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Sid Vicious, il punk, l’Inghilterra mai raccontata

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Dopo il periodo dello sviluppo industriale e il glam anni sessanta, con il successo dei musicisti britannici e la capitale venuta di moda, il paese stava ritornando ai suoi antichi umori: una nazione depressa, divisa, attaccata a livello internazionale, sotto scacco dell’IRA, il movimento indipendentista irlandese, in balia di disordini e scioperi, con grandi sacche di povertà. In attesa di un ritorno di fasti, con le spettacolari nozze di Carlo e Diana, e di diventare il centro nevralgico della finanza mondiale, perfino Londra vegetava.

In questo clima, unito a quello meteorologico mai brillante, qualcuno pensò bene di fomentare la cosiddetta ribellione giovanile. Si aggiravano per il centro città loschi giovanotti, e ragazze allegate, con capelli corti di strani colori, creste e ciuffi sparati, pantaloni aderenti, spille e anelli a bucare naso, guance e lingua, trucco pesante per le girl, atteggiamenti sfrontati, quando non violenti.

Non era una novità, qualcuno ci aveva già provato nell’epoca rock, devastando stanze d’albergo o come al libero concerto di Altamont, in California: quando, il 6 dicembre 1969, con il servizio di sicurezza affidato ai famigerati Hell’s Angels, si verificarono risse sanguinose, culminate nella morte del diciottenne americano Meredith Hunter, oltre a molti feriti, nonostante si esibissero star del momento come i Rolling Stones, i Santana, Crosby, Still, Nash e Young.

Sorta di manager o talent scout come  l’anglo/ scozzese Malcom McLaren (1946/2010) battevano il territorio per reperire nuovi fenomeni da lanciare; lui trovò gli americani Ramones e New York Dolls, precursori del genere, anche se ancora legati al  sound rocchettaro, compresa l’estetica, soprattutto i capelli lunghi, che i punk inglesi rifiutavano nettamente.

La scena prese corpo verso il 1975, quando iniziarono a farsi notare, suonando in club di provincia o di periferia londinese, anche i futuri Sex Pistols, di cui è superfluo narrare le vicende, i cambi di componenti, e perfino il curriculum, di cui non tutti erano adeguatamente provvisti. Al centro si trovò John Lydon, classe 1956, detto Johnny Rotten ( il marcio), pare per i denti malandati e malformati ( un classico degli inglesi di un tempo). La band frequentava il negozio “Sex”, di proprietà della compagna di McLaren, la stilista Vivien Westwood, pieno di tutto un po’, vestiti e ammennicoli, un posto buono anche per fare altro che acquistare ( o rubacchiare) abbigliamento. Lì bazzicava anche un altro ragazzotto.

John Simon Ritchie nacque a Londra nel 1957. Del padre, guardia a Buckingham Palace e trombettista nel tempo libero, esiste una foto dove tiene in braccio il neonato; ma il signore, dopo averlo riconosciuto, sparì presto.

Anne, la giovane madre, era una forte consumatrice di droghe.  La ragazza per un po’ visse con il piccolo a Ibiza, ed ebbe anche un secondo marito, che diede il proprio cognome a lei e John, Beverly, per morire poco dopo.

Sid in braccio ad Anne

Anne tirò su il piccolo a modo suo, tanto suo: per esempio, si “faceva” davanti a lui e spacciava per tirare avanti. I due vivevano a Londra, in case popolari riservate ai tossicodipendenti, dunque l’ambiente non aiutava; il ragazzino veniva seguito  a scuola come soggetto a rischio, ma poco si poté fare per lui, che presto  iniziò ad imitare mammà.

Nascita e infanzia rappresentarono dunque una falsa partenza per questo giovane bruno, mingherlino, occhio sperso, faccino tondeggiante, l’aria di chi è sempre dove non dovrebbe. Amici d’infanzia e compagni di scuola, ci raccontano una realtà lontana e sconosciuta, quella di un Inghilterra meno splendente di quanto non ce l’abbiano mostrata, insomma non solo Londra centro: una old England che viene fuori da racconti e canzoni a volte non molto conosciute o dal repertorio minore di artisti famosi.  A.J Cronin nei suoi libri ci descrive la vita dei suburbi ( di tutto il Regno Unito, Scozia compresa); le biografie delle star del rock trasudano adolescenze in  tinelli sbiaditi, colazioni di confettura al rabarbaro e pranzi al porridge.

