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Pelè: il Campione amato da tutti

Ma chi ti crede di essere, Pelè? Quante volte, noi ragazzini degli anni 60, ci siamo sentiti urlare dietro questo rimprovero dall’allenatore delle giovanili! Lo gridava il buon Meucci della Freccia Azzurra, un squadra calcistica giovanile pisana, imitando tutti gli allenatori del mondo dalla serie A alle giovanili.

Ma chi ti credi di essere, Pelè? Capitava per un dribbling insistito, per avere trattenuto la palla anziché passarla ad un compagno, per avere tentato un tiro impossibile. E la sgridata arrivava immediata, forte e chiara.

Pelè, il mito assoluto del calcio, l’unico ad avere vinto per ben 3 volte il campionato del Mondo e la prima volta, in Svezia, a soli 17 anni. Tutti coloro che abbiano avuto la fortuna di vederlo giocare sono stati concordi nel definirlo all’unisono: un fenomeno. E fenomeno lo era. Edson Arantes do Nascimiento, detto Pelè, fu convocato per i mondiali in Svezia dal CT brasiliano Vincenzo Italo Feola, di origini italiane, stupendo il mondo intero. Pelè aveva esordito da poco nel Santos, la squadra paulista con la quale legherà la sua vita calcistica al di là della breve parentesi nel Cosmos di New York a fine carriera, ma tanto bastò per convincere il CT Feola di convocarlo ai mondiali svedesi. Un Brasile zeppo di campioni come Garrincha, Didì, Vavà, con l’astro nascente Altafini (detto Mazzola per la somiglianza con il campione del Grande Torino), che c’incastrava un ragazzino, per lo più semisconosciuto, di 17 anni?

Nella prima partita, il Brasile, vinse contro l’Austria 3 a 0 senza esaltare come qualità di gioco. Pelè non entrò nella formazione titolare guardando la partita dalla tribuna. La seconda partita fu uno scialbo 0 a 0, contro un’Inghilterra oramai non più maestra del calcio da almeno 3 decenni. Dal Brasile le critiche si sollevarono feroci contro Feola, prevedendo un rapido ritorno a casa con la coda tra le gambe. Tra leggenda e realtà si sussurra di un colloquio tra il Mister Feola ed il giovane Pelè. Feola era un allenatore brasiliano atipico per gli stereotipi del gioco brasileiro, fermo nella propria convinzione dei ruoli da rispettare in uno schema di gioco rigido. Mister, mi faccia giocare come voglio. Chiese un impacciato e timido Pelè al vecchio allenatore.

E come vorresti giocare? Rispose sornione Feola. Come un brasiliano, mister, con la Jingo. Lo stile jingo è nato in Brasile ed è spesso associato alla cultura della samba, consiste nel divertirsi e nel godersi il gioco dando maggiore spazio alla fantasia. Guarda che non siamo al sambodromo, rispose uno scocciato Feola. Pelè annuì. Un 2 a 0, con doppietta di Vavà, permise al Brasile di battere l’Unione Sovietica vincendo il girone e passare ai quarti di finale contro il Galles. Complice un infortunio subito da Altafini, Pelè, ebbe il suo esordio in Nazionale bagnandolo subito con un goal da autentico rapace d’area. Pur non brillando, come espressione di gioco, il Brasile superò il turno dove l’attendeva la favoritissima Francia. Al gol iniziale di Vavà, al secondo minuto, rispose in poco più di 5 minuti il centravanti transalpino Fontaine.

I galli francesi sembravano dei tori infuriati, mentre il Brasile ballava e non era certamente l’amata samba. Mister, la Jingo! Chiese a mo’ di preghiera un frastornato Pelè. Ma fa un po’ come ti pare, rispose Feola sapendo di non avere più niente da perdere. E Jingo fu. Quel giorno iniziò la leggenda del più grande campione di calcio di tutti i tempi: Pelè. 3 Goal da cineteca, uno su azione personale scartando mezza squadra francese, dette il là alla cavalcata successiva, nella finalissima, contro la Svezia. Il milanista Nils Liedholm, capitano della Svezia, a fine partita vinta dal Brasile per 5 a 2, con 2 goal di Pelè, non esitò nel dire di non avere mai vito un calciatore così bravo in vita sua, aggiungendo: quel ragazzino è un vero fenomeno. 12 anni dopo, in Messico, quel ragazzino oramai adulto e diventato capitano della Nazionale brasiliana, s’alzò in cielo rimanendo sospeso in aria, contro ogni teoria della fisica, attendendo la sfera di cuoio per vincere la sua terza Coppa del Mondo.

Non per nulla era Pelè. Pelè è stato un Campione con la C maiuscola, un mito per milioni di brasiliani ma pure per tutti coloro amanti del calcio. Sapeva di essere un esempio e come tale si è sempre comportato, dentro e fuori dal campo. Differentemente da altri campioni, Pelè, univa e non divideva. Mai una parola fuori posto, mai una frase sopra le righe.

Quando Sylvester Stallone lo invitò per assegnarli una parte nel celeberrimo film “Fuga per la Vittoria”, non ebbe bisogno di più riprese per esibirsi in una straordinaria rovesciata, fu buona alla prima, per dirla in gergo da regista, strappando applausi dall’intera troupe cinematografica. E’ stato per lungo tempo Ambasciatore UNICEF, di lui si racconta sia stato un generoso benefattore per tutta la sua vita. Era semplicemente un vero Campione. Non solo il calcio ma tutto il mondo s’inchina alla grandezza dell’uomo che fu.
Marco Vannucci

Riguardo l'autore

marcovannucci

Toscano di Pisa. Letterato e storico, amante del gusto della verità. Docente e bibliotecario a tempo perso, scrittore a tempo scaduto. La massima preferita?
Vivere. Il resto non è interessante.

Secolo Trentino