Robert Nesta Marley nacque in un villaggio nel nord della sua amata isola, nel 1945 (giorno incerto, pare il 6 febbraio), anche se nei primi tempi del suo successo veniva indicato il 1941. Era figlio della giamaicana, giovanissima mamma Cedella, black, e dell’inglese Norval Marley, maturo ufficiale di marina, white. La coppia si sposò, ma non resse all’urto delle ostilità della famiglia di lui, e la ragazza venne abbandonata. Norval si fece vivo alla nascita del bimbo, poi sparì di nuovo; ricomparve, prese il bambino e lo collocò in una casa dove lo accudiva un’anziana; Cedella andò a riprenderselo, senza aver capito il perché della manovra. Norval morì quando Bob aveva dieci anni.
La giovane madre non serbava rancore, almeno stando ai suoi commenti successivi, mentre il piccolo crebbe angustiato da quel rifiuto, puntando il dito contro l’atteggiamento paterno ( il maturo schiavista che seduce e poi lascia l’ingenua ancella del luogo); anche se nel tempo stemperò, con l’arte, l’ostilità rabbiosa nei confronti della classe dominante anglosassone e bianca, che rimase in sella per molto tempo prima di venir rilevata da quella locale.

L’impero inglese, all’epoca, pur avendo subito i primi colpi con la rivolta dell’India e andando di gran carriera verso la disgregazione, conservava grande prestigio; tuttora esiste il Commonwealth, anche se depotenziato, e la Giamaica ne fa parte, riconducendosi a una vaga sovranità del monarca britannico.
Dal secondo dopoguerra le conseguenze di un passato imperialista, spesso brutale e irrispettoso, non si sono fatte attendere. Progressivamente, inesorabilmente, masse di popolazione si sono riversate in Europa, alla mensa dell’antico dominatore. Gli inglesi si sono sempre mostrati meno “invasivi” culturalmente (mentre i francesi imposero il modello della francophonie”) ; tuttavia il loro tallone d’acciaio si faceva sentire. La Giamaica era da essi molto amata quale località di vacanze, riservata all’aristocrazia e all’alta borghesia. Laggiù lo schema topografico era più o meno lo stesso che in tutto il terzo mondo colonizzato: edifici maestosi e in stile, come sedi amministrative o di servizi, ville principesche in mezzo a lussureggiante vegetazione, e una distesa sconfinata di slums ( o bidonvilles) per la gente comune, gli autoctoni. L’impostazione si ripropose nelle grandi capitali europee, dove quei popoli ebbero a emigrare.
…
Madre e figlio, rimasti soli, cambiarono residenza. Si trasferirono nella capitale, Kingston, vagando tra sobborghi per i nativi, tra baracche e problemi, fino ad approdare a Trenchtown. Là, verso la fine degli anni cinquanta, montava l’insoddisfazione, si allargava la protesta tra le fasce giovanili costrette alla miseria, si formavano bande di riottosi ragazzi arrabbiati e desiderosi di menar le mani ( i “rude boys”). All’inizio Bob lavorò da saldatore.
Persona sostanzialmente mite, egli tuttavia dichiarò in seguito allegramente di aver sempre convissuto con il pensiero della polizia alle calcagna; la sua fragilità derivava anche dalle instabilità familiari, a cui cercava di mettere inutilmente punti fermi. Andò a cercare una sorella di sangue, figlia del padre e un’altra moglie (Norval era stato accusato di bigamia perché in un primo tempo s’era dimenticato di divorziare da Cedella). Questa ragazza, dopo la prima visita, non si fece ritrovare. D’altro canto, Cedella aveva a sua volta avuto una bambina da un uomo sposato. Insieme alla neonata, la donna andò negli USA a cercare fortuna. E Bob? Rimase col “patrigno” e la sua famiglia.
Pare che non fossero infrequenti queste situazioni allargate, allora e in quei luoghi. Il ragazzo, proprio in compagnia di uno dei “fratellastri” acquisiti, Bunny Livingstone, mosse i primi passi con la musica. In seguito raggiunse mamma negli States, quando ormai, a quel punto della vita, aveva un obiettivo tracciato.
