In un’Europa attraversata da tensioni internazionali, incertezze economiche e nuovi equilibri geopolitici, i consumatori sembrano avere le idee piuttosto chiare: chiedono un’Unione europea più forte, più autonoma e più capace di difendere i propri interessi, ma senza sacrificare la qualità dei prodotti né l’accessibilità dei prezzi. È il quadro che emerge da un’indagine realizzata da Euroconsumers, rete internazionale di organizzazioni dei consumatori di cui fa parte Altroconsumo, condotta tra il 19 e il 23 febbraio 2026 su quasi 10 mila cittadini in 10 Paesi europei.
Il dato di fondo è netto: l’Europa continua a essere percepita come una grande potenza economica e come un’area caratterizzata da un’elevata qualità della vita, ma mostra ancora fragilità sul piano politico e strategico. Secondo l’indagine, il 63% degli intervistati considera l’Ue una grande potenza economica e il 68% la associa a un’elevata qualità della vita; allo stesso tempo, però, il 67% ritiene che le divisioni interne ne riducano l’efficacia sulla scena globale e solo il 60% la vede come un vero attore politico. In Italia, inoltre, la perplessità più marcata riguarda il profilo militare dell’Unione: per il 46% degli intervistati l’Ue non può ancora essere considerata una vera potenza militare globale.
Uno degli elementi più significativi emersi dalla rilevazione riguarda il rapporto con gli Stati Uniti. Appena il 28% degli europei li considera un partner affidabile, mentre cresce l’idea che sia necessario diversificare alleanze e dipendenze. In Italia, il 40% degli intervistati si dichiara contrario a un allineamento automatico con Washington. Un orientamento che, secondo Altroconsumo, riflette anche differenze politiche interne, con posizioni più favorevoli all’alleanza atlantica tra gli elettori di destra e più critiche tra quelli di sinistra.
Questa sfiducia crescente non resta confinata alla sfera diplomatica, ma si riflette anche nei comportamenti di consumo. Il 44% degli europei afferma infatti di avere già ridotto o interrotto l’acquisto di prodotti statunitensi; in Italia la quota sale al 48%, uno dei livelli più alti tra i Paesi analizzati. Parallelamente, aumenta il consenso verso una maggiore autonomia strategica europea: l’80% degli intervistati si dice favorevole a investimenti in tecnologia e il 73% in difesa.
Resta comunque forte il sostegno al commercio internazionale. Il 67% degli europei ne riconosce i benefici in termini di prezzi e possibilità di scelta, mentre il 77% ne sottolinea l’importanza per l’export. In questo quadro gli Stati Uniti appaiono meno centrali, mentre crescono il peso dell’Asia, indicata dal 51% degli intervistati, e quello della Cina, citata dal 37%. Più della metà del campione, il 56%, guarda inoltre con favore all’accordo commerciale tra Europa e America Latina, il Mercosur, considerandolo uno strumento utile per costruire nuove alleanze.
L’apertura ai mercati, però, non è priva di condizioni. Il punto fermo per i cittadini europei resta la tutela degli standard qualitativi e di sicurezza. Il 38% teme che il commercio internazionale possa abbassare la qualità dei prodotti, mentre il 47% ritiene che, se ben regolato, possa contribuire a innalzare gli standard a livello globale. In Italia emerge una posizione ancora più esplicita: il 59% degli intervistati si oppone a un allentamento delle norme sulla sicurezza alimentare per favorire il libero scambio.
Un altro dato rilevante riguarda il cosiddetto “Made in Europe”. Il 76% degli europei si dichiara favorevole a privilegiare prodotti realizzati nell’Unione, percentuale che in Italia sale al 78%. Ma quando la scelta si traduce in un possibile maggior esborso economico, il consenso si assottiglia: solo il 49% a livello europeo, e appena il 42% in Italia, si dice disposto a pagare di più. È un passaggio centrale, perché descrive bene la contraddizione che attraversa oggi il consumo europeo: la domanda di autonomia strategica e di filiere più vicine convive con il vincolo, sempre più stringente, del bilancio familiare.
Tra i comparti ritenuti strategici emergono con forza l’alimentare, indicato dall’85% degli intervistati, il farmaceutico con l’82% e l’energia con il 75%. Non è difficile capire perché: sono i settori che più direttamente incidono sulla vita quotidiana, sulla sicurezza materiale e sulla capacità dell’Europa di reggere agli shock esterni.
Ed è proprio il futuro a preoccupare di più. Se molti cittadini dichiarano di non avvertire ancora in modo pieno gli effetti delle tensioni geopolitiche sulla propria vita quotidiana, le aspettative per i prossimi mesi e per il 2026 appaiono decisamente peggiori. Il 72% degli europei teme infatti un aumento del costo della vita, il 69% ritiene che il contesto globale sia destinato a peggiorare e circa un europeo su tre teme una guerra globale nei prossimi tre anni. Altroconsumo sottolinea inoltre che la rilevazione è stata effettuata prima dello scoppio del conflitto in Iran e del successivo aggravarsi delle tensioni internazionali, segno che il senso di insicurezza era già ampiamente presente tra i cittadini europei. Reuters ha riferito nei giorni scorsi che la guerra in Medio Oriente ha già contribuito a peggiorare il sentiment dei consumatori nell’Eurozona, soprattutto per il timore di nuovi rincari energetici e alimentari.
A commentare i risultati è Federico Cavallo, responsabile Relazioni esterne di Altroconsumo, secondo cui dall’indagine emerge una visione “lucida e pragmatica” da parte dei consumatori europei: da un lato la richiesta di un’Europa più forte e meno dipendente, dall’altro la volontà di non rinunciare a prezzi accessibili e a standard elevati. Un equilibrio tutt’altro che semplice, ma che, secondo l’associazione, dovrebbe entrare stabilmente nel dibattito politico ed economico europeo, perché commercio, innovazione, energia e autonomia strategica non sono temi astratti: incidono direttamente sulla vita concreta delle famiglie.
L’indagine è stata condotta in Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Polonia, Portogallo, Spagna e Ungheria, con campioni rappresentativi per età, genere, area geografica e livello di istruzione. Per l’Italia il campione è composto da 1.037 rispondenti.