Musicisti britannici come Billy Bragg e i Blur mostrano, nei video abbinati ai loro pezzi, sogni e realtà di un proletariato o piccolissima borghesia confinati in casette a schiera. Paul Burrell, valletto di Lady Diana, ci racconta di come la madre, per elevarne la condizione, avesse spedito di nascosto la domanda di assunzione per lui a Buckingham Palace. E il resto, fa qualche gita a spiagge scure sul mare freddino e grigio, e nemmeno il conforto di una passeggiata in montagna: lassù, non esistono cime o rilievi di nota, solo il modesto Ben Nevis. Lo stesso Hugh Grant, nelle sue pellicole, si aggira spesso per questi scenari mica tanto glamour, tra ragazzotte complessate e giovanotti timidi.

Il ragazzino crebbe così, tra compagnie improbabili, una mamma squattrinata e spesso fuori gioco, e la solita strada. Le testimonianze su di lui sono contrastanti. Quelle più benevole ci parlano di un mite e simpatico compagno di giochi dei bambini più piccoli, un “cucciolo”. Altri ricordano prevalentemente le sue inclinazioni al teppismo e alla deboscia. Secondo alcuni il giovane aveva iniziato come batterista, e imparato il basso dopo aver memorizzato gli accordi basici osservando altre band; altri sostengono che non seppe mai suonare davvero nulla.

Il bassista titolare era Glenn Matlock, considerato troppo classico e amante dei Beatles; questi, anni dopo, dirà che Vicious gli sembrava solo un cretino. Il nomignolo con cui è passato alla storia gli era stato affibbiato da Rotten, ispiratosi al suo criceto mordace, il “cattivo Sid”.

La BBC li aveva fatti conoscere al programma “Daily”, una sera in cui i Queen avevano dato buca, e offerto loro molto alcol prima della loro scomposta entrata in scena; seguirono vibrate proteste degli spettatori, ma il lancio in qualche modo era riuscito.

Per essere una band formata da fanciulli muniti di minime nozioni per il mestiere, nonché gravata da un “cretino”, i Sex Pistols sono venerati ben oltre i loro meriti, si potrebbe obiettare. Restano noti come gli  alfieri, i simboli  del punk di Albione, più dei politici Clash o  i gotici Strangles e tanti altri.

L’attività della formazione che conosciamo durò, in sostanza, due anni, durante i quali successe di tutto. All’imbarco del primo tour all’estero, in Olanda, qualcuno vomitò; alla dogana negli USA, i quattro prodi si presentarono sudici alla perquisizione, e in seguito delusero il pubblico americano; per il giubileo d’argento della Regina Elisabetta seconda, organizzarono una crociera sul Tamigi per sbeffeggiarla e Sid ruppe un water. D’altro canto il loro maggior successo rimane “God save the Queen”, con l’album “Anarchy in the UK” contenente la traccia, rimasto celebre per la copertina, la sovrana coperta dalle scritte del titolo della track; della loro regina essi cantavano che “ non era umana” – oddio, forse un po’ disumana sembrava.

Il genere “punk” fruisce di varie traduzioni. Vocabolo preso a prestito dallo slang britannico, che indica sbandati e marchettari, in Italia diventa “schifo”, “nausea”, ma in realtà è intraducibile, si prende com’è: o afferri il concetto o lasci perdere. Di certo anche da noi ispirò molti, almeno sul versante estetico.

Se ne dichiarava un portabandiera Enrico Ruggeri, riferendosi a quando fondò i Decibel e cantava “Contessa”, con capelli ossigenati e occhiali fumé a montatura bianca, indossando giacche pastello: a noi sembra un punk diluito alla meneghina, ma rispettiamo l’intenzione. Epigono più gioioso fu Mario Camerini, che virò sullo Ska. Ricordiamo Ivan Cattaneo o gli strambi e bislacchi Krisma, coniugi sempre innamorati, ora scomparsi. Giocava al genere anche la prima Anna Oxa. 

Se si considerano questi fenomeni non solo operazioni di marketing, ma anche sociali e di costume, se ne può parlare all’infinito, e costruirci su definizioni fascinose, che considerano gli spartiacque generazionali e i “nulla fu più come prima”; diversamente restano confinati nel pattume merceologico.

