Il cambiamento climatico potrebbe ridisegnare in profondità le foreste europee entro la fine del secolo. A perdere terreno sarebbero soprattutto molte conifere oggi dominanti in vaste aree del continente, mentre alcune latifoglie decidue potrebbero aumentare la propria competitività.
È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment e rilanciato dal Consiglio nazionale delle ricerche. Alla ricerca hanno partecipato oltre trenta ricercatori e ricercatrici da tutta Europa. Per l’Italia hanno contribuito Alessio Collalti e Daniela Dalmonech dell’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo del Cnr di Perugia.
Secondo le simulazioni, entro il 2100 fino al 25% delle foreste europee potrebbe andare incontro a un cambiamento della specie dominante. Non sarebbe solo una trasformazione del paesaggio: un mutamento di questo tipo può incidere sulla biodiversità, sulla capacità di assorbimento del carbonio, sulla produttività forestale e sui servizi ecosistemici garantiti dagli ambienti boschivi.
La ricerca rappresenta una delle analisi più ampie realizzate finora sulla competizione tra specie forestali in Europa. Il gruppo di lavoro ha utilizzato tecniche avanzate di deep learning, addestrate su oltre 135 milioni di anni-simulazione forestale, ricavati da 17 modelli ecologici di processo sviluppati in diversi Paesi europei. L’intelligenza artificiale è stata poi impiegata per proiettare su scala continentale l’evoluzione della competitività di nove tra le principali specie arboree europee in diversi scenari climatici futuri.
I risultati indicano che sei delle nove specie analizzate perdono competitività negli scenari di cambiamento climatico. Tra queste rientrano tutte le principali conifere sempreverdi considerate dallo studio. Specie fondamentali per la selvicoltura europea, come abete rosso, abete bianco e pino silvestre, mostrano un declino soprattutto nelle aree più calde e aride del loro attuale areale.
Al contrario, alcune latifoglie decidue, come faggio e farnia, sembrano in molti contesti più capaci di mantenere o persino aumentare la propria forza competitiva. Questo non significa che le conifere siano destinate a scomparire, ma che in alcune aree potrebbero perdere il ruolo dominante avuto finora.
“Le foreste europee non stanno semplicemente reagendo al cambiamento climatico in termini di crescita o mortalità: stanno cambiando gli equilibri ecologici che determinano quali specie riescono a prevalere nel lungo periodo”, ha spiegato Alessio Collalti, ricercatore del Cnr-Isafom, responsabile del Laboratorio di Modellistica Forestale e coautore dello studio.
La perdita di competitività di una specie, ha aggiunto Collalti, può rappresentare “un segnale precoce di possibili cambiamenti nella composizione delle foreste”, con conseguenze dirette sulla capacità degli ecosistemi forestali di accumulare carbonio, utilizzare l’acqua e sostenere la biodiversità.
Daniela Dalmonech, ricercatrice del Cnr-Isafom, ha sottolineato invece l’importanza di integrare modelli ecologici, dati climatici e intelligenza artificiale per comprendere la risposta degli ecosistemi forestali ai cambiamenti globali. Le foreste, ha ricordato, sono sistemi complessi e richiedono strumenti capaci di osservare insieme processi biologici, clima e interazioni tra specie su scale molto ampie.
Nello scenario climatico più severo, circa 96 milioni di ettari di foreste europee potrebbero sperimentare un cambiamento della specie dominante entro il 2100. Le aree più vulnerabili coincidono soprattutto con grandi zone di transizione ecologica, dove specie adattate a climi diversi entrano in competizione. Tra queste figurano le regioni alpine, la Scandinavia meridionale e parte dell’area mediterranea.
Il nodo più delicato riguarda i margini caldi degli areali, cioè le zone in cui gli alberi vivono già oggi vicino ai propri limiti fisiologici. In questi contesti, l’aumento delle temperature e la maggiore frequenza degli stress idrici potrebbero accelerare la sostituzione delle specie attualmente dominanti.
Lo studio ha anche un valore pratico. Le conifere rappresentano oggi oltre la metà delle foreste europee e hanno un peso importante sia per l’industria del legno sia per il sequestro del carbonio atmosferico. Capire dove e quando queste specie potrebbero perdere competitività può aiutare gestori forestali, amministrazioni e decisori politici a pianificare strategie di adattamento più efficaci.
“Le decisioni selvicolturali prese oggi determineranno il volto delle foreste europee per i prossimi decenni”, ha concluso Collalti.

