Rudol’f (ma noi lo scriviamo intero), ultimo figlio dopo tre sorelle, crebbe a a Ufa, in Baschiria, provincia tartara. Stando ai suoi racconti, la mamma Farisa lo aveva però partorito, nel 1938, sul treno per Vladivostok, lungo la famosa ferrovia Transiberiana, mentre andava a trovare il marito Amet, funzionario dell’Armata Rossa: sembra un po’ scenico, ma nessuno l’ha mai smentito.
Si trattava di una famiglia musulmana, anche se non osservante; d’altro canto la religione nei territori sovietici era pressoché bandita.
Tutta la vicenda, nei vari resoconti a noi pervenuti, è influenzata dalla situazione politica del tempo.
La Russia ha una storia complicata. Prima formata da insediamenti greci (da qui l’alfabeto cirillico), abitata da popolazioni slave asiatiche, invasa dai mongoli/tartari, iniziò a identificarsi come stato a Kiev nel tredicesimo secolo e si consolidò con alcuni regnanti come Ivan il Terribile (primo zar), Caterina di Russia e Pietro il grande (che si autoproclamò imperatore). Si estese strappando territori alla Finlandia ed ebbe a combattere, nel secolo scorso, anche contro il Giappone. Nl tempo le commistioni sono state molte e le etnie presenti sono numerose. Mosca acquisì importanza anche come sede del clero cristiano ortodosso, soprattutto contro l’invasione turca.
Divisa in vari potentati e feudi, nell’immenso territorio che arrivava al Pacifico, il grande paese si ritrovò sempre a fronteggiare l’irrisolta questione delle miserevoli condizioni di vita dei contadini e delle fasce sociali deboli; in conseguenza di questi fortissimi disagi, nacque e si sviluppò il movimento comunista.
Nel 1917 la rivoluzione russa rovesciò lo zar Nicola II. L’azione fu sostenuta dall’ideologo e capopolo Vladimir I. Lenin, che portava avanti l’applicazione concreta delle dottrine marxiste e dell’idea del partito operaio, pur tra i contrasti metodologici, fino allo scontro con Stalin: che d’altronde verrà interrotto dalla morte di Lenin nel 1924.
Da allora si entrò in un’ottica di dualismo mondiale. Il capitalismo avanzava mostrando il luccichio del benessere, il comunismo protestava di assicurare maggiore giustizia sociale.
Rudolf crebbe ovviamente in condizioni economiche non brillanti. Il cibo era razionato, si abitava in appartamenti minuscoli, spesso in più nuclei familiari e con il bagno in comune. Su tutto aleggiava il quadro di un ambiente freddo e nevoso, un’iconografia difficile da ignorare, quando si evocano queste “storie russe”.
L’infanzia coincise con la guerra, in attesa del ritorno a casa del capofamiglia. Il bambino si ritrovò tra le infermerie e le camerate dei soldati feriti, che le donne andavano a curare; notata una certa su predisposizione, fu esortato a esibirsi in qualche improvvisato balletto. Fu subito chiaro il suo talento, come pure evidente la sua eccentricità. Adorava la madre, ma nel clima familiare aleggiava l’attesa di papà Hamet. Quando questi tornò, credette di tirarsi dietro il ragazzino in attività maschili come la pesca, mentre il piccolo preferiva pattinare. Inoltre alcuni ex ballerini, divenuti insegnanti, lo attrassero nella loro orbita, portandolo alle prime attività tersicoree.
Nel frattempo la guerra “calda” era quasi finita e la Russia, con il leader del momento, Josif Stalin, aveva avuto diritto a sedere a Yalta, insieme a Roosevelt e Churchill, nel 1945, per stabilire le sorti del mondo. Si decise così, e così fu: l’Unione sovietica si prese le sue “colonie”, i satelliti Polonia dell’est europeo, compresa la Germania orientale; in più, ebbe diritto a sfere di influenza.
In clima di guerra fredda, Rudy, come veniva chiamato, intraprese la sua carriera nel solco della ortodossa tradizione del balletto russo, di cui non si è mai messa in discussione la primazia. In effetti gli autori musicali più celebrati per tale disciplina restano Cajkovskij, Prokofiev, Stravinsky; il primo grande coreografo riconosciuto internazionalmente fu Marius Petipa, francese trasferitosi in Russia.
