A ben vedere, tutte queste manovre interne — le dimissioni dalla compagine governativa, le correzioni di rotta, la riorganizzazione degli equilibri dentro il centrodestra — non rispondono soltanto a esigenze amministrative. Sono, in realtà, i primi atti visibili di una campagna elettorale che formalmente non è ancora iniziata. Giorgia Meloni governa dall’ottobre 2022 e, in questo tempo, ha consolidato una posizione centrale nel campo della destra italiana. Proprio per questo ha capito una cosa precisa: ogni decisione presa da qui al 2027 sarà letta attraverso il filtro della campagna, non della gestione ordinaria del potere.
È in questa chiave che vanno lette scelte che potrebbero sembrare risposte a singoli casi. In realtà compongono un quadro coerente: togliere di mezzo tutto ciò che rischia di offuscare il profilo della premier. Via Santanchè, travolta da un peso politico diventato ingestibile. Via chiunque possa trasformarsi in un ostacolo. Ogni allontanamento è un messaggio agli elettori: “Io sono severa, io pulisco, io non tollero l’imbarazzo”. Non è solo un governo che si prepara alle elezioni. È una campagna che utilizza il governo come strumento di comunicazione.
Il meccanismo, da questo punto di vista, è trasparente. Meloni ha deciso di non aspettare il 2027 per lanciare i suoi messaggi. Ha scelto di iniziare adesso, parcellizzando nel tempo scelte politiche che formalmente servono a governare, ma sostanzialmente servono a costruire un’immagine già consolidata prima del voto. La strategia è calcolata: se riesce a mantenere il governo in ordine, a mostrare fermezza e capacità di controllo, allora gli ultimi mesi di legislatura non saranno una fase convulsa, ma l’epilogo naturale di una storia coerente già raccontata.
Il problema è che questa decisione trasforma il governo in una macchina di comunicazione permanente. Non è più un’istituzione che esercita funzioni pubbliche: è uno strumento di narrazione continuativa, di marketing elettorale. E quando il confine tra governo e campagna scompare, quando ogni scelta è filtrata attraverso il calcolo elettorale, il cittadino attento vede chiaramente cosa sta accadendo.
È vero che il consenso va dosato nel tempo e che partire troppo presto comporta rischi. Ma il vero rischio, qui, è diverso: la gente, vedendo il governo trasformarsi progressivamente in una narrazione senza intervalli, potrebbe stancarsi non di un messaggio specifico, ma della persistenza stessa di un’intenzione comunicativa che non prende mai pausa. Una volta compreso che ogni decisione serve alla campagna, la fiducia non si esaurisce per stanchezza: si logora per disincanto.
Resta un interrogativo più profondo: quando il governo smette di essere governo e diventa campagna permanente, cosa rimane della sua credibilità istituzionale? Non è una questione di incompetenza. È una questione di tempi dilatati e di strategie che, per reggere la loro ampiezza temporale, finiscono per diventare così esplicite da tradire se stesse. Il vero costo di questa pre-campagna non si misurerà dalla vittoria o dalla sconfitta nel 2027, ma da quello che accadrà nel frattempo: il logoramento progressivo della percezione di un governo che, nel tentativo di controllare il racconto della propria azione, ha smesso di agire davvero.
Raimondo Frau


