Il pastiche Emanuela Orlandi -terza parte-

Pubblichiamo la terza delle cinque parti (qui la seconda) della ricostruzione dei fatti che intorno al delitto Orlandi”, si concatenarono.

Voci Sparse

Roberta Hidalgo, fotografa e autrice del libro “l’Affaire Emanuela Orlandi”, a quanto pare è andata a rovistare nei rifiuti per trafugare un tampax della moglie di Pietro Orlandi e procedere a confronti col DNA di parenti. Ne nasce un’insinuazione: Emanuela potrebbe essere ancora viva, forse travestita da moglie di Pietro, che non sarebbe suo fratello perché lei non dovrebbe essere figlia di Maria Pezzano e di Ercole Orlandi, ma della zia paterna Anna Orlandi e di monsignor Marcinkus. E addirittura la zia Anna, secondo Hidalgo, potrebbe non essere sorella di Ercole, ma figlia di Eugenio Pacelli, Papa Pio XII (Cronaca.nanopress.it). Non risulta, peraltro, un particolare interesse di Pacelli verso le donne (NDA).

Tutti sappiamo chi era Ferdinando Imposimato: magistrato napoletano di gran reputazione a causa dei processi a cui ha lavorato e per i quali dovette dimettersi dalla magistratura attiva, un fratello ucciso per vendetta trasversale, il passaggio come “giudice” a Forum, tra un Licheri e una Lagostena Bassi. Proprio durante questa sua avventura televisiva, Rita Dallachiesa lo intervista sull’argomento e qui si assiste al colpo di scena: il magistrato, con la massima tranquillità, ci fa sapere che Emanuela è sicuramente rimasta viva fino a una certa data, girovagando per l’Europa al seguito di un suo rapitore; di talché la giovane (forse addirittura d’accordo con i rapitori) avrebbe rappresentato un mezzo per contrattare con il Vaticano per poi tornare libera a breve, tranne innamorarsi di uno della banda e non voler più essere ritrovata (cfr Nanopress, Pino Nicotri).

La costernazione è generale, ma Imposimato ripeterà la sua versione in seguito e mostrerà fastidio per Federica Sciarelli che, dal suo spazio su RAI TRE, si ostinerebbe a pescare nel torbido di una storia che, per lui, appare ben diversa. Ferdinando Imposimato tornerà a stupire chi lo segue, affermando che doveva recarsi a New York circa nel settembre 2001, ma aveva rinunciato, essendo stato avvertito di un probabile attentato.

Molto meno noto è Marco Fassoni Accetti. Nato negli anni cinquanta in Libia, blogger, fotografo, apprendiamo dalla nostra trasmissione feticcio sugli scomparsi che ha alle spalle un passato curioso (attivista radicale freelance, talent scout di minorenni, imitatore comparso di sfuggita in televisione) e un presente inquietante. Sul suo blog appaiono documentari sconcertanti. Un giorno egli fa la sua comparsa sullo schermo, intervistato da Fiore De Rienzo, e da allora, crediamo, la questione si fa così intricata che una soluzione ci pare sempre più lontana. Ricapitoliamo.

Il signore si esprime con una prosodia e uno stile identici a quelli di uno dei telefonisti della prima ora a casa Orlandi, il quale lasciava intendere di avere chissà quali informazioni, ma presto interromperà i contatti. Potrebbe essere ancora lui l’autore della telefonata con cui si svelava la sepoltura di De Pedis?

Egli dapprima fa ritrovare un flauto, sotto una mattonella di una nicchia della Via Crucis (ma in che sito, non è ancora chiaro), avvolto in un giornale con la pagina di un’intervista a papà Orlandi, del 1985. Il flauto traverso appare identico all’esemplare della famosa fotografia in cui la ragazza lo sta suonando, è della stessa marca (mai rivelata, ci assicurano) e fa sperare i parenti, ma non si raggiungono certezze che sia lo stesso oggetto. In seguito Fassoni fornisce una tortuosa e intrigante spiegazione degli eventi.

In pratica, desumendo dai suoi panegirici, più che dichiarazioni, sembra che la banda della Magliana, con alcuni mafiosi tra cui probabilmente Pippo Calò, avesse finanziato lo IOR per combattere il comunismo nei paesi dell’est; in cambio le era stato consentito di investire nell’ esclusiva banca, ma l’affare si era dimostrato fallimentare e la vendetta era stata il rapimento di Manuela, per indurre a restituire il maltolto.

Marcinkus però non si era piegato (anche perché non avrebbe potuto disporre dell’ingente somma) ed Emanuela fu spacciata. Per risarcire moralmente quelli della banda, monsignor Vergari, personaggio chiave in queste trattative, avrebbe disposto la sepoltura di De Pedis in Sant’Apollinare. In questa sarabanda, viene fatta salva la figura del papa polacco, all’oscuro di tutto, il quale non si sarebbe posto il problema del prezzo dell’eliminazione del comunismo, limitandosi ad attribuirlo forse alle preghiere.

Tutto ciò suona grottesco, quasi ridicolo, soprattutto l’idea che certi figuri si facciano risarcire da un loculo in chiesa; ma d’altronde, intervistati i birbaccioni al gabbio, riferiscono situazioni intricate e di scarsa comprensione per il comune cittadino.

Ma c’è di più. Posto che non si capisce che interesse avrebbe avuto Fassoni Accetti a venire allo scoperto come agente segreto (infatti si apre un’indagine), viene rimesso in luce il suo passato. Apprendiamo che si è fatto il carcere per aver investito e ucciso un dodicenne nella pineta di Ostia, una sera del dicembre 1983.

Viene fuori che il bel ragazzino, José Garramon, era figlio di un alto funzionario sudamericano, distaccato a Roma per conto di un’organizzazione internazionale. La mamma, ospitata più volte in televisione, è lapidaria: Fassoni Accetti è un pedofilo e le cose quella sera non sono andate come lui racconta, non fu un incidente. Josè , che in quel periodo mostrava un’insolita malinconia, fu vittima di un omicidio, intenzionale o colposo, ma conseguenza delle mire sessuali del suo investitore, che lo aveva trasportato ben lontano da dove il piccolo abitava. In generale, l’oscuro personaggio che doveva imprimere una svolta a tutta la storia, sembra più cercare qualche vendetta personale o una nuova ribalta, che offrire un significativo aiuto.

E ancora: nel vortice di queste presunte rivelazioni, si perde la figura di Mirella Gregori.

-continua-

Carmen Gueye