Hantavirus, cosa sapere sul virus Andes dopo il focolaio sulla nave da crociera

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Roditori, nave da crociera, casi gravi e decessi: gli elementi bastano a far scattare l’allarme. Ma nel caso dell’hantavirus Andes, al centro del focolaio segnalato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è necessario distinguere la preoccupazione comprensibile dal rischio reale per la popolazione europea.

Il caso è emerso dopo la segnalazione, il 2 maggio 2026, di un focolaio di gravi malattie respiratorie a bordo di una nave da crociera con 147 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Al 6 maggio erano stati identificati sette casi, cinque confermati in laboratorio e due sospetti, con tre decessi. Il virus individuato è l’hantavirus delle Ande.

Gli hantavirus sono virus zoonotici: circolano naturalmente nei roditori e possono essere trasmessi occasionalmente all’uomo. L’infezione può provocare quadri clinici anche molto seri, diversi a seconda del tipo di virus e dell’area geografica. Nelle Americhe alcuni hantavirus, tra cui il virus Andes e il virus Sin Nombre, sono associati alla sindrome cardiopolmonare da hantavirus, una malattia che può colpire rapidamente polmoni e cuore. In Europa e in Asia, invece, altri hantavirus sono più spesso collegati alla febbre emorragica con sindrome renale.

La trasmissione avviene soprattutto attraverso il contatto con urina, feci o saliva di roditori infetti, oppure con superfici contaminate. Il rischio può aumentare durante la pulizia di ambienti infestati da roditori, in particolare se polveri contaminate vengono sollevate e inalate. I casi sono più frequenti in contesti rurali, agricoli o forestali, dove la presenza di roditori è maggiore.

Un elemento importante riguarda proprio il virus Andes: a differenza di altri hantavirus, per questo specifico virus è stata documentata, seppur in modo limitato, anche una possibile trasmissione da persona a persona in caso di contatti stretti e prolungati. È questo aspetto a rendere il focolaio sulla nave particolarmente monitorato dalle autorità sanitarie internazionali.

I sintomi possono comparire dopo una o più settimane dall’esposizione, più spesso tra le due e le quattro settimane. Nella fase iniziale possono includere febbre, brividi, mal di testa, dolori muscolari, nausea, vomito, diarrea e dolori addominali. Nei casi più gravi possono seguire difficoltà respiratoria improvvisa e calo della pressione.

Al momento, così come ricorda l’ISS, non esistono un vaccino o un trattamento antivirale specifico autorizzato. La terapia è di supporto e punta soprattutto al monitoraggio clinico e alla gestione delle eventuali complicanze respiratorie, cardiache e renali. L’accesso precoce alla terapia intensiva, quando necessario, può migliorare gli esiti nei pazienti con sindrome cardiopolmonare.

Il punto centrale, però, riguarda il rischio per la popolazione generale. Secondo l’ECDC, il rischio di contagio nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo legato a questo focolaio è molto basso. Anche nell’ipotesi di trasmissioni tra passeggeri evacuati, il virus non si trasmette facilmente e non dovrebbe provocare numerosi casi o un’epidemia diffusa nella comunità, a condizione che vengano rispettate le misure di prevenzione e controllo.

C’è anche un altro dato rilevante: il serbatoio naturale del virus Andes non è presente in Europa. Questo rende improbabile l’introduzione del virus nella popolazione di roditori europea e una successiva trasmissione dai roditori all’uomo nel continente.

Per proteggersi, la prevenzione resta legata soprattutto alla riduzione del contatto con i roditori: mantenere puliti ambienti domestici e luoghi di lavoro, chiudere crepe e punti di accesso agli edifici, conservare alimenti e rifiuti in contenitori protetti, adottare procedure di pulizia sicure nelle aree contaminate ed evitare di spazzare o aspirare a secco urine, feci o materiali potenzialmente contaminati, per non disperdere particelle nell’aria.

Nel caso del virus Andes valgono inoltre le normali precauzioni contro le infezioni respiratorie: igiene delle mani, copertura di bocca e naso quando si tossisce o starnutisce, attenzione ai contatti stretti e prolungati in presenza di sintomi.

In Italia, secondo quanto riportato dall’Istituto Superiore di Sanità, non risultano segnalazioni di casi umani di infezione sul territorio nazionale. Il focolaio resta dunque un evento da seguire con attenzione, ma senza trasformarlo in un allarme generalizzato.

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