Nursing Up interviene sul caso Hantavirus Andes collegato alla nave MV Hondius e sposta il tema dal semplice allarme sanitario alla condizione di chi, in caso di emergenza biologica, si trova davvero in prima linea: infermieri, ostetriche e professionisti dell’assistenza.
Il sindacato guidato da Antonio De Palma invita a evitare ogni forma di allarmismo. Allo stato attuale, sottolinea Nursing Up, non esiste alcun quadro pandemico né vi sono elementi tali da giustificare un’allerta generalizzata per la popolazione. Il caso, però, pone una questione concreta: il sistema sanitario è pronto a proteggere adeguatamente gli operatori chiamati a gestire scenari infettivi sempre più complessi?
La riflessione nasce dalla sorveglianza sanitaria attivata in Italia sui quattro connazionali rientrati dalla MV Hondius, la nave collegata al focolaio internazionale di Hantavirus Andes. Secondo il documento diffuso dall’ECDC il 9 maggio, al momento della valutazione erano stati segnalati otto casi di infezione da virus Andes collegati alla nave, con tre decessi e un paziente in condizioni critiche. L’ECDC ha classificato le persone presenti a bordo, ai fini dello sbarco e del rientro, come contatti ad alto rischio, indicando monitoraggio e quarantena fino a sei settimane.
L’Hantavirus Andes è considerato un ceppo particolarmente delicato perché, a differenza di altri hantavirus, presenta una documentata possibilità, pur limitata, di trasmissione da persona a persona, soprattutto dopo contatti stretti e prolungati con soggetti sintomatici. L’incubazione può variare da una a sei settimane e l’infezione può esordire con febbre, sintomi respiratori e gastrointestinali, fino a evolvere rapidamente nei casi più gravi.
Per Nursing Up, questi dati non devono generare panico, ma riportare l’attenzione sulle condizioni di lavoro del personale sanitario. Dal triage ospedaliero al monitoraggio territoriale, dalla gestione dei protocolli di isolamento alla manipolazione dei campioni biologici, sono proprio infermieri, ostetriche, pronto soccorso, reparti infettivi e servizi territoriali a sostenere il primo impatto operativo di eventuali casi sospetti.
“Nessun allarmismo e nessun rischio pandemia allo stato attuale”, afferma De Palma, secondo cui i professionisti sanitari si trovano però a gestire “scenari delicati” dentro un sistema già appesantito da carenze organizzative, organici ridotti e indennità non più adeguate ai nuovi rischi biologici globali.
Il sindacato richiama la necessità di dispositivi di protezione individuale adeguati, formazione continua, procedure di isolamento chiare, monitoraggio dei contatti e una tenuta psicofisica che non può essere data per scontata. Il tutto in un Servizio sanitario nazionale che, secondo Nursing Up, convive con una carenza strutturale stimata in 175mila infermieri rispetto agli standard europei.
“Ai professionisti sanitari viene chiesto di garantire sicurezza, controllo epidemiologico e gestione operativa anche nei contesti più delicati, ma il sistema continua a non riconoscere adeguatamente il livello di responsabilità e di esposizione al rischio biologico che infermieri e operatori affrontano quotidianamente”, dichiara De Palma.
Nursing Up pone anche il tema del riconoscimento economico. Secondo il sindacato, un infermiere o un’ostetrica italiani continuano a percepire mediamente circa mille euro in meno al mese rispetto a colleghi tedeschi, belgi o olandesi, pur operando in scenari comparabili di sorveglianza epidemiologica e gestione del rischio infettivo.
La posizione del sindacato è quindi chiara: il caso Hantavirus Andes non va trasformato in un allarme indiscriminato, ma deve diventare l’occasione per rafforzare strutturalmente le tutele di chi lavora nella sanità. “La gestione dell’Hantavirus Andes dimostra ancora una volta che gli infermieri rappresentano il primo argine operativo contro le nuove minacce biologiche globali”, conclude De Palma.

