Il titolo non tradisca la ragione: questo film non parla di politica, ma parla di persone, di esseri umani che si trovano con la storia sbattuta in faccia.
Le aspettative deluse, l’impossibilità di capirsi e di comunicare la scelta, ma quale scelta?
Tutto comincia in modo sociale, un gruppo di uomini che parla idioma italiano circonda due lottatori di Ranggeln (il tradizionale “rancln”) che si distinguono per una particolarità, sono fratelli. A petto nudo si guardano in cagnesco ma amorevolmente e cercano di fregarsi a vicenda, ma Anton e Paul sono molto diversi.
Anton è il fratello maggiore, ha una mezza generazione di differenza rispetto a Paul ha una moglie, una famiglia, una stalla con delle mucche, un maso padronale, responsabilità; Paul non ha niente, è un aspirante artista che sente dentro di sé il fuoco sacro del disegno a carboncino e vuole cambiare la sua vita frequentando l’Accademia delle Belle Arti in Germania.
Vorrebbe lasciare le montagne altoatesine, costruirsi un futuro diverso. Ci prova diverse volte, ma un filo nero lo trattiene ogni volta che parte.
Anton, Anna e il figlio invece sono maturi, sono meno sognatori, mangiano come gli antenati, tenendo in mano il cucchiaio come se fosse un coppino, Paul regge il cucchiaio in modo gentile.
Non sembrano fratelli, perché sono così diversi tra loro se sono fratelli e se sono sempre vissuti insieme?
Paul cerca lavoro, risparmia i soldini del sussidio, aiuta a curare le vacche, non ha il carattere del capofamiglia, parla di tutto anche con le donne, è gentile, non sa molto della vita, ma cerca di fare il possibile per sensibilizzare alla sensibilità.
“Zweitland” è un film di filosofia politica e di aspirazione sociale, del regista Michael Kofler, presentato al 74. Film Festival della Montagna.
In Alto Adige sono tornati i lupi? Si chiedono i bambini.. Anton ne ha visto uno nella radura, certo che sì, Paul non li ha mai visti, non sa niente.
Il film è nato da una riflessione personale del regista, vissuto durante l’infanzia in un piccolo centro dell’Alto Adige, dove queste cose non sono scritte nei libri di storia, ma sono scritte nel DNA.
Parliamo di niente meno che una coproduzione tedesco-italo-austriaca di Starhaus Monaco, Helios Bolzano e KPG Vienna con il sostegno di IDM Film Commission Alto Adige. Hans, Paul, non esistono nelle anagrafi altoatesine, non è un film storico, ma sono idealtipi, personaggi che sarebbero potuti esistere, perché sono stati scritti secondo ricerca storica e testimonianze dirette.
Non parlano il tedesco, parlano un dialetto tedesco, che assomiglia al ladino, che si capisce e non si capisce, ma specialmente non sono italiani e questo, negli anni ’60, era importante.
Tra l’11/12 giugno del 1961 nella storica Notte dei Fuochi, i separatisti altoatesini della BAS (Movimento per essere liberi e indipendenti in Sud Tirolo) hanno cominciato la loro recriminazione contro il governo centrale di Roma, italiano.
I motivi non erano banali: l’agricoltura del latte non era stimata come dignitosa, chi viveva nei masi padronali era ritenuto poco meno che una bestia, nelle scuole l’italiano aveva cominciato a fare man bassa, i madrelingua tedeschi, che già non parlavano correttamente il tedesco, non volevano studiare l’italiano. Nelle scuole italiani e tedeschi erano stati divisi, per richiesta esplicita, per il patrimonio culturale e linguistico.
Alla base dell’elaborazione progettuale di un percorso di insicurezza di matrice terroristica c’è la spinta dei Separatisti, Los Von Rom, che hanno certamente cercato di fare il possibile per creare un ambiente difficile e poco collaborativo, in modo da poter chiedere tutto quello che hanno chiesto, per un’autonomia completa e duratura. Non che non fosse possibile chiedere anche senza il terrorismo, certo che sarebbe stato possibile, ma era difficile darsi un tono.
Questo periodo fu così per molti movimenti italiani, fu identico per il movimento altoatesino. Attentati dinamitardi.
La storia della Notte dei Fuochi e dei mesi che seguirono è stata tramandata di generazione in generazione, anche se i libri di scuola ne parlano poco: è difficile trovare il modo per parlare in modo sereno di un periodo che fu difficilissimo.
Oggi, a distanza di oltre 60 anni, parlarne è più facile. Tutto l’Alto Adige e il Trentino pure, erano stati presidiati dai carabinieri. Li chiamavano italiani, macachi, spie. Comunque ampiamente inadeguati al ruolo.
Importante la figura femminile di Anna, che diventa il punto cruciale della situazione educativa, le donne collaborano, sono solidali, possono esporsi politicamente rischiando tutto, lavoro compreso, ma sono insegnanti, sono mamme, sono capofamiglia alla bisogna e sono in grado di prendere delle decisioni importanti, se serve.
Questo film, anche se non contiene moltissimi personaggi femminili, anche se non contiene molti dialoghi femminili, anche se in generale ha pochi personaggi e questi personaggi parlano a loro volta molto poco, comunica moltissimo, proprio con i silenzi, le lenzuola bianche che coprono le paure dentro di noi, che le tengono a bada. Le donne sono disposte a buttare le fondamenta per dei ponti tra culture, per andare avanti e crescere. Gli uomini difendono la Heimat, la tradizione.
Il lupo appare sulla scena al momento giusto, ci rivela chi è a conoscenza dei segreti della storia e chi no, ma ci porta a capire che la sua verità è una verità di nascondimento e non può essere l’unico futuro.
Hans non troverà mai un lavoro, perché morirà a causa delle complicazioni da botte ricevute nelle caserme e nelle carceri.
Anton è ormai fuggito oltre confine da tempo quando viene scoperto, ma non vuole ritirarsi, come finirà?
Paul libera i segreti dell’anima e scopre qualcosa che lo lega intimamente alla sua dignità.
Si condivide la resina per amore come si condividono le metafore.
E la vita deve andare avanti ovunque ci si trovi a nascere.
La storia ha già risposto a questa domanda, ma la pellicola ha molto altro da raccontarci, anche quando le nostre paure escono allo scoperto, non rivelano la verità, la celano dentro di sé.
Martina Cecco

