martedì, Febbraio 10, 2026
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Trump e quell’Europa priva di un superuomo

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C’è un equivoco di fondo nel modo in cui, in Europa, si reagisce alle parole di Donald Trump. Ogni sua dichiarazione sulla NATO, sull’Europa, sul ruolo degli Stati Uniti viene archiviata come provocazione scomposta, esagerazione populista, inciampo verbale. Così facendo, però, si continua a confondere il sintomo con la malattia. Trump non sta dicendo qualcosa di realmente nuovo: sta dicendo apertamente ciò che per anni è stato presentato in forma edulcorata, ovvero che, secondo la sua lettura, l’Europa non dispone degli strumenti – politici, militari, strategici – per reagire alle pressioni cinesi, russe e persino statunitensi.

Le sue parole arrivano in un momento preciso. Gli Stati Uniti appaiono intenzionati a recuperare una postura di forza globale più esplicita; la Cina non ha interesse a forzare uno scontro frontale; la Russia ha mostrato una capacità di tenuta superiore a molte previsioni iniziali rispetto al regime sanzionatorio; l’Europa resta sospesa in una dimensione prevalentemente dichiarativa, priva di una reale capacità di iniziativa strategica. In questo quadro Trump non si limita a provocare: rivendica di constatare. E lo fa con la sicurezza di chi percepisce di non avere davanti un interlocutore all’altezza del confronto.

Per comprendere fino in fondo questa dinamica occorre andare oltre la cronaca politica. Trump incarna – nel bene e nel male – una figura che il mondo contemporaneo sembra tornare a richiedere: il decisore, l’uomo della rottura, colui che spezza gli equilibri invece di amministrarli. In questo senso il richiamo a Friedrich Nietzsche non è un vezzo intellettuale, ma una chiave interpretativa. Il superuomo nietzscheano non è il tiranno: è colui che si assume il rischio della decisione, che crea valori invece di rifugiarsi nella morale come alibi dell’impotenza.

Trump si rappresenta come questa figura. Non è necessario stabilire se lo sia davvero. Ciò che conta è che venga percepito come tale, all’interno degli Stati Uniti e nello spazio internazionale. Il confronto globale lo suggerisce: la Russia ruota attorno a Vladimir Putin, figura che incarna una volontà di potenza nazionale riconoscibile, con tutti i suoi limiti; la Cina si organizza intorno a Xi Jinping, in una forma ancora più strutturata, dove partito, Stato e destino storico tendono a coincidere; gli Stati Uniti, con Trump, mostrano di essere disposti ad accettare una leadership muscolare, persino disturbante, pur di non rinunciare alla centralità.

Solo l’Europa appare estranea a questo schema. Non perché abbia trovato una forma più alta di politica, ma perché ha progressivamente rinunciato a produrre figure di comando. Ha sostituito la decisione con la procedura, la visione con la mediazione permanente, il rischio con il piccolo interesse immediato. Il risultato è un continente guidato da leader in alcuni casi competenti sul piano tecnico, ma strutturalmente incapaci di incarnare una volontà storica condivisa. Anche le ossessioni regolatorie – simboliche, talvolta paradossali – hanno finito per raccontare meglio di mille discorsi questa deriva: il dettaglio che prende il posto della strategia.

Uno degli ultimi esempi di leadership europea capace di agire come “superuomo” in senso storico, non ideologico, è stato Helmut Kohl. La riunificazione tedesca avvenne in tempi rapidissimi perché Kohl seppe interpretare una finestra storica irripetibile, infrangere equilibri consolidati e accettare il rischio di destabilizzare l’ordine europeo. Dopo di lui, raramente l’Europa ha espresso figure comparabili per capacità di forzare l’agenda strategica: non tanto per carenze intellettuali, quanto per l’assenza di una volontà di potenza o per la ricerca di un tornaconto minimo.

In questo scenario, le provocazioni di Trump sull’Europa non appaiono come un atto di arroganza isolata, ma come la conseguenza di un dato strutturale: l’Europa non dispone da decenni di una leadership in grado di rispondere sul piano strategico. Può indignarsi, può criticare, può richiamarsi ai valori e al diritto internazionale, ma senza riuscire a esprimerli come forza. Emblematico, in questo senso, un paradosso recente: di fronte alla crisi venezuelana e alla vicenda Maduro, uno degli appelli più espliciti in difesa del principio di sovranità nazionale e dello Stato di diritto è arrivato da Papa Leone XIV, al secolo lo statunitense Robert Francis Prevost, nel corso dell’Angelus del 4 gennaio 2026. Un intervento pubblico che ha richiamato al rispetto della Costituzione venezuelana e dei diritti civili, mentre dal fronte politico europeo le posizioni sono apparse più sfumate.

Trump questo lo sa. Ed è anche per questo che può permettersi di dileggiare un continente che, al di là delle reazioni pubbliche, continua a rifugiarsi sotto l’ombrello americano: un rapporto ormai contraddittorio, in cui Washington appare stanca di doversi fare carico dell’Europa, ma al tempo stesso consapevole di non poterla e volerla davvero lasciare sola.

Criticare Trump, allora, rischia di essere un errore di diagnosi. Non rappresenta una deviazione improvvisa della politica statunitense, ma una sua versione meno ipocrita. Gli Stati Uniti hanno sempre agito in base agli interessi e ai rapporti di forza; Trump ha semplicemente tolto il velo linguistico che rendeva questa realtà più digeribile agli alleati.

La domanda vera, dunque, non riguarda Trump. Riguarda l’Europa. Vuole continuare a esistere come spazio morale privo di potenza, o intende tornare a essere un soggetto politico capace di decisione, visione e rischio? Finché questa domanda resterà inevasa, ogni futuro Trump avrà gioco facile. Non perché sia particolarmente geniale, ma perché si muove in un mondo che non aspetta più chi ha smesso di osare e di avere un futuro.

M.S.

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Voci diverse, radici comuni: autori e pensieri che hanno contribuito a Secolo Trentino

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