Egli applicò solo la parte pacifica dello slancio verso la giustizia. Come i suoi compagni d’avventura, adoperava strumenti di fortuna, ispirandosi alla prima musica rock e blues che arrivava dagli USA; così partì la saga personale di questo giovane carismatico.
Bob non era alto o particolarmente prestante, ma il suo viso e lo sguardo intenso gli conferivano un fascino singolare; ebbe un ruolo fondamentale nel rompere confini e schemi, attirando progressivamente un pubblico variegato e internazionale. Così, dal nulla, il singer apparve a noi, anche se da anni si impegnava a far conoscere il reggae.
Come altrove, ritmi africani e d’importazione anglosassone diedero luogo a uno stile, partendo dal rocksteady, poi confluito nella tipologia finale, il reggae. Senza entrare in analisi storiche o tecniche del genere (ruolo del basso, percussione, chitarra in “levare”, etc), e sull’origine del nome ( “rozzo”, “prostituta”, “ritmo del re”), usato la prima volta nel 1968, va detto che si tratta di un movimento ipnotico, abbastanza lento di norma, ma modificabile se, per esempio, si dà preferenza allo ska o lo si fa “inquinare” dal blues; per non parlare delle derivazioni da discoteca, che non sono mancate, e della commistione con l’hip hop. In Giamaica iniziò l’usanza del dub, con il DJ che sovrapponeva parole alla musica, creando gli antenati degli odierni rapper.
All’inizio il genere attirò fasce di fruitori abbastanza schierati: popolazione giovanile, sia quella locale che vi trovava riscatto, che quella americana ed europea liberal e amante della trasgressione sbandierata. In realtà esso non attira precipuamente giovani di sinistra; però la diffusione nei centri sociali ha sempre dato, almeno in Italia, questa impressione. In tanti si sono fatti attrarre, spesso senza ammetterlo, dall’erba, elemento connesso al godimento di questa forma d’arte. Ora i primi aficionados sono cresciuti e dunque lo stile si è storicizzato e piace trasversalmente, pur iniziando a sapere di “antico”; trovò epigoni un po’ ovunque, per qualche anno (famoso, in Italia, “E la luna bussò”, di Loredana Berté, del 1979).
Passata la moda, restò la base, che si contaminò. Incontriamo quindi negli anni la trasformazione dello stile “puro” originale, in salse varie, non sempre aderenti al filone ispiratore,. Talora si sperimentarono variazioni sul tema, sia musicale che nei testi; a volte invece si trattò di operazioni felicemente commerciali, vedi i Boney Em o Eddie Grant per la disco anni settanta; e, più di recente, Kevin Little, Sean Paul e Spragga Benz, esponenti di un genere tipicamente giamaicano, la dancehall.
…
Si verificarono le consuete vicissitudini: discografici furbastri, dissapori tra artisti, qualcuno che se ne va, idee diverse sulle cose da fare. Quindi le vicende sono complesse, tra il formarsi, il rompersi e il ricrearsi di gruppi. Ovviamente restano nel ricordo i Wailers. Quando altri cercarono fortune soliste, Bob si trovò di nuovo solo, riformò la band con musicisti di sua scelta e ci aggiunse le coriste, tra le quali figurava la neo moglie Rita, sposata quando erano ambedue giovanissimi (atto innovativo, poiché le donne nel reggae entrano poco).
Suo iniziale compagno nei Wailers fu Peter McInTosh, poi solo Tosh, che morì durante un assalto a mano armata in casa, nel 1987, pare per litigi personali e una relativa vendetta che ne scaturì. Un altro esponente famoso, forse il primo, era stato Jimmy Cliff, peraltro islamico, a differenza della maggioranza degli altri.

Marley e Tosh
Il successo personale e internazionale di Bob iniziò in sordina, soprattutto grazie a una cover di Eric Clapton, “I shot the sheriff”. Piccole radio iniziarono a trasmettere i brani, fino a che dilagò la tendenza. Ognuno dei gruppi di fans ci mise del suo: chi apprezzava lo sdoganamento delle droghe leggere, chi la rivalsa politica dei neri di tutto il mondo; altri ci trovavano un vero e proprio stile di vita da adottare, improntato alla libertà nel pacifismo, alla sana rilassatezza dei costumi senza nevrosi metropolitane. Tutto viaggiava sulle note di pezzi mitici come “No woman no cry”, “One love”, “Jammin’ ” “Zion Train”, e i primi videoclips di Bob che giocava a calcio (sua grande passione) o si esibiva, sensuale e magnetico, sul palco.
