Gli anni di piombo: quel passato che non passa

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La recente dipartita di Achille Lollo, uno degli assassini del rogo di Primavalle, e, soprattutto, alcune reazioni alla notizia, mi offrono l’occasione per dire brevemente di un argomento che mi sta particolarmente a cuore e che andrebbe trattato con ben maggiore spazio e migliore competenza: quello del passato che non passa.

Leggere, a distanza di quasi cinquant’anni da quel delitto orrendo, commenti che sembrerebbero scritti allora e non dopo mezzo secolo, fa una certa impressione: e massime a uno storico. Perché è del tutto evidente che quegli anni non siano stati minimamente storicizzati: che sia mancata, tanto nei protagonisti quanto nei posteri, quella riflessione storica che avrebbe permesso di superare il drammatico e, per certi versi, ridicolo, muro contro muro, per ritrovare una sorta di pacificazione nazionale.

Invece, per vigliaccheria, per ignavia o, più semplicemente, per interesse, nessuno ha seriamente raccontato gli anni 1968/1990: nessuno ha scritto l’equivalente de “L’autunno del Medioevo” di Huizinga o del “Mussolini” di De Felice, sugli anni di piombo. E, probabilmente, nessuno mai lo farà, perché farebbe tremare alcuni dei presupposti di cartapesta su cui si regge il nostro vacillante presente.

Fatto sta che, nel 2021, leggere commenti in cui si augura a Lollo di bruciare all’inferno, inneggiando a una giustizia divina che, nei presupposti, dovrebbe essere assai diversa da quella ‘fai da tè di certi predatori da tastiera o, peggio, quelli di ragazzotti acefali che salutano in Lollo il compagno rivoluzionario, vittima della giustizia borghese, quando Lollo era diventato la caricatura dell’impiegato statale, dopo aver evitato qualunque tipo di giustizia, borghese o proletaria, scappando all’estero fino ad avvenuta prescrizione, induce alla risata amara dell’umorismo pirandelliano.

Perché l’Italia è questo: uno Stato costruito senza presupposti amalgamanti, ma, semmai, con dei miti di fondazione divisivi, come il Risorgimento o la Resistenza. Uno Stato incapace, per la sua intrinseca debolezza, di affrontare gli snodi della propria storia: dalla questione meridionale alla formazione delle élites, dal Fascismo all’asservimento agli Usa e, va da sé, alla stagione del terrorismo.

Bologna strage fascista, piduista, di Stato, palestinese? Uccidere un fascista era un reato o un atto meritorio? Furono anni formidabili o, piuttosto, imbarazzanti?

La risposta è portata dal vento. E, con essa, il giudizio su coloro i quali, in quei giorni remoti, brandirono la spranga o impugnarono la pistola e, magari, oggi, recitano la parte del pacifista o del nonno saggio, in qualche talk show televisivo. Manca la storia, ve l’ho detto. Ci manca la nostra storia, per poter capire, una volta per tutte, chi sono i buoni e chi i cattivi: qual è il lupo e qual è la nonna.

Lollo non si è affatto portato nella tomba i segreti di Primavalle, come bercia qualcuno: perché quei segreti non esistono, sono segreti di Pulcinella.

Ma che nessuno ha il coraggio di raccontare, anche se tutti quanti li conoscono, perché dichiararli vorrebbe dire ribaltare la clessidra e togliere ai buoni l’aureola dalla testa.

E questo, ahimè, proprio non si può fare.

Marco Cimmino