Piste chiuse: l’incapacità antropologica al governo.

Innumerevoli volte ci si è lamentati dei politici italiani, dicendo che vivono su di un altro pianeta, che sono lontanissimi dalle reali esigenze del Paese, che avendo un guiderdone spropositato e benefici del pari, spesso non avendo mai lavorato un sol giorno nella vita, non possono comprendere bisogni e ambasce di chi, viceversa, tira la carretta per campare. Tutto vero, intendiamoci, ma talmente generico e un tantino qualunquista, al punto da essere assunto come una forma proverbiale di mugugno popolare, e morta lì.

Ultimamente, però, le cose sono andate, per così dire, aggravandosi, perché i nostri governanti, oltre ad appartenere alla succitata categoria dei neghittosi al potere, stanno dimostrando di non essere in grado neppure di distinguere tra il giorno e la notte, tra il sole e la luna: reggono il timone della barca Italia in mezzo alla nebbia, navigando tra coste di cui nulla sanno e nulla immaginano. E sono, bisogna dirlo, pericolosi: veramente pericolosi, perché rischiano di ammazzare il Paese.

Gli Italiani, a colpi di notiziari e di decreti, si stanno assuefacendo a questa emergenza perenne, a questo giocare a rimpiattino con le vite delle persone, in balia di decisioni ondivaghe, contrastanti, caprioleggianti, che appaiono sempre più spesso palliativi alla suprema incompetente indecisione governativa, piuttosto che a una crisi sanitaria dai confini indefiniti e dalle proporzioni inafferrabili. Ma gli Italiani non sono tutti uguali: non sono un’unica massa plastica. Non si comportano tutti allo stesso modo: sono, anzi, assai diversi…di lingua, d’altare, di memoria, di sangue e di cor. E, prima o poi, bisognerà che qualcuno lo dica e che qualcun altro se ne renda conto.

L’esempio più recente e drammatico di questa incapacità antropologica, da parte di chi ci governa, di discernere, nel composito magma italico, le differenti manifestazioni fenomeniche e i diversi popoli, credo sia rappresentata dalle recenti, inconsulte, parole di Giuseppe Conte circa le vacanze sulla neve. Credo che Conte non abbia la minima idea di cosa sia l’economia delle terre alte: quale sia la storia, quale lo spirito delle genti di montagna.

Le sue vacanze, da quel che è dato di sapere, sono fatte di braghette e infradito, con il bagnetto, la merendina, il secondo bagnetto e tutti a casa a mangiare l’impepata di cozze. E così, sempre per quel che è dato di sapere, appaiono le vacanze del resto della banda: motoscafoni, aperitivo in piazzetta e sorriso a trentadue denti. E, per inciso, sorriderei anch’io, se la Dea bendata mi catapultasse dai gradoni di uno stadio ai materassoni di uno yacht, nel breve volgere di qualche luna. Costoro provengono da un mondo che non è il nostro e ragionano secondo le leggi fisiche di quel mondo: un mondo magnifico e divertente, ma disordinato, indisciplinato, individualista.

E pensano che tutto sia così: che tutti siano come loro, simpatici fannulloni, allegri evasori fiscali, amichevoli frangitori di leggi e regole. E’ tempo che qualcuno faccia loro presente che esistono, perlomeno, due Italie e che questa le regole le rispetta: perfino quando sono regole cretine. E che la montagna, da sempre, vive del rispetto delle regole, perché, se non le rispetti, in montagna sei morto, sic et simpliciter. Le nostre valli non sono vissute di sovvenzioni: si sono sollevate da una durissima condizione di ultime della classe, grazie al lavoro e al costante adeguarsi alle necessità della storia.

Prendiamo la val Brembana e la val Rendena: Foppolo e Pinzolo. Erano valli di povertà ed emigrazione: basti pensare ai molèta o a Solvay, alle miniere del Belgio e della Francia, ai bergamini. Oggi, sono comunità prospere, grazie al turismo: un turismo che ha dovuto più volte riconvertirsi.

Ultimamente, la grande sfida è stata quella dell’innevamento programmato, dato l’innalzarsi dello zero termico. Nuovi bacini idrici, nuovi impianti sparaneve, nuove infrastrutture: soldi e soldi che vanno. Ma anche soldi e soldi che rientrano, grazie a un’offerta turistica sempre più completa e per 365 giorni l’anno: parchi, campi da golf e da tennis, terme, piscine, escursionismo, salute, ciclabili, mtb, equitazione. Uno sforzo titanico da parte di gente che è abituata da sempre a lottare contro le avversità.

E, adesso, arriva questo signore, che, evidentemente, ha visto la neve solo nelle bocce di vetro e che conosce l’economia di montagna come io conosco le danze dei Watussi, e, coi toni messianici cui ci hanno abituati i servi dei servi di Dio, ci comunica che dobbiamo riscoprire lo spirito natalizio.

E di andare in vacanza in montagna non se ne parla: troppa indisciplina, ovvìa! Come se il Grostè fosse il Billionaire: come se, imponendo alla gente distanziamenti nelle file, gli Italiani obbedissero all’Esselunga, ma davanti a una funivia improvvisassero un carnevale di Rio.

La montagna è fatta di operatori seri e chi va in montagna, fatte salve le mandrie di turisti improvvisati, che, guarda caso, di solito provengono dalle stesse lande dei nostri governanti, per solito ben si adatta a regole e regolamenti. E, senza turisti, la montagna muore. Non qualche tabaccaio o qualche pizzaiolo: la montagna. Un mondo intero rischia di ritornare ai tempi di Solvay e dei molèta, per le decisioni improvvide di un gruppo di regnicoli che non distingue un maso da un buso.

Lo so, sono parole dure e, forse, ingiuste nei riguardi di qualcuno, ma il troppo stroppia.

Anche un mulo, a forza di prendere calci, prima o poi reagisce.

E i muli degli alpini non hanno i ferri sotto gli zoccoli: hanno i ramponi!

Marco Cimmino