro di King ‘’Needful things’’, e King regista perchè vi sono chiari riferimenti al film ‘Stand by me’ nella crescita dolorosa e ‘It’ per la scomparsa dei bambini. Altri riferimenti cinematografici riguardano E.T. nell’amicizia impossibile, I Goonies nello spirito di avventura, Nightmare on Elm Street nell’orrore che invade i sogni. Alien e La Cosa nel senso di minaccia costante.
Ci sono persino richiami più moderni, come Jurassic Park quando – allerta spoiler Volume 2 della stagione 5 – i ragazzi si nascondono dai democani nella lavanderia e Dark, nella struttura narrativa complessa, nel tempo che si piega, nel destino che sembra già scritto. E poi le citazioni emotive: scene che ricordano Titanic quando Nancy e Jonathan sono in pericolo e salgono sulla tavola in attesa di essere intrappolati in quella sostanza che si scioglie. Come Harry Potter, Stranger Things ha mescolato magia, mistero e crescita, creando un universo in cui il pubblico è entrato e non ha più voluto uscire. Ora però siamo arrivati alla fine. Un ciclo narrativo durato un decennio, in cui abbiamo riso, tremato, trattenuto il fiato e, più volte, avuto paura vera. La domanda non è più se piangeremo, ma quanto piangeremo.
Il web è già saturo di teorie: alcune plausibili, altre decisamente strampalate. Eppure, su un punto sembra esserci una convergenza quasi unanime: qualcuno, nel finale, pagherà il prezzo più alto.
Chi pagherà il prezzo finale della lotta contro il male che attanaglia, almeno dal 6 novembre 1983, la cittadina di Howkins? L’attesa in questo momento appare infinita e le aspettative sono altissime.
Il fatto che vi sia una fine certa alla serie è ciò che rende la serie ancora più appetibile, apprezzata, attesa e desiderata: se i fratelli Duffer avessero annunciato un’altra stagione, forse, non staremmo aspettando con la stessa frenesia l’uscita dell’ultima puntata. Niente allungamenti di trama che rischierebbero – come spesso accade – di rovinare e imbruttire l’atmosfera della serie. La serie finisce, finirà con o senza lieto fine, e su questo non ci sono dubbi. Con essa si chiuderà un ciclo durato dieci anni, fatto di entusiasmi, parecipazione e suspance.


