Silenzio. Taci.

La nostra parola si è trasformata in voce. Di questa degenerazione siamo tutti colpevoli: sui social network, sui nostri blog, ovunque sentiamo il bisogno di dire qualcosa con fare autoreferenziale, siamo noi che dobbiamo e vogliamo essere al centro dell’attenzione, noi e nessun altro. Pubblichiamo, postiamo, scriviamo ogni giorno se non ogni ora qualcosa per mostrarci partecipi alle miserie del mondo, supportandole oppure ostacolandole. Altrimenti, per evitare la fatica di produrre qualcosa di anche lontanamente originale, condividiamo o citiamo l’influencer di turno o colui che si fa passare per giornalista e attivista che ha già scritto il post o l’articolo di indignazione e di sentimentalismo al posto nostro. Destra, sinistra, conservatori, progressisti, reazionari cattolici e o atei rivoluzionari francamente c’entra ben poco lo schieramento ideologico-politico: chi da una parte chi dall’altra l’unica cosa che riesce a fare è chiacchierare. O in soldoni, dire niente.

Quando parliamo di inquinamento l’oggetto principale è l’ambiente. Ce ne sono di diversi tipi: quello luminoso, quello acustico eccetera, non li elenchiamo tutti per grazia di Dio. Perché non applicare lo stesso paradigma anche alla cultura e alla comunicazione? È evidente che vi sia un inquinamento verbale ad ogni livello: dall’anonimo account social agli intellettuali blasonati che sentono l’impellente necessità di sentenziare sul tema del momento; foss’anche il numero esatto delle foglie d’alloro per la corona di un laureato. Non solo post e articoli, ma pure saggi, libri e romanzi che senza osare ripetono gli stessi concetti, le due o tre frasi che piacciono alla borghesia e all’opinione pubblica, ormai abituata e connivente a questo modus operandi. Anche, anzi forse soprattutto i cosiddetti rivoluzionari rimangono conservatori dello status quo, fa comodo.

Nessuno pensa al silenzio. Nemmeno gli intellettuali. Un tempo il loro silenzio o il rifiuto di prendere parte a qualsiasi dibattito era un segno tangibile della propria posizione e della propria idea rispetto alle temperie culturali e storiche in cui hanno vissuto. Emblematico è il caso di quello sconosciuto colombiano che risponde al nome di Nicolás Gómez Dávila, che di fronte all’immondezzaio generale in cui la cultura era degenerata – ma anche la politica – nel ventesimo secolo preferì vivere ritirato dalle scene e scrivere appunti da tenere per sé.

Sperare che qualcuno segua le sue orme oggi vuol dire essere ingenui. Nessuno si sognerebbe mai di stare zitto, figuriamoci ora che pure su TikTok si può fare propaganda politica o culturale (tacciamo per carità sulla qualità): perché chiunque ha qualcosa da dire. Sempre. Perché non iniziare noi e dare così il buon esempio? Forse non è un’idea malvagia, dopotutto; ridurre al minimo gli articoli, le esternazioni, scrivere soltanto pezzi – ci si passi il francesismo – incazzati ma taglienti al punto giusto. In sintesi, essere un anacoreta, un monaco ritirato dal Tempo. Le parole, tutte, in fondo, hanno un peso, e così il silenzio, anzi questo di più; di fronte al ciarlare delle masse, il silenzio sdegnato del singolo individuo è un devastante movimento tellurico globale.

Alessandro Soldà