Bob fece conoscere i dreadlocks, le “treccine”, una moda mai più tramontata tra la gente “di colore”, e adottata, senza esiti entusiasmanti a nostro avviso, anche tra i giovani dalle lisce chiome caucasiche. Tali ammennicoli si chiamano “rasta” per estensione, dal nome della religione che il musicista a un certo punto fece propria, il rastafarianesimo.
Si tratta di una confessione nata in modo un po’ bizzarro. I seguaci pensano di discendere da una delle tribù di re Salomone e insistevano molto, all’inizio, sulla figura del Negus (re) etiopico Hailé Selassé, sovrano defenestrato dal fascismo, poi ritornato in sella, morto nel 1975. Ras Tafari, suo nome originario, significa “ sovrano da temere”.
Quando questi visitò la Giamaica nel 1966, e fu accolto dai guru locali, mise bene in chiaro di non essere divino, né tantomeno la nuova emanazione di Cristo; invitò a convertirsi al cristianesimo ortodosso, quello praticato anche nell’Europa dell’Est e in Grecia, per intendersi, anche se non disdegnò il ruolo autorevole che gli era stato conferito.
Nelle interviste Bob batteva e ribatteva su questa sua fede, che riteneva risolutiva. Egli considerava Hailé il capo supremo, il simbolo della resistenza africana all’imperialismo, colui che avrebbe indotto tutto il black people a tornare alla madre Africa, legando la confessione religiosa alle teorie di Marcus Garvey sul panafricanismo; ma pare che quest’ultimo non avesse ipotizzato legami con il Negus e, dunque, questo culto è, e resta, tutto giamaicano. Oggi esso è legalmente riconosciuto, codificato in filoni più o meno integralisti, con un complesso di regole diviso tra la Bibbia, dogmi cristiani, influenze ebraiche e innesti sopraggiunti con il tempo, come l’assoluto valore della libertà . Alla fine Bob scelse di diventare a sua volta ortodosso, con tanto di battesimo. Quando, in seguito, si sono fatti sentire anche i parenti “bianchi” (mai visti finché lui era in vita), essi stupirono, sostenendo che il ramo Marley sarebbe di origine ebreo siriana…
Marley, nelle sue divagazioni filosofico ideologiche ce l’ha parecchio su con Roma e i Papi; uno dei segni della fine del sistema fu considerata, da questi fedeli, la strana morte del pontefice Giovanni Paolo I, nel 1978, rimasto in carica un mese; respinge gli equivoci sui rasta. Per evidenziare i pericoli delle generalizzazioni, pone a esempio gli italiani considerati sempre e tutti mafiosi ( così rispose in un’intervista, a una incauta domanda di Red Ronnie); rifiuta il luogo comune che i rasta abbiano poca voglia di lavorare, solo perché rifiutano di collaborare con chi opera per il male e non accettano paghe da fame; ricorda che il boicottaggio al diritto al voto.
Bob evidenzia la profondità di tale credo, dando l’impressione di metterci del suo, insistendo sulla pace e l’amore; chiama il mondo corrotto da cambiare “Babilonia”. Ce l’ha su con i bianchi che pensano solo al profitto e alla sottomissione violenta, ma assicura di auspicare concordia, affinché anche loro capiscano la verità.
A chi gli rimproverava di vivere agiatamente e di condurre una BMW rispondeva col suo consueto buonumore : manteneva praticamente una tribù, aiutava tutti, faceva ricche donazioni soprattutto all’infanzia abbandonata, non badava ai soldi . La BMW gli piaceva solo perché era la sigla di “Bob Marley and the Wailers ( in ogni modo, la cambiò per una Jeep e non si sa se abbia mai nemmeno preso la patente).
