venerdì, Febbraio 6, 2026
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La lezione imperiale di Washington: da Giugurta a Maduro, Zelensky e il fallimento russo

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C’è qualcosa di profondamente imperiale – nel senso antico, romano – nell’operazione militare con cui gli Stati Uniti hanno catturato Nicolás Maduro e lo hanno trasferito fuori dal Venezuela. Un’azione fulminea, decisa, priva di esitazioni: Washington irrompe, neutralizza un capo di Stato straniero e lo sottrae fisicamente al proprio Paese. Un gesto che non richiede lunghe giustificazioni retoriche, perché è il gesto stesso a incarnare e dimostrare il potere che lo rende possibile.

Non è un caso che questa operazione riecheggi un precedente antico e chiarissimo: la cattura di Giugurta da parte di Roma. Anche allora l’impero non si limitò a sconfiggere un avversario periferico. Lo fece isolare, consegnare e portare fisicamente al centro del potere. Giugurta non fu soltanto battuto: fu sottratto al suo regno ed esibito come prova tangibile di una sovranità ormai svuotata. Per Roma, il dominio non si misurava nella durata di una guerra, ma nella capacità di dimostrare che nessun sovrano, se isolato, era davvero intoccabile.

Ma il vero nucleo della vicenda non sta soltanto nell’efficacia americana. Sta nel confronto silenzioso – e schiacciante – con ciò che non è accaduto nel 2022. Perché ciò che oggi gli Stati Uniti hanno fatto con Maduro, Vladimir Putin non è riuscito a farlo con Volodymyr Zelensky.

È qui che si misura il fallimento strategico russo.

Nel febbraio 2022, il Cremlino aveva una finestra ristretta ma decisiva: risolvere il conflitto ucraino con un colpo politico prima ancora che militare. Neutralizzare la leadership avversaria, spezzare il centro decisionale, imporre un fatto compiuto. Non è accaduto. L’esitazione iniziale, la dispersione delle forze e il rifiuto di colpire il vertice hanno trasformato un potenziale blitz in una guerra di attrito lunga, costosa e politicamente corrosiva.

Gli Stati Uniti, al contrario, mostrano cosa significhi agire da impero quando si decide di vincere davvero: senza ambiguità, senza narrazioni difensive, senza attendere che sia il campo di battaglia a decidere. Si colpisce direttamente il vertice politico, perché è lì che risiede l’essenza del potere.

Il parallelo tra Maduro e Zelensky rende la differenza evidente.

Maduro è stato trattato come una variabile operativamente rimovibile: intercettabile, trasferibile, eliminabile dalla scacchiera. Non un interlocutore, ma un ostacolo da neutralizzare.

Zelensky, invece, è rimasto – e rimane – intoccabile. Non per una superiorità morale astratta, ma perché ormai inserito in una rete strategica occidentale che lo rende inaccessibile a qualsiasi azione diretta.

La differenza non è etica. È gerarchica.

Il Venezuela rientra pienamente nella sfera che Washington considera propria, secondo una logica storicamente riconducibile alla Dottrina Monroe: l’emisfero occidentale non ammette sovranità concorrenti, ma le gestisce e, se necessario, le rimuove.

L’Ucraina, al contrario, è diventata il punto esatto in cui si misura il fallimento strategico russo. Putin può confrontarsi, insieme alla Russia, con potenze come Cina e India sul piano globale, ma non è riuscito a fare ciò che Washington ha compiuto senza esitazioni in Venezuela.
Gli Stati Uniti, sotto la guida di Donald Trump, hanno dimostrato di saper unire pressione diplomatica e intervento militare in un’azione rapida e risolutiva, colpendo direttamente il vertice del potere avversario. Mosca, nel 2022, non ha saputo – o non ha voluto – fare altrettanto.

E proprio per questo Putin non ha osato, o non ha potuto, fare ciò che un impero autentico fa quando decide di prevalere.

Quanto fatto dai russi, oggi, è eloquente. L’operazione americana certifica, a posteriori, l’errore del Cremlino: non aver agito quando poteva, e assistere ora all’azione di un altro impero senza esser stato capace di replicare in un contesto simile.

La vera sconfitta russa non è soltanto militare. È simbolica. Perché l’impero non è chi resiste più a lungo, ma chi decide più rapidamente. Chi colpisce il cuore, non i confini.

M.S.

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Voci diverse, radici comuni: autori e pensieri che hanno contribuito a Secolo Trentino

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