Sid, che si fece fotografare anche nell’atto di infilarsi l’ago in vena, secondo Rotten non ha mai suonato dal vivo, oltre che per incapacità a farlo, pure perché stravolto (più ancora dei colleghi) dagli stupefacenti. Una volta tirò un bicchiere che colpì una ragazza, lasciandola cieca da un occhio (senza gravi conseguenze penali, sembra); in un’altra celebre fotografia lo si vede incerottato sia perché si autoinfiggeva tagli con la lamette, che per i buchi dell’ago. Apprendiamo che durante i concerti  la chitarra basso, di cui sarebbe stato titolare, aveva la spina staccata. Lui stava lì solo per provocazione, resistendo anche alle lattinate che il pubblico gli tirava in faccia e al sangue che colava sul volto. Vero o no?

In un’occasione il ventenne Sid, vestito di una maglietta con disegnata una svastica (look a lui molto caro), ci ripete sostanzialmente che il mondo è una fogna e lui è lì a testimoniarlo.

Ci sarebbe poi l’intervista a due, ma qui entra in scena lei, Nancy Spungen, quella del film “Sid e Nancy”, con Gary Oldman, regia di Alex Cox.

Siamo tuttora increduli che la ragazza fosse nata nel 1958, poiché ne dimostrava molti di più. Proveniente da un’agiata famiglia ebraica di avvocati di Filadelfia, molto malata di nervi  fin da piccola, aggressiva e insofferente, Nancy si fece notare per l’uso di sostanze già nella prima adolescenza; riuscì ad acchiappare un diploma, poi se ne andò a New York, dove pare si prostituisse occasionalmente, alternando l’attività con quella di commessa in negozietti di abiti usati e pubblicista di critica musicale; divenne “groupie” e, al seguito di Mark Bolan (1947/1977) dei T. Rex approdò a Londra, dove entrò in contatto con l’ambiente punk e i Sex Pistols; puntava a Rotten, ma lui la rifiutò e lei si rivolse a Sid il quale, a quanto pare, non aveva mai toccato una donna; secondo il libro Rock Babilonia lui era gay, ma la storia con Nancy lo avrebbe convertito. Rotten la detestava e cercò di allontanarla, ma Vicious era perso dietro di lei e la band si spaccò. Il rapporto di coppia era evidentemente tossico, lui una volta la picchiò a sangue sbattendole la testa nel muro; entrambi avevano alle spalle tentativi di suicidio.

Sid e Nancy

I due rilasciarono interviste: alcune in stato di semincoscienza, in altre più ripuliti; lei si improvvisò manager e lo convinse a una carriera solista. Sid incise “My way” e girò un video dove sparava al pubblico facendo dito medio. Se si vuole proprio trovare qualcosa di buono in questo tentativo, è il sarcasmo di un proletario verso la musica paludata da palco per miliardari di Las Vegas.

Sid e Nancy gironzolavano per New York in cerca di “roba”, poi tornavano nel pessimo hotel Chelsea a sballare. Un giorno incendiarono il letto e li spostarono nella stanza numero 100. Era lei a farsi carico di contattare gli spacciatori, lui ci metteva già il denaro, forse. O anche quello era tutto a carico della povera ragazza, con le sue marchette?  Di sicuro c’è che il 12 ottobre 1978 Nancy fu trovata sotto un lavandino del bagno, con un coltello in pancia; aveva tenuto fede a una sua precedente dichiarazione : “ non arriverò a compiere ventun anni”.

Sid, davanti alla Polizia, si professò colpevole; una volta tornato un poco più lucido, ritrattò dicendo di non ricordare nulla; venne arrestato e tradotto in carcere a Riker’s Island,, dove fu sottoposto a un trattamento disintossicante; alcuni sostengono che subì violenze da altri detenuti. La cauzione, 50.000 dollari, fu pagata dalla Sony (ultima di una serie di case discografiche che si erano disfatte del gruppo). Malcom McLaren si incaricò di trovare costosi avvocati, ma era distratto da una causa intentatagli da Rotten per mancati guadagni.

Per il poco tempo trascorso fuori prigione, Sid aveva trovato il modo di andare per locali; una sera aveva molestato una musicista, provocando, come sua abitudine, una rissa, in cui, sempre come al solito, aveva avuto la peggio, colpito dal fidanzato di lei, fratello di Patti Smith, motivo per cui rientrò dietro le sbarre. Nuovamente liberato, su cauzione di 10.000 dollari, all’uscita del carcere trovà la madre e un amico spacciatore.

