Conte incassa la fiducia ma non ha la maggioranza al Senato: i possibili scenari della crisi di Governo

Giuseppe Conte
Giuseppe Conte

Giuseppe Conte ha incassato la fiducia al Senato, ottenendo 156 sì contro i 140 no e permettendo così al Governo giallorosso di proseguire la sua attività. Decisivi sono stati i 16 astenuti, provenienti dal gruppo di Italia Viva, il partito di Matteo Renzi che ha di fatto aperto la crisi.

156 però è una cifra che non è sufficiente a garantire al Governo la maggioranza: l’Aula infatti conta 321 senatori, di cui 315 eletti alle scorse elezioni del 2018 e 6 senatori a vita, ovvero la scienziata Elena Cattaneo, l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti, l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l’architetto Renzo Piano, il fisico Carlo Rubbia e Liliana Segre.

La maggioranza assoluta del Senato, maggioranza che consente a un governo di avere effettiva legittimità, sarebbe dunque stimabile in 161, tuttavia si può considerare come “soglia psicologica” anche la maggioranza degli eletti, ovvero 158 su 315. In entrambi i casi, comunque, Conte non dispone di questa cifra, essendosi fermato a 153 tra i senatori eletti alle elezioni politiche più tre senatori a vita Cattaneo, Monti e Segre. Una maggioranza di fatto risicatissima e che rischia di andare sotto in qualsiasi momento, specie qualora si discuta riguardo il MES, punto cruciale dello scontro tra Renzi e Conte.

Quest’oggi, dunque, Conte dovrebbe salire al Quirinale per riferire a Sergio Mattarella riguardo la situazione e insieme al Presidente della Repubblica si deciderà il futuro politico del Paese. Gli scenari sul tavolo sono molteplici e vanno in più direzioni diverse.

Lo scenario attualmente più accreditato è quello della sopravvivenza del Conte II, che però dovrà o tentare di ricucire lo strappo con i renziani oppure formalizzare un rimpasto di Governo, cedendo ai “responsabili” o “costruttori” che dir si voglia tanto la delega ai Servizi segreti – detenuta dal Presidente del Consiglio – tanto il Ministero dell’Agricoltura della dimissionaria Teresa Bellanova. Nel caso di una “pace” con Renzi, è molto probabile che le due ministre tornino ai loro posti mentre la delega venga assegnata a una delle persone di fiducia del leader di IV: per tale qualifica sembrano essere pronti Ettore Rosato o Maria Elena Boschi, che potrebbe però anche essere usata per sostituire Alfonso Bonafede, in passato salvato da Renzi e che ora potrebbe diventare una “pedina di scambio”.

Tuttavia, in seguito alla discussione parlamentare e alle ripetute chiusure del Movimento 5 Stelle a un ritorno di Italia Viva al Governo, la cosa più probabile sembra il rimpasto. Chi potrebbero essere però i beneficiari di questo rimescolamento di carte? Innanzitutto quelli del MAIE – Movimento Associativo Italiani all’Estero – che con i loro 5 voti dal Gruppo misto sono decisivi per la tenuta del Governo. Ricardo Merlo, leader del gruppo, ha già nelle sue mani il Sottosegretariato di Stato al Ministero degli Esteri ma non si può escludere che ottenga o un Ministero senza portafoglio o la delega ai servizi per uno dei suoi. In quel caso, Saverio De Bonis ex-5 Stelle potrebbe essere un nome chiave.

Vitale poi è la componente autonomista, guidata da Julia Unterberger del Südtiroler Volkspartei. Lei stessa potrebbe aspirare al Ministero delle Pari opportunità oppure a un ruolo chiave nel governo a tutela delle minoranze linguistiche, mettendo però in difficoltà il suo partito per quanto riguarda la Giunta provinciale altoatesina, che si regge grazie all’alleanza con la Lega. Non è da escludere un coinvolgimento anche da parte di Pier Ferdinando Casini, che potrebbe essere un nome spendibile l’anno prossimo per la partita del Quirinale.

I Senatori che hanno votato positivamente ma che rientrano tra i “costruttori” sono invece Gregorio De Falco, Lello Ciampolillo, Luigi Di Marzio, Tommaso Cerno, Sandro Ruotolo e Sandra Lonardo. Se per il primo di questi il voto non dovrebbe comportare alcun “premio”, vista l’adesione al gruppo parlamentare di +Europa-Azione che si è posto dichiaratamente all’opposizione di Conte, per tutti gli altri si aprono partite importanti.