Mentre la danza , negli altri continenti era sostanzialmente espressione, atta a celebrare eventi o raffigurare azioni della vita comune ( dall’amore alla guerra), in Europa quella ufficiale e codificata nacque durante il Rinascimento italiano e si ufficializzò, più o meno nel sedicesimo secolo, in Francia, come sollazzo di corte, quindi destinata a un élite. Prima danzavano solo maschi; verso la fine dello stesso secolo entrarono in scena le donne. Nell’ottocento fu fondata l’accademia russa, nacque la danza sulle punte e in coppia.
L’origine cortigiana ne ha influenzato le sorti, destinandola in seguito ai teatri, piuttosto che alle piazze. Esistono solide tradizioni di scuola in Germania , in Italia, in Inghilterra: inglese era Margot Fonteyn, considerata forse la maggiore ballerina classica di tutti i tempi.
Già lo stesso aggettivo “classico” ormai induce a un equivoco, che è diventato atto di nascita del genere in sé. Classico perché ha regole, laddove altre danze si limitano a passi base e a variazioni sul tema. Classico perché “non” commerciale”, perché per goderlo occorre capirne i fondamenti, gli stilemi, le metafore; e perché poi, in fondo, tutto ciò che è classico è “antico”, dunque nobile, dunque “alto”.
Sorge qualche dubbio nell’osservatore comune, per esempio su come inquadrare fenomeni alla Fred Astaire e Gene Kelly: smarronate hollywoodiane o sublimi divagazioni?
Abbiamo dunque artisti illustri di ogni dove, e l’Italia vi fa la sua parte, con nomi ( alcuni fra i molti) come Amedeo Amodio, Paolo Bortoluzzi, Raffaele Paganini e Roberto Bolle, tra gli uomini; e, tra le donne, oltre l’indiscussa star Carla Fracci, le ottime Liliana Cosi e Luciana Savignano, tutte già partner di Nureyev e testimoni del suo lavoro e della sua vita. Un discorso a parte meriterebbe Oriella Dorella, simbolo di trasgressione per aver osato passare alla danza moderna.
Pari dignità ha il ballo post classico che gli Stati Uniti vi hanno svolto un ruolo importante. Essi diedero i natali alla mitica Isadora Duncan ma, soprattutto, brillano per l’apporto di Marta Graham, fondatrice del balletto moderno: che, se pure deriva dal fratello maggiore, ha poi assunto rango autonomo, figliando Broadway e quel che ne è seguito (anche lei lavorò per Rudi e gli creò coreografie su misura).
Il genere appare in crisi da tempo, probabilmente per cause sociali ( le crisi economiche non aiutano l’arte); fors’anche perché periodi di “stanca” o di transizione esistono e probabilmente il genere ne sta appunto attraversando uno; ancora, si cercano nuove forme di espressione, per veicolare la danza nel nuovo millennio, come insegnato dalla tedesca Pina Baush (1940/2009).
Rudolf si mise in luce nella scuola del teatro Kirov, poi teatro nazionale di Leningrado ( già San Pietroburgo e ora tornata tale), ma mordeva il freno, ingabbiato in schemi predefiniti. Era bello, scapigliato e insofferente. Non poteva durare in quei luoghi, anche se il rubicondo Nikita Krushev, subentrato a Stalin, annunciava riforme ( poi energicamente rintuzzate).
Nel 1961, anno della costruzione del muro di Berlino, durante una tournée a Parigi, Rudi riuscì a fuggire. Si dibatte ancora se sia stata fuga organizzata o il ventitreenne, ormai in ascesa inarrestabile, abbia approfittato di una scappatoia improvvisa, favorita da colleghi francesi. Certo è che ci riuscì, scatenando un putiferio.
In patria il fuggitivo venne bollato ufficialmente come traditore e condannato in contumacia a sette anni in Siberia. In seguito altri lo imitarono, tra cui la seconda star russa per importanza, Michail Barysnikov, stabilitosi felicemente negli States, dove entrerà anche nel gossip hollywoodiano per la sua storia con Jessica Lange. Ma lui fu il primo e menò scandalo.
Durante le prime esibizioni in Europa Nureyev trovò fans adoranti, ma altresì feroci denigratori, perlopiù simpatizzanti di sinistra che lo criticavano per aver rinnegato le origini. In seguito Rudolf acquisì la cittadinanza austriaca.
Finalmente libero di esprimersi, Rudy si scatenò. Gli aggettivi usati per esaltarlo si sprecano e fanno soprattutto riferimento alla sua capacità di librarsi nell’aria con una leggerezza che sfida la forza di gravità, oltre al mix di grazia e fermezza di cui si deve dotare l’uomo che danza. Era meraviglioso negli assoli, meno affidabile in coppia: non offriva una sponda alla danzatrice, come fino allora si usava: lei doveva arrangiarsi e contrastarne l’egocentrismo. Nella vita, cercò sempre di colmare le lacune culturali che sentiva di avere. Suonava il piano, guidava l’automobile da pazzo.