Ormai star, egli simpatizzava per il partito progressista (anche se detestava, per esempio, l’atea Cuba) e si prestò a un concerto di propaganda elettorale per il candidato di allora ( bianco come l’avversario, in una Giamaica che diverrà indipendente solo nel 1980). Il risultato fu una forte strumentalizzazione del suo gesto e un assalto di nemici politici ( o fanatici delusi dal suo schieramento) a casa sua, con una sparatoria che non fece morti, ma solo feriti, tra cui Rita.
Tra i difetti che si addebitano a questo culto, spicca il maschilismo. La donna è considerata pari, ma un passo indietro.
Marley, per parte sua, fu davvero un po’ sultano di harem. Rita Anderson fu la sua unica moglie ufficiale, ma egli andò generando in contemporanea una caterva di figli da altre ragazze, con relazioni più o meno stabili. Cominciò con l’adottare la bambina che Rita aveva avuto da un precedente legame, ne ebbe tre con lei, e ne riconobbe un altro che pare la donna ebbe da una liaison extraconiugale (acida accusa della suocera Cedella, ma Bob non se ne ebbe a male). In tutto forse sono tredici, l’ultima venuta al mondo subito dopo la sua morte.

I più famosi, il primogenito Ziggie e Damian , provano da anni a proseguire la carriera paterna, e così fanno altri figlioli, meno noti a livello internazionale. La “tribù” opera nell’ambiente, come si conviene agli eredi del “boss”. Alcuni curano etichette di famiglia legate sia alla musica che all’abbigliamento e allo sfruttamento del marchio. Secondo un copione che si ripete spesso, la vedova è stata contestata per la gestione successiva dell’eredità artistica e commerciale del celebre marito.
Bob si esibì anche in Italia, a Milano e Torino; la prima delle due date fu, per gli amanti delle coincidenze, il 27 giugno 1980, il giorno del disastro di Ustica.

Bob a San Siro
A quel punto la sua salute declinava. Tutto era iniziato dopo un incidente calcistico, durante una bizzarra amichevole a Parigi, tra musicisti rasta e giornalisti, sotto la torre Eiffel. Dopo un duro fallo, Bob dovette uscire. Quando venne soccorso, si accorsero che era saltata l’unghia di un alluce e gli esami evidenziarono formazioni cancerose. Lui era contrario, per motivi religiosi, all’amputazione della falange, come gli avevano suggerito, così accettò solo un trapianto di cute.
Il cantante continuava nei concert, ma accusava sempre disturbi, alla gola, alla testa; collassò facendo jogging nel Central Park di New York. Si sottopose a cure sperimentali in Germania, dove a un certo punto i medici dichiararono forfait. A quel punto si pensò di farlo almeno morire nella sua terra, ma la crisi finale lo colse a Miami, dove, nel maggio 1981, l’artista morì.
La gloria postuma è stata enorme; i riconoscimenti, specie delle riviste di settore ( e segnatamente per la stima di una, Rolling Stones) si sono sprecati; ed è giunto anche quello degli Stati Uniti che, in barba al loro spietato proibizionismo ufficiale in fatto di droghe, ne ospitano la stella col nome, sulla “Walk of fame” di Hollywood.
Bob sull’argomento “canne” diventava evasivo, rivendicando la libertà dei comportamenti privati, purché non dannosi al prossimo.
Come tutti i miti, per anni non lo si è messo in discussione più che tanto. C’è chi non ne ha grande stima, come lo storico italiano del rock Piero Scaruffi. Bob avrebbe rappresentato un’abile operazione di marketing, che eccitava soprattutto gli animi dei “bianchi” frustrati e fricchettoni, e con la liberazione degli afrocaraibici poco avrebbe a che fare.
Per chi lo apprezza comunque, il suo messaggio è un po’ sfocato, ma di qualcosa val la pena ricordarsi. Quando fu messo sotto accusa dal suo pubblico per il concerto politico, Bob rispose con la sua frase forse più bella, ripresa nel film “Il mio nome è leggenda” con Will Smith: chi opera per il male non si concede un giorno di sosta, perché dovrei riposare io?
Carmen Gueye