Tommaso Cerno, infatti, è rientrato nel Partito Democratico dopo un’iniziale tentazione per Italia Viva e potrebbe essere un nome proposto dai Dem tanto per la Delega ai servizi quanto per altre deleghe come quella alle comunicazioni, visto che Cerno fu direttore dell’Espresso e codirettore di Repubblica. Ruotolo, invece, è un indipendente vicino alla Sinistra e potrebbe avere un peso importante anche in vista delle imminenti elezioni comunali di Napoli.

Ancor più complesso il nodo riguardo Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella e artefice – insieme al marito – dell’operazione “responsabili”. Lei è la principale candidata a prendere il posto di Teresa Bellanova a Ministro dell’Agricoltura, ruolo per il quale però si sta autoproponendo nelle ultime ore Lello Ciampolillo, ex-M5S e noto per le sue posizioni controverse sulla Xylella ma salito alle cronache nazionali per aver votato in ritardo ieri sera, insieme a Riccardo Nencini.

Proprio Nencini al momento svolge un ruolo chiave, essendo il titolare del simbolo per mezzo del quale Italia Viva ha potuto costituire il suo gruppo parlamentare, ovvero il PSI. Avendo votato “in extremis” la fiducia, in questo momento tiene nelle sue mani tanto Renzi, che altrimenti rischierebbe di veder sparire il suo gruppo parlamentare, quanto Conte che ha bisogno di ogni voto possibile. Essendo un politico di lungo corso, potrebbe essere lui la testa di ponte per ricucire con Italia Viva ottenendo anche la Delega ai servizi. Al momento invece non sembrano essere disponibili incarichi per Andrea Causin e Maria Rosaria Rossi, i due forzisti che hanno votato la fiducia.

Non è però nemmeno del tutto da escludere la possibilità che Conte rassegni le sue dimissioni o che – in caso di rimpasto con formazione di un Governo Conte III – non ottenga la fiducia in uno dei prossimi voti chiave. In quel caso, la palla passerebbe a Sergio Mattarella che dovrebbe aprire le consultazioni per sbrigliare la matassa. A quel punto l’opzione di un Governo di Unità Nazionale sarebbe più che una possibilità ed è già in corso un toto-nomi: in caso di un “Governo di scopo” destinato alla stesura e alla gestione del Recovery Plan, il nome sembrerebbe essere quello di Mario Draghi, ex Presidente della Banca Europea e nome autorevole nelle sedi UE; per un “Governo di legislatura” si premerebbe invece su Marta Cartabia, ex-Presidente della Corte Costituzionale e dunque nome più che autorevole per avere una riforma elettorale che possa passare già dal voto in Aula, trovando una sintesi tra le posizioni di M5S, PD e Lega. Non può essere del tutto accantonato, infine, il nome di Carlo Cottarelli, già in precedenza incaricato da Mattarella quando Lega e Movimento 5 Stelle non avevano ancora trovato l’accordo sul Contratto di Governo.

Qualora anche questi tentativi non andassero in porto, Mattarella potrebbe essere costretto a indire nuove elezioni, incaricando il Presidente della Camera Roberto Fico – in quanto esponente del partito di maggioranza relativa nelle due camere – di formare un Governo che faccia da “traghettatore” fino alle urne. Uno scenario che quasi tutte le forze politiche, a eccezione di Lega e Fratelli d’Italia, vorrebbero evitare con delle elezioni che dovrebbero tenersi prima del 31 luglio 2021, data di inizio del semestre bianco.

Il voto, dunque, è l’extrema ratio in questa delicata fase, sempre più probabile è invece un iniziale tentativo di allargare la maggioranza intorno a Conte prima di procedere a incaricare un tecnico per un “Governo di scopo” o “di legislatura”, che dati i tempi tecnici sempre più stretti potrebbero anche essere la stessa cosa.

Riccardo Ficara Pigini

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Laureato in Scienze Storiche e Giornalista pubblicista dal 2021. Collabora col Secolo Trentino dal 2014, occupandosi di cultura, società e politica.