Traferirsi in occidente gli aveva consentito di realizzare l’altro suo sogno, quello di vivere la propria sessualità senza costrizioni. Tuttavia in patria aveva conosciuto l’amore con una donna; solo in occidente ostenterà il contrario. In un’intervista in Italia, richiesto di nominare una figura femminile prediletta, non trovò di meglio che nominare Giovanna D’Arco.
Parlare del ventennio che seguì alla fuga significa trattare di un periodo aureo. Avanzava la rivoluzione dei costumi, passò il ’68, giravano più denari che mai prima. La gente frequentava i teatri. L’étoile del momento, il tartaro venuto dal freddo, era conteso alle feste, dalle dame famose, dai coreografi à la page, come il russo – francese Balanchine, Maurice Béjart, Roland Petit, che talora creavano apposta per lui.
E lui non si tirava indietro, nel gustare la vita fino in fondo. Più cauto all’inizio, mentre viveva una lunga storia con un collega danese; senza freni in seguito, nonostante gli ammonimenti dell’amica e partner preferita, di vent’anni più anziana, quella Margot Fonteyn che, già moglie infelice e mai madre, vide in lui un protegé, un figlio, un sodale. Lei gli perdonava tutto: le intemperanze, gli scarti da primadonna che gli conferirono fama di villano, gli atteggiamenti in genere, che egli si permetteva quando tutti lo adulavano. I tre andavano in vacanza insieme.

Tutti concordano nel ricordare le sue folli notte tra party e discoteche (compresa la celeberrima Studio 54 di New York), che non gli impedivano di presentarsi puntuale, la mattina successiva, agli allenamenti alla sbarra. E molti ricordano anche le sue misteriose digressioni notturne. Rudy non voleva essere di nessuno, non appartenere, non subire controlli. Come divennero note le sue bizze, così lo furono le sue avventure in oscuri ritrovi, dove la promiscuità era la regola. Non un particolare feeling parve svilupparsi con un altro egoico che evidentemente non gradiva concorrenti, Andy Wharol.
Dopo i quaranta, sopravvenne la necessità di crearsi alternative nell’ambito della coreografia, in cui si spese come direttore dell’ Opera ballet di Parigi; partecipò anche ad alcuni film, tra i quali la storia di un altro Rudy, Rodolfo Valentino.
Il declino non tardò ad annunciarsi, sotto forma della “malattia”. Sappiamo che il ballerino non gradiva le invasive e poco efficaci cure di allora e negava l’evidenza, mentre continuava a impazzare sui palcoscenici del mondo, tenendo d’occhio la possibilità che si stava facendo strada: una visita in Unione Sovietica.
Nel 1986 era salito al potere Mikhail Gorbaciov, ortodosso funzionario del PCUS, ma anche riformatore, secondo alcuni addirittura infiltrato della CIA. Si udirono termini come glasnost (trasparenza) e perestrojka (ristrutturazione), che tradotti significavano più o meno: le sirene occidentali sono irresistibili.
La politica però a Rudy interessava poco: voleva rivedere almeno una volta la madre. Pare che un ruolo determinante abbia avuto, nel favorirlo, Raissa Gorbaciova, first lady acculturata e finalmente carina in coppia col suo uomo, dopo anni di leader russi arcigni o salme viventi, spesso accompagnati da consorti matrioske, sfatte e rurali.
Nel 1989, anno predestinato, il miracolo riuscì. Purtroppo mamma Farida era in fin di vita e pare non abbia riconosciuto il figlio, arrivato carico di doni per i parenti. Ci fu spazio anche per una visita alla tomba di papà Amet, pochi giorni di permesso, e ringraziando che non si erano ricordati della vecchia condanna, mai revocata. Anzi, addirittura gli permisero di calcare nuovamente le scene del Kirov.
Rudolf era ormai un’ombra, scavato in viso non solo da anni di vita disordinata, ma dalla paologia che avanzava. Mitterrand fece a tempo a consegnargli la Legion d’onore, poi rimase soltanto una lunga clausura in attesa della fine, il 6 gennaio 1993.
La danza classica è molto cambiata, dunque. Vuole trovare nuove dimensioni, si contamina; ma pure guarda al passato che non tornerà, al mondo di cui era emanazione che, piaccia o meno, non esiste più affatto.
Carmen Gueye


