Una storia mai raccontata o meglio, mai ricordata, almeno qui, dove la Democrazia dovrebbe salvare e salvaguardare i popoli dalle atrocità dei Caino invasati spesso più da falsi miti che da memoriali religiosi.
Come un cerchio chiuso la storia si ripropone, gli eventi ripercorrono il raggio e ciò che prima avevamo aberrato, ritorna alle cronache odierne, in vesti diverse, in maschere tribali a nascondere verità, a nascondere il ricordo che stritola il cuore dei buoni di fede.
È giusto ora ricordare, e lo dobbiamo per i giovani di oggi che vedono il mondo con occhi di speranza ma accecati dalla ignoranza dettata dal mainstream.
La sera del 19 agosto 1978, quattro uomini entrarono nel Cinema Rex di Abadan, in Iran.
Portavano con sé taniche di carburante. Lo versarono sul pavimento mentre il pubblico era seduto a guardare un film.
Poi chiusero le porte dall’esterno… e appiccarono il fuoco.
Almeno 400 persone morirono bruciate vive. All’interno di un edificio chiuso a chiave. Perché stavano guardando un film.
Non perché il film fosse pericoloso. Ma perché il cinema stesso era considerato un insulto all’Islam. Un simbolo della decadenza occidentale.
Un luogo dove uomini e donne sedevano insieme al buio e si divertivano. Questo era sufficiente.
Fin dall’inizio del 1978, gli estremisti islamici avevano già dato fuoco ad altri 29 cinema in tutto l’Iran. Ma quelli erano vuoti. Il Cinema Rex no.
E poi arrivò la menzogna.
L’Ayatollah Khomeini – che lui stesso aveva definito i cinema «centri di prostituzione e corruzione della gioventù» – incolpò immediatamente lo Scià e la sua polizia segreta SAVAK per il massacro.
Milioni di iraniani gli credettero.
L’indignazione che ne seguì accelerò la rivoluzione.
Gli stessi uomini che bruciarono vive 400 persone usarono i corpi delle loro stesse vittime come combustibile per la loro ascesa politica al potere.
Ci vollero 23 anni perché la verità venisse a galla.
Uno dei responsabili alla fine confessò – non per rimorso, ma perché non riusciva più a sopportare di vedere altri prendersi il merito di quello che considerava l’atto di sacrificio supremo per l’Islam.
E gli uomini dietro l’attacco? Molti di loro sono poi diventati membri del parlamento iraniano.
Il giudice incaricato del caso aveva legami proprio con i religiosi sospettati di coinvolgimento. Il processo fu una farsa. Le vittime sono state dimenticate. I loro nomi sono stati cancellati dai calendari ufficiali. Non è stata commemorata alcuna ricorrenza.
La Repubblica Islamica è semplicemente andata avanti.
Ecco con chi abbiamo a che fare.
Un’ideologia che brucia vive le persone per aver guardato un film. Che incolpa le proprie vittime dei propri crimini. Che trasforma l’omicidio di massa in un’arma politica. Che ricompensa i propri autori con seggi parlamentari.
E questa è l’ideologia che l’Europa ha passato decenni a trattare con i guanti. Assecondandola. Proteggendola dalle critiche. Definendo razzismo il fatto di nominarla ad alta voce.
Il terrore di essere soggiogati e puniti dalle stesse ignobili e atroci azioni innalza un muro di omertà fatto di silenzi, di sguardi abbassati, di volti girati.
Per troppi anni la nostra indifferente paura ha lasciato libere le mani di sporcarsi del sangue dei giovani trucidati, impiccati, lasciati morire per le strade, dietro i loro portoni colpevoli solo di volere libertà, la stessa che noi viviamo senza più dare valore al senso stesso.
Noi che viviamo nelle preoccupazioni di un selfie accattivante, di un materialismo incondizionato, di baruffe alla Via Pal, che innalziamo il pugno e barricate, sventoliamo bandiere nei cortei nel nome di quella Democrazia bugiarda.
Loro erano come noi, giovani allegri e speranzosi dei loro sogni, moderni e arroganti di vivere la vita tutta di un fiato ma è bastata una menzogna per cancellare il loro futuro.
E nulla è stato fatto, nulla ha ridato loro speranza quando gridando aiuto noi siamo rimasti inermi e sordi.
Questo dovremmo scrivere, raccontare ai giovani, mostrare quanto le atrocità possano cambiare il percorso della vita di ognuno, di un popolo.
Ma siamo ancora in tempo, tendere la mano non è mai tardi e se il pericolo è bruciarsi, allora credo valga sempre rischiare perché oggi possiamo ancora rallegrarci nella nostra monotonia ma un domani potremmo essere noi a piangere e nessuno verrà in nostro aiuto poiché non vi sarà più nessuno a guardarci le spalle…
Gli iraniani sanno quanto costa sbagliare. Hanno pagato con 47 anni… e il conto continua.
Noi continuiamo a fingere di avere tempo per pensarci, ancora.
Alberto Torregiani

