Pugili, tra romantiche memorie e odierne realtà

Oggi avrebbe ancora senso girare un film sulla boxe, come “Toro Scatenato” o la saga di Rocky? Certo che no, risponderete in coro. Si tratta di uno sport ormai aborrito dal mainstream, che lo ha screditato con un’operazione iniziata circa negli anni ottanta, il tempo di vedere ancora in azione la potenza feroce di Mike Tyson, lentamente scomparso dagli schermi a grande diffusione, dall’iconografia, dal lessico. Non si dice più che qualcuno, depresso e inane, è knock out, o meglio KO, o magari “gettare la spugna” quando ci si arrende a un avversario o si abbandona un progetto, o ancora “ è un peso massimo” per comparare il valore di una persona alla più alta categoria dei combattenti; e se, casomai, qualcuno ancora lo dice, è sicuramente over sessanta.

Le origini della disciplina si perdono nella notte dei tempi, attraversano un po’ tutto l’orbe terraqueo, fino a giungere, dopo una parentesi illuminista e romantica che sembrava ripudiare l’antica violenza, ai primi decenni del secolo scorso, allorché l’avvento della potenza americana elevò al massimo rango la morale che sdoganava l’aggressività virile come segno di distinzione di genere.

In realtà, come tutti gli sport, anche questo non è sfuggito alle accuse di “combine” e di raffigurare una realtà più virtuale che reale, insomma di essere “catch wrestling” prima che  arrivassero i nuovi eroi alla Hulk Hogan, Tiger Mask ed epigoni.

Il colosso d’argilla“, film del 1956 con Humphrey Bogart, si incaricò di aprire gli occhi su un certo mondo pugilistico truccato, ma non parve scuotere le coscienze più di tanto. Qualcuno insinuava che anche il gigante italiano Primo Carnera (1906/1967), friulano trasferitosi negli USA, ma poi sepolto nella nativa Sequals, in Friuli, non fosse che il prodotto di abili giochi, malgrado i suoi trionfi, e una carriera appunto di wrestler, quando Joe Louis ne decretò il fine carriera.

Dalla stessa regione proveniva uno dei campioni italiani più amati, il peso medio di origini istriane Nino Benvenuti, che passò a una carriera di attore, vista la bella presenza, una volta abbandonato il ring dopo la pesante sconfitta ad opera di uno dei boxeur più implacabili che si ricordino, l’indio Carlo Monzòn (poi uxoricida, “reo confesso” di uso di cocaina, scomparso in un incidente stradale).

Come sempre, non ci perdiamo in elenchi reperibili ovunque, ricordando solo il clima di un epoca in cui Cassius Clay/Mohammed Alì strabiliava con la sua effervescenza: uno dei pochi del mestiere, qualunque fosse il colore della pelle, a non provenire da un ghetto.

Le polemiche si fecero incalzanti soprattutto a seguito della morte di Angelo Jacopucci (che qualcuno indica esordiente da sparring partner dello stesso Monzon), nel 1978. Il medio di Tarquinia si sentì male a cena, peraltro in compagnia, tra gli altri, di colui che l’aveva battuto appena prima, l’inglese Alan Minter (un fenomeno che manderà in coma un altro collega). Nel tempo, e a mente fredda, si ragionò sul fatto che nell’ambiente non esisteva ancora una “cultura della sicurezza”, come pure in tutti i settori dello sport e della vita di allora; e che un simile caso non avrebbe potuto verificarsi con le regole imposte successivamente. Nondimeno l’avversione iniziò a farsi strada presso il popolo educato a picchiarsi magari sugli spalti e nelle curve degli stadi, ma ad aborrire la forza bruta. Per amor di verità, in qualche caso un alone di poesia circondava questi lottatori, come fu soprattutto chiaro nel caso di Marcel Cerdan, di cui era perdutamente innamorata Edith Piaf, prima di perderlo in un incidente aereo.

Il circo del pugilato risultava vieppiù sconcertante negli anni ottanta se si pensa, per esempio, al management retto dal discusso Rocco Agostino, di stanza in Liguria, patron di nuove stelle africane che si stavano affacciando al panorama, come Nino La Rocca (maliano di madre siciliana, dicevano) e Yawe Davis, ugandese di nascita ma genovese d’adozione: personaggi che, pur con qualche alloro alle spalle, hanno faticato a trovare una dimensione dopo l’effimera gloria.

I difensori di questo sport ricordano il merito di aver recuperato tanti ragazzi che rischiavano di inabissarsi in una vita da strada, mentre emergevano i talenti femminili, immortalati e identificati per sempre nella infelice e stoica Maggie di “Million dollars baby” del 2005, interpretata da Hilary Swank, con Clint Eastwood nella parte del coach.

Così è stato che, sparito piano piano dai palinsesti ufficiali, come fosse un canale porno, il pugilato si è rifugiato altrove, si è nascosto nella notte, è diventato quasi élite e non sforna più star riconoscibili. O si è trasformato in kombat e, naturalmente, quando serve un cattivo esempio, lo si pesca tra questi nuovi nerboruti.

Tuttavia quel tempo in cui i nostri papà si alzavano la notte, per guardare qualche match al Madison Square Garden, resta un bel ricordo, mentre l‘oblio copre queste antiche leggende.

Carmen Gueye