Proteste contro l’apertura di nidi e scuole dell’infanzia? Allora perchè non decurtare gli stipendi del settore in Trentino?

Parents giving piggyback ride to children

Personale dei nidi e delle scuole dell’infanzia in subbuglio per la riapertura delle scuole tra l’8 e il 18 giugno: allora si valuti la possibilità di taglio degli stipendi.

Le proteste che in questi giorni serpeggiano in tutto il Trentino a seguito della decisione della Giunta provinciale di riaprire le scuole per la fascia 0-6 lasciano sbigottiti molti, soprattutto quei genitori trentini che – tornati al lavoro nella Fase 2 – non sanno a chi lasciare i propri figli. Forse sarebbe anche ora di decisioni drastiche, a fronte di una situazione che sta troppo degenerando a danno delle famiglie, dipendenti di datori di lavoro che – dopo tre mesi di lockdown – hanno l’unico legittimo interesse di cercare di salvare quel che resta del bilancio annuale. Perché non procedere a una riduzione degli stipendi in un contesto dove spesso sono proprio i genitori a dover sostituirsi integralmente all’insegnante con la sola differenza che il primo non riceve alcuna forma di aiuto?

Per esempio San Marino ha deciso di tagliare gli stipendi al personale della scuola: i dipendenti dei Servizi Socio Educativi per la Prima infanzia e per la Scuola dell’Infanzia hanno visto il proprio stipendio decurtato del 60% per la settimana che va dal 9 al 15 marzo, del 30% per la settimana dal 16 al 22 marzo, del 45% per la settimana dal 23 al 29 marzo e del 60% dal 30 marzo in poi.

Queste percentuali si applicano solamente per il personale della scuola dell’infanzia, nonché per tutti quei dipendenti pubblici non indispensabili a cui in questo periodo di emergenza è stato chiesto di restare a casa.
Agli insegnanti che nonostante la chiusura degli edifici scolastici è stato chiesto di proseguire con la didattica a distanza, ovvero per scuole elementari, scuole medie, scuola secondaria superiore e CFP-UPAL, lo stipendio verrà tagliato in misura ridotta (le percentuali non sono note). Nel decreto si legge che per quei docenti che utilizzeranno gli strumenti per la didattica a distanza verranno adottati dei “tagli meno severi” senza però scendere nel dettaglio.
In Italia tutto questo invece non accade, per certi versi anche a ragione.

Gli insegnanti infatti non possono essere attaccati, soprattutto coloro che hanno continuato tramite la didattica a distanza a lavorare costantemente senza peraltro aver mai visto, nonostante le migliaia di promesse nel passato, lo “scatto” nello stipendio, rimasto invece fossilizzato per decenni. Né tanto meno possono essere criticati gli insegnanti precari, che vorrebbero collaborare per il benessere della comunità e si trovano invece ad affrontare un concorso per l’insegnamento, tra l’altro con parametri non ancora chiarissimi, nell’epoca di una pandemia mondiale.

L’attacco semmai è da rivolgere a quel personale scolastico che in questi mesi ha ricevuto lo stipendio senza fare alcun sacrificio e senza volersi mettere a disposizione di quelle giovani madri e di quei giovani padri che rischiano il posto di lavoro. Certo, l’obiezione presentata da alcune maestre e relativa ai protocolli INAIL è più che legittima, ma la battaglia in quel caso non può essere condotta contro Mirko Bisesti e l’Assessorato provinciale all’Istruzione, quanto piuttosto insieme alla Giunta provinciale contro un Governo che sta cercando in ogni modo di evitare di assumersi responsabilità relativamente ai nuovi contagi.

Lascia invece il tempo che trova la difesa basata sui possibili traumi psicologici che potranno avere i bambini nel vedere una maestra con la mascherina: non è forse qualcosa di simile al malessere per non aver più rivisto i propri nonni, ancora bloccati in un’RSA? Però tranquilli, “andrà tutto bene”!

M.S.