Gaber e l’ipocrisia della democrazia americana

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Si comincia dal Venezuela, da un fatto che scivola via senza lasciare traccia nello spazio pubblico occidentale, ma che è sotto gli occhi di tutti; la cattura e il trasferimento forzato fuori dal Paese del presidente venezuelano, nel corso di un’operazione militare statunitense. Legittimo o no, dittatore o meno, la questione centrale non è la simpatia o l’antipatia per il personaggio coinvolto, ma il principio che viene calpestato. L’azione intrapresa dagli Stati Uniti di Trump segna un passaggio ulteriore nella normalizzazione dell’arbitrio: la forza che precede la legge, l’azione che sostituisce il giudizio, il potere che si autoassolve. È la logica per cui chi è abbastanza forte non deve spiegare, non deve giustificare, non deve rispondere. E l’arbitrio, lo sappiamo, non è altro che violenza che prepara altra violenza.

Quando il diritto viene sistematicamente violato senza conseguenze, la risposta non può essere simbolica o moraleggiante: deve essere pratica. Invocare e pretendere il rispetto del diritto internazionale. Chiedere ai governi responsabili, se ancora ce ne sono, di farlo. Chiedere giustizia. Non servono nuove regole, basta applicare quelle esistenti. Il diritto internazionale non è facoltativo, non è un menu à la carte per le grandi potenze. Eppure oggi assistiamo al paradosso grottesco di un Trump candidato al Nobel per la Pace che ordina attacchi militari sul territorio venezuelano “in un evidente accesso di pacifismo”, mentre vengono catturati un presidente e sua moglie. Lo stesso Trump che copre quello che molte organizzazioni internazionali e osservatori definiscono un genocidio a Gaza.

Questo non è solo un problema geopolitico. È l’espressione più pura di una mentalità, di una cultura politica e morale Gaber aveva intuito e denunciato con lucidità nel 1976: “A me l’America fa venire voglia di un dittatore… almeno si vede, si riconosce. Non ho mai visto qualcosa che sgretola l’individuo come quella libertà lì.” È una frase che disturba perché va contro il senso comune, contro il mito dell’Occidente democratico e pacifico. 

La libertà americana, quella che viene esportata a colpi di bombe e sanzioni, non è esportare ‘’la pace’’ quanto più il continuo di una lunga guerra mai interrotta. Ancora il cantautore prosegue e la paragona a una chitarra: tutti suonano come vogliono, ma tutti suonano come suona la libertà. È l’illusione della scelta dentro uno schema già deciso. È una libertà che non libera, ma consuma dall’interno, che “ti mangia così bene dal di dentro come nessuna malattia’’. Perché non si presenta come oppressione, ma come opportunità.

Ed è esattamente questa mentalità che rende possibile la libertà di azione totale internazionale senza scandalo. Se il mondo è diviso tra buoni e cattivi, tra democrazie esportatrici di libertà e stati canaglia, allora tutto è giustificabile. Il bombardamento diventa intervento umanitario e la cattura diventa estrazione di sicurezza. Basta controllare il linguaggio per controllare la realtà.

Il caso del Venezuela non è un’eccezione: è un continuo della solita storia. Così come Gaza. Ricordare che il diritto internazionale non è un’opinione. E smettere di chiamare libertà ciò che, in realtà, è solo una forma di dominio.

Daniele Martinelli
Daniele Martinelli
19 anni, studia Giurisprudenza a Trento. Dopo aver frequentato contemporaneamente il liceo musicale e il conservatorio, coltiva un interesse profondo per l’attualità e la politica. Ha partecipato a un viaggio studio organizzato dall’Unione Europea a Ventotene e, a breve, prenderà parte ad un altra esperienza, questa volta con Renew Europe, esperienze che gli stanno permettendo di confrontarsi con giovani di tutta Europa e approfondire tematiche sociali e politiche a livello internazionale.

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