UNITED STATES – NOVEMBER 21: British punk rocker Sid Vicious and his mother arrive at Manhattan Supreme Court at 100 Centre Street. Vicious pleaded innocent to an indictment charging him with murder and “depraved indifference to human life” in the stabbing death of his girlfriend, Nancy Spungen at the Chelsea Hotel and was released on $50,000 bail. (Photo by Willie Anderson/NY Daily News Archive via Getty Images)

Nancy e la madre Anne entrano in tribunale

Anne lo condusse in un piccolo appartamento, dove gli aveva preparato anche una festa di benvenuto tra amici e il suo piatto preferito, spaghetti alla bolognese. Le prime ore trascorsero amabilmente, con madre e figlio in ritrovata armonia e perfino una nuova fidanzata per Sid, di nome Michelle Robinson, conosciuta nei mesi di “vedovanza”. C’era qualche problemuccio a reperire “roba ” buona dai pusher di strada e per questo Sid si arrabbiò con mammà, non abile come Nancy, ad acquistare merce di qualità, ma l’amico si incaricò della bisogna.

Sera del 2 febbraio 1979″. Sid, ricevuta la dose “giusta” (eroina pura all’80%) piombò nel torpore, ma Anne non diede segni di preoccupazione; dopo un malore, il ragazzo venne rianimato e rimesso a letto, ma l’indomani non si risvegliò.

Gli anni duemila hanno portato revisionismi di ogni tipo, e anche questa storia viene rivista. Ha parlato l’avvocato difensore.

A suo dire, come pure sostengono ancora suoi conoscenti e amici del rocker, Sid era innocente. La tesi è circa la seguente.

 Il Chelsea ( oggi rinnovato e con normale clientela) era un posto orribile e pericoloso, tanto che Nancy aveva appena acquistato un coltello da difesa, trovato in camera pulito; ne fu rinvenuto però un secondo, mentre era vuoto un cassetto dove i due tenevano sempre somme non trascurabili per le loro necessità; la ragazza era stata vista viva fino alle cinque del mattino, mentre Sid, secondo frequentatori della camera a vario titolo, giaceva a letto stordito da una serie di assunzioni di ogni sorta di porcherie e non avrebbe potuto agire in alcun modo; la vittima era rimasta viva alcune ore mentre, se fosse stato Sid a colpirla in un momento di particolare parossismo, sicuramente poi l’avrebbe soccorsa.

Oggi si fronteggiano alcune teorie. Una parla di un patto di reciproca eliminazione per i due colombi, stanchi di vivere, ma Sid, stravolto dagli stupefacenti, non avrebbe trovato la forza di farsi fuori dopo aver accoltellato lei; oppure, l’assassino è un balordo del loro giro di cui gira il nome; o semplicemente, si tratta di una tragedia tra tossici ampiamente prevedibile.

Anche la morte di Sid non trova tutti d’accordo; qualcuno ipotizza che Anne abbia somministrato la dose fatale al figlio su richiesta di lui, che non voleva sopravvivere a Nancy: una visione romantica.

La Beverly chiese di seppellire il suo figliolo accanto alla Spungen, ricevendo un secco rifiuto; avrebbe ripiegato con la richiesta di disperderne le ceneri attorno alla sua tomba, nuovamente respinta dalla famiglia di lei. Narra la leggenda che Anne lo abbia fatto ugualmente, introducendosi segretamente nel cimitero. Altri invece raccontano che Anne si stava riportando l’urna in Inghilterra, quando essa si aprì risucchiando il contenuto in una bocchetta dell’aria condizionata; infine, si ritiene che le ceneri siano state versate nell’oceano. Anne finirà i suoi giorni per overdose, nel 1999.

La vicenda sembra quella di una male senza fine, di stelle senza gloria, di precipizi agli inferi e sfruttamento a biechi fini commerciali, di un periodo destinato a sfociare nell’autodistruzione generale; ma gli anni ottanta e i loro finti splendori erano dietro l’angolo a dare nuova linfa all’umanità scoraggiata. E forse Sid e Nancy  si sono amati davvero, a loro modo.

Carmen Gueye

carmengueye
carmengueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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