L’Europa oltre Trump: la NATO non basta più

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Le parole di Donald Trump sulla NATO, ma anche nei confronti dei singoli stati europei, non meritano né panico né suppliche. Meritano una risposta politica adulta. Se gli Stati Uniti vogliono lasciare l’Alleanza atlantica, escano. L’Europa non può continuare a vivere come una dipendenza strategica di Washington, né può restare in silenzio mentre il suo principale alleato minaccia il disimpegno, impone pressioni economiche e pretende allineamento su crisi che colpiscono direttamente il continente.

Il punto, ormai, non è più teorico. È nei fatti. Il 1° aprile 2026 Trump ha dichiarato che l’uscita dalla NATO è ormai, a suo dire, «beyond reconsideration», definendo l’Alleanza una «paper tiger». Il giorno precedente, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva rifiutato di riaffermare l’Articolo 5 al Pentagono, dichiarando che la questione sarebbe stata rimessa al presidente. Ma la traiettoria era già chiara da tempo: nel febbraio 2024, in un comizio a Conway, in South Carolina, Trump aveva affermato che avrebbe incoraggiato la Russia a fare ciò che vuole ai Paesi NATO che non spendono abbastanza per la difesa. Dopo l’insediamento, ha chiesto agli alleati di portare la spesa militare al 5% del PIL — un obiettivo che al vertice dell’Aia del giugno 2025 è stato formalizzato come target al 2035, ma che resta irrealistico per la quasi totalità degli europei.

La minaccia di un disimpegno dalla NATO si inserisce in un contesto di crescente divergenza tra Stati Uniti ed Europa su tutti i fronti. Sul dossier ucraino, l’amministrazione Trump ha sospeso gli aiuti militari a Kiev all’indomani della sua rielezione, e secondo le stime del Kiel Institute ha ridotto i contributi americani del 99% nell’anno successivo. Sul piano commerciale, la pressione non è meno dura: i dazi al 50% su acciaio e alluminio, imposti nel giugno 2025, hanno provocato un crollo delle esportazioni siderurgiche europee verso gli Stati Uniti. E la crisi dello Stretto di Hormuz — innescata dall’attacco americano-israeliano all’Iran nel febbraio 2026 — ha esposto le economie europee a uno shock energetico che ha fatto quasi raddoppiare i costi del gas e portato il Brent oltre i 126 dollari al barile.

Nemmeno sul piano politico la distanza può più essere nascosta. Di fronte alla crisi iraniana, i principali Paesi europei hanno mostrato una chiara indisponibilità a seguire Washington in un’escalation militare non condivisa. La Germania ha dichiarato pubblicamente che quella con l’Iran non è la guerra dell’Europa. La Spagna ha chiuso il proprio spazio aereo ai voli militari americani. L’Italia ha negato, salvo poi ribadire l’alleanza con gli USA, il rifornimento di aerei statunitensi a Sigonella. Tra Trump e Macron lo scontro è ormai quasi quotidiano. È una divergenza reale, non una sfumatura diplomatica. E segnala un punto essenziale: gli interessi europei e quelli americani non coincidono più automaticamente.

Per questo continuare a reagire con cautela, quasi con timore di irritare Washington, appare sempre meno sostenibile. Un’alleanza, e la storia lo dimostra, non è un vincolo eterno. È uno strumento che funziona finché esiste una convergenza di interessi. Quando quella convergenza si indebolisce, il problema non è salvare la forma dell’alleanza, ma ridefinirne la sostanza. Del resto, l’Europa ha già cominciato a muoversi, anche se in modo disordinato: il piano ReArm Europe da 800 miliardi di euro presentato dalla Commissione von der Leyen nel marzo 2025, il fondo tedesco da 500 miliardi varato dal cancelliere Friedrich Merz, il discorso di Macron sulla deterrenza nucleare condivisa nel marzo 2026 — sono tutti segnali di un continente che inizia a prendere atto della realtà.

In questa prospettiva, si può sostenere senza forzature che gli Stati Uniti, nella linea politica incarnata da Trump, non rappresentino oggi per l’Europa un fattore di stabilità, ma una crescente fonte di pressione strategica. In alcuni casi appare come il principale nemico degli Stati europei. Non è una posizione ideologica, ma una lettura dei fatti: minaccia di disimpegno militare, pressione economica attraverso i dazi, richiesta di allineamento su crisi non condivise, messa in discussione esplicita del principio di difesa collettiva.

Il rischio più grande, per l’Europa, non è la rottura con Washington. È la sua incapacità di prendere atto del cambiamento in tempo utile. Per decenni il continente ha delegato la propria sicurezza, la propria postura internazionale e, in parte, la propria autonomia politica. Quel modello ha garantito stabilità, ma ha anche prodotto una dipendenza che oggi si rivela strutturalmente fragile — come la crisi energetica seguita alla chiusura dello Stretto di Hormuz ha dimostrato in modo brutale.

Se gli Stati Uniti scelgono di ridimensionare il proprio ruolo nella NATO, la risposta europea non può essere quella di rincorrerli. Deve essere quella di prepararsi e iniziare a capire dove volgere lo sguardo per il futuro.

Non si tratta di antiamericanismo. Si tratta di realismo politico. Le alleanze non sono immutabili, e la storia non si ferma al 1949. Se il quadro internazionale è cambiato — e i fatti dicono che è cambiato profondamente — l’Europa deve avere il coraggio di cambiare con esso.

Il tempo dell’obbedienza silenziosa dovrebbe finire qui. Non perché gli Stati Uniti siano diventati un nemico, ma perché hanno smesso di essere, in modo automatico e incondizionato, un garante degli interessi europei. E se davvero Washington intende fare un passo indietro, forse la risposta più lucida non è trattenerla. È smettere di inseguirla.

M.S.

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Voci diverse, radici comuni: autori e pensieri che hanno contribuito a Secolo Trentino

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