Sono minuscole, con un diametro inferiore a 100 nanometri, e potrebbero avere un ruolo nelle malattie cardiovascolari indipendentemente dai livelli del più conosciuto PM2.5. A richiamare l’attenzione sulle particelle ultrafini è uno studio internazionale coordinato dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del CNR.
La ricerca, pubblicata su GeoHealth, rivista dell’American Geophysical Union, ha analizzato l’esposizione a lungo termine alle cosiddette UFP tra il 2010 e il 2019, mettendola in relazione con alcuni indicatori relativi alle malattie cardiovascolari.
Gli studiosi hanno utilizzato un nuovo database globale sulle concentrazioni di particelle ultrafini e i dati del Global Burden of Diseases, concentrandosi sui Paesi ad alto reddito per ridurre l’influenza di fattori come differenze nei sistemi sanitari, condizioni economiche e qualità dei dati.
Dall’analisi, spiega il CNR, sono emerse associazioni coerenti tra livelli più elevati di esposizione alle particelle ultrafini e gli indicatori di malattia cardiovascolare. I risultati non dimostrano da soli un rapporto di causa-effetto, ma rafforzano l’ipotesi di un possibile ruolo specifico delle UFP.
Il punto particolarmente interessante è che l’effetto potrebbe essere distinto da quello del PM2.5, l’inquinante sul quale si concentra gran parte dell’attuale normativa e della letteratura scientifica.
«Le particelle ultrafini sono potenzialmente in grado di penetrare nel nostro corpo e raggiungere il sistema circolatorio e altri organi», spiega Francesca Costabile del Cnr-Isac, sottolineando la necessità di approfondirne ulteriormente l’impatto e rafforzare il monitoraggio.
Le conoscenze sugli effetti sanitari delle UFP, infatti, sono ancora più limitate rispetto a quelle disponibili sul PM2.5, anche per la scarsità di serie di dati omogenee e di lungo periodo.

